Referendum: 10 “distruzioni per l’uso” al giorno (martedì 15 novembre)

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Referendum: 10 “distruzioni per l’uso” al giorno (martedì 15 novembre)

15 Novembre 2016

Nuova puntata della nostra rubrica sul NO al referendum e alla riforma Renzi-Boschi-Alfano-Verdini.

1) Se piove il governo è ladro ma se c’è l’incertezza non c’entra. “Se c’è l’incertezza lo spread aumenta”, così la Repubblica registra una dichiarazione di Matteo Renzi. Lo spread non è come la pioggia su cui le responsabilità del governo sono nulle. Se non tagli la spesa pubblica per tagliare le tasse e se ne va Roberto Perotti dopo che se ne era andato Carlo Cottarelli, se fai del pasticcetto Boschi una specie di giudizio di Dio, se sposti il voto del referendum dal 4 ottobre al 4 dicembre per far fare la finanziaria da Jim Messina, se sei merkelliano a settembre, hollandiano e poi obamiano a ottobre, e trumpiano a novembre, l’incertezza aumenta e non è una fatalità.

2) Il ministro “portavoce” dei suoi eurocolleghi (nonché dell’Unesco). “I ministri degli Esteri europei sono tutti preoccupati per il referendum del 4 dicembre” dice Paolo Gentiloni alla Repubblica. Immaginiamo che il titolare della Farnesina abbia difeso la nostra sovranità e dignità nazionale almeno con la stessa passione che i suoi hanno messo per difendere le ragioni e la storia di Israele all’Unesco. 

3) Il “dopo” di Santoro. “Voglio spostare l’attenzione sul ‘dopo’” dice Michele Santoro alla Repubblica. Voleva che appena ha annunciato il suo mezzo Sì (gli avevano detto che Bastava?) gli venisse rinnovato per anni e anni il contratto con la Rai? E quindi confermerà la sua scelta solo “dopo” questa decisione?

4) Beati quegli Stati in cui il voto conta ancora. “Reince Priebus e Steve Bannon non potrebbero essere più diversi: una strana coppia”, così Massimo Gaggi scrive dei primi uomini di Donald Trump designati per gestire la transizione alla Nuova Casa Bianca. Beato quel popolo e quelle costituzioni che consentono di convivere efficacemente ai Parisi e ai Salvini nello stessa amministrazione. Così come costringono le Hillary Clinton a non emarginare i Bersanders. Una cosa è certa: il pasticcetto Boschi non ci porta a quel tipo di Stato.

5) La sovranità non c’è più. La souvranité invece oui. “La sovranità nazionale non esiste più, ma resistono ridicoli nazionalismi” dice Vincenzo Camporini, ex capo di Stato Maggiore della Difesa, al Corriere della Sera. L’altro giorno il Corriere ci ha più o meno spiegato con Raffaele Cantone che la magistratura italiana non esiste più. Poi Ignazio Visco ha più o meno spiegato che non esistono più le banche italiane. Il dramma di tutti questi tecnocrati è che nessuna delle loro affermazioni può essere tradotta in francese, in olandese, in danese, in polacco, in ungherese e così via. Insomma, viviamo in un Continente in cui alcuni sono sovrani e altri no.

6) Il consenso di Matteo Fregoli Renzi. “Nel complesso le critiche di Renzi all’Europa hanno un ampio consenso in Europa” scrive Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera. Il lupetto mannaro di Rignano ricorda molto con il suo antieuropeismo, la sua antipolitica, il suo neofilotrumpismo, una vecchia barzelletta sui rapporti cino-sovietici di fine anni Sessanta. Dopo le scaramucce sull’Ussuri un ufficiale dell’Armata rossa chiama il quartier generale e annuncia di avere catturato un milione di cinesi. Bene gli dicono da Mosca, portali qui da noi. “E’ che non mi lasciano venire”.

7) Maledetti piccoli! “Si dà il caso che i piccoli, che la gente qualunque, che gli uomini della strada, possano alla fine risultare maggioritari”, scrive Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera. Cazzo! Non bastano Vincenzo Boccia, Roberto Benigni, Mario Calabresi … per vincere?

8) Santa Angela Merkel. “Se nel gennaio del 2015 Matteo Renzi e Silvio Berlusconi avessero seguito lo stesso stile semplicemente perfetto adottato nelle ultime ore in Germania da Angela Merkel (Cdu) e da Sigmar Gabriel( Spd)”, scrive Claudio Cerasa sul Foglio.  Mettere sullo stesso piano l’imbrogliato Berlusconi e l’imbroglione Renzi è già semplicemente imperfetto dal punto di vista dello stile. Scegliere poi come prospettiva la disperata difesa (nel caso condotta senza dubbio almeno con lealtà e intelligenza: in fin dei conti si tratta di una Grande bottegaia mica di un piccolo lupetto mannaro), di una grande coalizione con sacrificio democristiano della presidenza della Repubblica, quando è evidente che l’Europa abbia bisogno di alternative chiare per tenere il rapporto con i proprio popoli, è semplicemente imperfetto, questa volta dal punto di vista della logica.

9) Uffa ancora dietro a quei dinosauri dei Parlamenti: oggi bastano le Corte di Giustizia. “Se sia possibile che un trattato internazionale con un Paese terzo – perché questo sarebbe il RU dopo la sua uscita- possa concedere agli operatori di quel Paese la libera circolazione di merci, servizi capitali in base alle nostre regole di mutuo riconoscimento, ma non delle persone, seppur su base di reciprocità. A me pare di no” scrive Stefano Micossi sul Sole 24 ore. La forte corrente di opinione che sostiene come le Corte di Giustizia debbano prevalere sui Parlamenti e che questi ultimi debbano rinunciare a parte decisiva della propria sovranità (sia sui trattati sia sulle leggi) è intimamente coerente con il pasticcetto Boschi, che pur nella sua mediocrità prelude (di fatto serve essenzialmente ad aprire un  ulteriore varco in Italia a questa prospettiva) a una situazione in cui Parlamento e autonomie locali conteranno ancor meno di quel che contano adesso.

10) Dileggi e ciliegie. “Scavalcando ciò che, a torto o a ragione, è ritenuto ‘casta’, privilegio, imbroglio” così Michele Serra sulla Repubblica commenta uno scritto di Alessandro Baricco che sostiene come sostituendo l’immediatezza dell’insulto alla mediazione del ragionamento, si produce una serie di uomini pubblici per così dire portati alla semplificazione. Interessanti queste considerazioni: qualcuna di questo tipo aveva svolto qualche giorno fa anche Mario Calabresi direttore della Repubblica dei Serra, dei Maltese, delle Milella, sostenendo come il dileggio stesse rovinando la discussione pubblica. Si diceva considerazioni interessanti che però ignorano una vecchia verità: seminando dileggio non è che poi si raccolgono ciliegie.