Alla cultura Internet non basta. Servono i libri e le biblioteche
07 Marzo 2008
Curioso che i
programmi elettorali dei partiti politici in competizione nella prossima
tornata elettorale accennino sbrigativamente al capitolo università e ricerca, senza peraltro proporre niente di significativamente nuovo (se si eccettuato
gli improbabili cento campus in tre anni sognati da Walter Veltroni). Ma
straordinario che nessuno di loro neanche accenni a quell’immenso spreco di
risorse che è il nostro sistema bibliotecario. E qui non ci riferiamo alle
biblioteche pubbliche circolanti, quelle che dovrebbero consentire a qualunque
cittadino di prendere in prestito libri e riviste (ma anche dischi e altro
materiale di tal genere) e portarselo a casa per leggerseli o utilizzarli per
la scuola o per il lavoro. Gli esempi virtuosi in tal senso si contano sulle
dita di una mano e si debbono ad amministrazioni comunali o private che hanno
capito il ruolo fondamentale dell’istruzione e della conoscenza per la formazione del cittadino e la creazione e il mantenimento dell’identità
sociale.
Ci riferiamo
invece ai sistemi bibliotecari detti “di ateneo”, cioè facenti capo
alle università, di cui tutti, docenti e studenti, deprecano la
disorganizzazione, l’inefficienza e lo spreco, a fonte di un patrimonio
librario che, grazie alla storia del nostro paese, è invece, potenzialmente,
uno più ricchi del mondo, e di un personale spesso capace e volenteroso. Ma
come si può migliorare il sistema universitario, per esempio dando corpo a quel
famoso “merito” che tutti dicono di voler premiare, senza rimodellare
proprio quello strumento fondamentale della conoscenza umana che è il
patrimonio librario?
Sappiamo bene
che cosa succede nelle nostre università quando cerchiamo un libro. Anche se da
qualche tempo cominciano a esistere cataloghi informatici dai quali partire,
docenti e soprattutto studenti devono vagare tra biblioteche di ateneo, di
facoltà, di dipartimento, di istituto, con libri e riviste sparsi dappertutto,
in sedi fisicamente distanti tra loro e che hanno orari diversi. Le cosiddette
“biblioteche universitarie” spesso dipendono non dall’università
presso la quale alloggiano, ma dal Ministero dei Beni Culturali, quindi con
enormi difficoltà di integrazione con la rete propriamente universitaria. Gli
orari di apertura sono ridicoli (qualche giorno alla settimana, mai nei fine
settimana o nelle vacanze). Il numero dei libri che si possono prendere un
prestito è limitatissimo. Il personale è sempre insufficiente. I terminali e le
fotocopiatrici sono in numero ridottissimo, quando ci sono.
Insomma, se uno
vuole studiare Italo Calvino o i notai del Medioevo genovese, è meglio che vada
alla Harvard University o alla University of Toronto, dove ha tutto sottomano e
in una settimana fa quello che farebbe a Roma o a Firenze in tre mesi (per non
parlare di altre sedi ben meno fortunate). Perché? È presto detto. Ogni
università americana (ma anche canadese, inglese, etc.) ha una biblioteca centrale
(a volte c’è una distinzione tra biblioteca umanistica e biblioteca
scientifica) dove sono depositati tutti i libri, le riviste e i supporti
informatici, e nella quale operano decine se non centinaia di bibliotecari e
amministrativi di vario livello. Gli scaffali sono sempre aperti, cioè il libro
uno se lo va a prendere per conto suo, magari scoprendone altri di cui non
conosceva l’esistenza sistemati a fianco del libro che già ci è noto. Si
possono prendere e consultare quanti libri si vogliono. Si possono portare a
casa, in prestito, una quantità sterminata di pezzi. Gli orari di apertura
arrivano alle venti ore al giorno, sabato, domenica, feste comandate ed estate
inclusi. Ci sono terminali e fotocopiatrici dappertutto. E non soltanto a
Harvard e a Toronto, ma in tutte le università, grandi e piccole, famose e
sconosciute.
Qualcuno
potrebbe dire: ma che cosa c’entra questo con la riforma universitaria? Non
bastano “le tre I” (inglese, impresa, informatica)? Non si era detto
che internet ha ormai reso i libri pressoché obsoleti? No, “le tre I”
non bastano e non basta neppure internet. Una riforma universitaria che
prescinda dai libri è impensabile. In primo luogo, se è a scuola che si
tramanda il sapere (ciò che già si sa), attraverso la voce del docente e pochi
manuali, è soltanto all’università che si crea nuova conoscenza grazie a
percorsi di ricerca (ciò che non si sa ancora) che partono dal patrimonio
intellettuale dell’umanità (ciò che già si sa), il quale si presenta attraverso
ciò che è stato pubblicato, cioè tramite i libri.
In secondo luogo, la pretesa contraddizione tra il miglior uso del
patrimonio librario da una parte, e l’onnipresenza di internet dall’altro (come
se i due sistemi fossero alternativi), non esiste. Dove le biblioteche funzionano,
internet e libri sono (o possono essere) utilizzati da studenti e docenti uno
di fianco all’altro. La rete per una rapida accessibilità alle informazioni di
base (e qui l’inglese è effettivamente fondamentale). Le pubblicazioni a stampa
per andare a fondo nella sostanza delle cose. Ma da noi questo doppio binario,
questa utilizzazione integrata di rete e di libri non è possibile.
Il risultato è che in assenza di un sistema bibliotecario efficiente e
fruibile, gli studenti tendono a evitare i libri e a usare soltanto internet,
con risultati francamente disastrosi. Non sono più in
grado di analizzare criticamente e di ordinare gerarchicamente le informazioni
che trovano. Ritengono che tutto quanto non spunti in rete attraverso l’uso di
parole-chiave semplicemente non esista. Ma soprattutto si abituano a una
concezione della conoscenza che equivale a quella di colui che arriva per la
prima volta in una città, poniamo Londra o Roma o Milano, e la visita usando
soltanto la metropolitana. Si affaccerà su alcune realtà alle quali sarà
casualmente arrivato (Piccadilly, Hammersmith, ma anche Battistini e Re di
Roma, Porta Genova e Molino Dorino), ma non avrà la minima idea del tessuto che
le unisce, delle connessioni logiche tra i luoghi, delle sedimentazioni
storiche che vi stanno alla base. Un patchwork di informazioni, insomma,
che per di più conduce lo studente a una falsa sensazione di onnipotenza.
Esattamente il contrario della conoscenza, che è un lento processo di
sedimentazione, il quale porta con sé la coscienza dell’incompletezza di quanto
si sa e la spinta a cercare oltre.
