L’intelligence di Putin non garantisce più la sicurezza della Russia

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L’intelligence di Putin non garantisce più la sicurezza della Russia

28 Gennaio 2011

La Russia, gli osservatori più attenti della politica internazionale e degli affari delicati s’interrogheranno a lungo sull’attentato a Domodedovo (già attenzionato dagli agenti del terrore nel 2004), una delle stragi più sanguinose in aeroporto dall’inizio del nuovo secolo. Nell’attesa di rivendicazioni verosimili o fasulle, molti continueranno a pensare che dietro le mani insanguinate degli estremisti islamici possano celarsi cointeressenze spericolate, dagli esuli londinesi che odiano Putin fino alle classiche schegge incontrollate dei servizi.

Al netto dei teoremi e della crudità dell’evento, resta la sensazione che l’intelligence nazionale persista a non garantire un’adeguata sicurezza alla popolazione che da Mosca va fino alle sperdute lande della Siberia. Lo stesso presidente Medvedev, non a caso, ha parlato l’altro giorno di "vistose falle nel sistema di prevenzione"; il premier Putin, esperto del settore, ha certamente, a sua volta, un quadro chiaro della situazione, ma nessuno, per carenza di fondi o di sufficiente volontà riformatrice, ha la forza per provare a migliorare i ranghi di uffici segreti troppo spesso venati da corruzione e lassismo.
Dopo che per lunghi anni si è tentato di convincere la Russia intera che gli eredi dei mitici e famigerati 007 sovietici fossero quel che serviva al bene del Paese, consentendo agli uomini a marchio ex KGB di occupare i gangli sensibili dello Stato, per i comandanti supremi è oggi amaro dover prender atto di fallimenti che costano decine di vite umane. I personaggi alla guida dell’Fsb, come noto a tutti gli addetti ai lavori e non solo, sono in gran parte appartenenti al cosiddetto clan di Piter (originari cioè della splendida San Pietroburgo), primo fra tutti il direttore Aleksandr Bortnikov, che sotto la precedente gestione dell’agenzia sovrintendeva al ramo economico.

I rari giornali che resistono nell’opposizione al governo raccontano un quadro deprimente, con le stanze delle spie infestate di tangentisti, figli d’arte, truffatori, operatori specializzati nel rituale dell’abuso di potere sui tanti indifesi. Una versione che tradisce una visione di parte, certo, ma apparentemente non priva di verità. Accanto all’eccellenza, per quanto accompagnata ad una scontata efferetezza, di taluni reparti operativi, l’intelligence interna del Cremlino sembra appunto dominata da una stanca gestione dell’esistente, e quindi lontana dai picchi qualitativi propri di altre "compagnie" occidentali e non.

Nel timore che ulteriori attacchi feroci possano scandire i tempi della politica russa- con l’annessa impossibilità di scaricare le colpe dell’omessa vigilanza sulle guardie private d’aeroporto di turno- cresce il numero di quanti credono che alle " barbe finte", antica gloria patria, occorra ben altro che il pannicello caldo d’una semplice revisione dei ranghi. E la novella perestroika, va da sé, dovrebbe partire dall’intera struttura verticale del sistema di potere. Al momento, gli unici ad essere licenziati sono stati un paio di alti funzionari del ministero degli Interni, con la ricerca delle menti assassine che va spostandosi dalla Cecenia al Daghestan.