Il Financial Times dà tre buone ragioni per sfiduciare Berlusconi. Le sue
14 Dicembre 2010
Coloro che oggi al Senato e alla Camera votano la sfiducia al governo Berlusconi pressati dall’ansia di “mandare via Silvio Berlusconi” possono sentirsi rallegrati e rafforzati dal fatto che il Financial Times, lunedì, il giorno prima del voto, ha provveduto a dettare la linea, mediante il primo editoriale della sua colonna di editoriali, invitandoli a votare la mozione di sfiducia, e spiegando come e perché loro debbano farlo. Anzi, facendo comprendere che lo faranno, perché è loro dovere.
C’era un senso di esultanza e di trionfo in quelle righe di quella prima colonna della pagina centrale del Financial Times. Finalmente: stiamo per vincere e vinceremo!. Non “tutti a casa, perché la guerra è finita” bensì “finalmente, lui va a casa”. Così esprimendo la loro sfiducia, questi fieri senatori e deputati della Repubblica Italiana avranno una ragione di più per esserne orgogliosi, accanto quella di avere ubbidito ai propri sentimenti, e alle direttive del proprio gruppo parlamentare e del proprio partito. Potranno gloriarsi di avere seguito i consigli del Financial Times.
Fare quello che dice l’autorevole giornale finanziario della piazza di Londra, su cui convergono le maggiori banche dell’occidente dà, in particolare alla nostra sinistra, un piacevole senso di sicurezza. Il partito democratico può sentirsi più vicino all’economia di mercato. L’Italia dei valori, in questo modo può aggiungere alla parola Italia, anche la parola “ Inghilterra”. Futuro e libertà può spiegare che i nazionalisti italiani, da Mazzini in poi, hanno sempre avuto un culto per Londra, che a sua volta tributava all’esule i più grandi elogi.
Il Financial Times enuncia tre ragioni per cui è bene che i nostri parlamentari votino la sfiducia a Berlusconi per decretare la fine di una èra. La prima è il suo conflitto di interessi, di cui più nessuno si ricordava, dato che l’impresa di famiglia, da lui fondata, è oramai gestita dalla seconda generazione. Ma è ovvio che al gruppo Pearson, che controlla il Financial Time e l’Economist ed altre importanti attività editoriali, a livello internazionale, e anche in Italia, in particolare nel settore dell’educazione, sia sgradita la presenza, sulla scena editoriale internazionale, del gruppo dei media che fa capo a Fininvest.
La seconda ragione per cui il Financial Times invita i nostri onorevoli a votare la sfiducia è che Berlusconi è pericoloso, perché si è alleato con Putin per sostenere le politiche dell’ENI di alleanza con la Russia, per il petrolio e per il gas. In effetti è vero che l’Italia ottiene il 30 per cento del suo fabbisogno energetico dalla Russia, il che è una quota elevata, ma è pur vero che essa, per il restante 70 per cento dipende dal medio Oriente e che è a rischio e dall’Africa settentrionale e centrale (Libia e, Algeria, Nigeria specialmente), così che la nostra fornitura è diversificata. ENI è rivale di British Petroleum (BP) e di Royal Dutch Shell, due colossi petroliferi britannici.Questa seconda ha avuto, con i russi, aspre controversie, riguardanti il contratto iniziato nel 2006, per i giacimenti di petrolio e gas siberiano. Ora queste controversie sono state risolte. Vi è stato,in questi giorni, un grande accordo fra Shell e Gazprom, circa lo sfruttamento di immensi giacimenti di petrolio e gas siberiano, con la partecipazione di Gazprom ad attività petrolifere e del gas che Shell ha altrove. Berlusconi è pericoloso, perché, con l’amicizia con Putin, sviluppa i rapporti energetici fra ENI e Gazprom. Ma Royal Dutch Shell, che fa accordi analoghi non lo è. L’ENI e Royal Dutch Shell hanno entrambi importanti concessioni petrolifere in Nigeria mentre operano insieme in un grande giacimento in Kazakistan: e la leadership delle operazioni, che era dell’Eni, è stata contestata dalla Shell. Anche con BP l’ENI ha rapporti di rivalità. In Russia è presente in molteplici attività, con la TNK, in particolare nella grande isola di Shakalin. Non sempre riesce ad andare d’accordo con i russi, ma per accattivarseli svolge grandi iniziative di collaborazione con le università di Mosca. In Libia BP ha concessioni per l’estrazione del petrolio dal fondale del mare ma dopo gli incidenti che sono capitati alla sua piattaforma petrolifera, nel Golfo del Messico, che hanno determinato una gigantesca fuoriuscita di grezzo, che ha inquinato le coste degli USA, questa attività sta cominciando ad avere difficoltà, a differenza di quelle dell’ENI, che riguardano la terraferma. In anni passati il Financial Times ha attaccato Berlusconi anche per i rapporti con Gheddafi. Ma il Financial Times, nello argomentare che la politica energetica di Berlusconi è pericolosa, adesso si limita alla Russia. Non menziona più i rapporti con Gheddafi. Il fatto è che una finanziaria libica ha acquistato il 3 per cento del gruppo Pearson, che edita il Financial Times.
C’ è una terza ragione, per cui i nostri deputati e senatori dovrebbero sfiduciare Berlusconi, oltre alla “pericolosità” della sua politica energetica, il fatto che egli non fa le riforme. E anche su questo punto conviene fermarsi, perché la principale riforma che è attualmente in gioco è quella dei contratti di lavoro, che riguardano il futuro dell’industria dell’auto in Italia e, più in generale, il rilancio della nostra economia. Nella grande manifestazione del PD a Roma, Cesare Damiano che esprime la linea del partito per i rapporti di lavoro ha sostenuto la linea della CGIL, affermando che il solo modo di dar vita al contratto di Fiat auto per Mirafiori è quello di trasferire la proposta di Marchionne alla sede del contatto nazionale di lavoro, perché la contrattazione aziendale in deroga ai contratti nazionali non è accettabile. E’ da notare che l’attuale contratto nazionale dei metalmeccanici non è stato firmato dalla CGIL perché prevede deroghe a favore della contrattazione aziendale. Purtroppo esse non sono sufficienti per rendere compatibile il contratto proposto da Marchionne per Mirafiori con quello nazionale vigente. E per consentire che il contratto per Mirafiori si concluda e che l’avvenire di questa fabbrica sia assicurato, mediante adeguati investimenti, per la produzione di nuovi modelli del gruppo Fiat accanto a jeep Chrysler, è stato concordato da Fiat auto e Confindustria che essa esce provvisoriamente da Confindustria. Vi rientrerà quando sarà varato un contratto nazionale per il settore, conforme a questo contratto aziendale. Il governo Berlusconi è favorevole a questo accordo, che comporta una riforma di portata storica, in quanto i contratti aziendali di Fiat saranno fatti non solo per Mirafiori, ma anche per tutte le sue altre fabbriche in Italia. Ed è da supporre che l’esempio di Fiat e del settore auto non rimarrà isolato. I sindacati liberi, con sfumature diverse, sono su questa linea, perché si rendono conto che essa comporta il salario basato sulla produttività e che la strategia della produttività è essenziale per la crescita del Pil e quindi dei salari e dell’occupazione. La CGIL vi si oppone e il PD le dà man forte. Dal che si desume che se l’attuale governo cadesse e fosse sostituito da un governo di coalizione in cui il PD sarebbe determinante, la questione dei contratti aziendali tornerebbe in alto mare. E la riforma più importante rimarrebbe bloccata.
Gli onorevoli senatori e deputati che oggi votano a favore della sfiducia a Berlusconi potranno motivare la loro decisione dicendo: il Financial Times, il più autorevole giornale finanziario inglese, ha spiegato le ragioni per cui questa era la nostra scelta giusta. Perché è giusto scegliere le strategie petrolifere delle multinazionali inglesi, non quelle della compagnia italiana del petrolio e del gas che ci dà la sicurezza energetica e che Berlusconi promuove con una politica estera di collaborazione ad ampio raggio. E perché è giusto strozzare nella culla la nuova creatura del contratto di lavoro aziendale basato sulla collaborazione nella produttività per lo sviluppo dell’investimento. E’ infatti meglio che esista il monopolio del mercato del lavoro, che dà potere politico alla CGIL e consente al PD di concertare accordi di potere con la Confindustria, che dare al mondo del lavoro un nuovo rinascimento basato sulla produttività. Anche se la Fiat lascia l’Italia che importa?. L’essenziale è mandare a casa Berlusconi. Grazie Financial Times di averci dato, in modo disinteressato, la linea giusta.
