L’economia del Giappone non si fermerà davanti alla catastrofe

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

L’economia del Giappone non si fermerà davanti alla catastrofe

15 Marzo 2011

La catastrofe che ha colpito il Giappone costituisce un fattore positivo o negativo per le prospettive di crescita dell’economia mondiale? E per quella del Giappone? La risposta, per questo secondo quesito, è condizionata dalle incertezze su quel che può accadere nelle vecchie centrali nucleari a rischio, dopo le recenti esplosioni che hanno causato emissioni radioattive, che potrebbero diffondersi nell’area, portandosi anche verso Tokyo, portate dal vento e magari dalla pioggia. Esse decadono rapidamente e il rimedio consiste nel rimanere chiusi in casa, per una giornata, posto che esse cessino in tale lasso di tempo.

Ma supponendo che tale rischio non generi situazioni drammatiche, connesse alla fusione del nocciolo, che genera emissioni di radiazioni in tempi successivi, una risposta, sia pure ipotetica è possibile. Ed è positiva oltreché per l’economia mondiale e per quella europea, nell’immediato e nel medio termine anche per quella del Giappone, dal punto di vista della dinamica del Pil, non certo da altri punti di vista riguardanti gli aspetti sociali ed umani dell’economia, perché le sofferenze della parte del Giappone colpita dalla tripla tragedia del terremoto, dello tsunami e del disastro nucleare nelle vecchie centrali eccessivamente concentrate in poco spazio, a ridosso dell’abitato, continueranno nel tempo nonostante gli interventi pubblici.

Ciò mentre per la ricchezza patrimoniale del Giappone, che ha subito una perdita rilevante, l’esito sarà positivo solo nel medio-lungo termine. La tragedia, assieme alla perdita di vite umane e ai danni sociali che niente può compensare, ha causato distruzioni di reddito e soprattutto di beni immobili e mobili produttivi e di consumo e di infrastrutture di grande entità per le quali si presenterà una domanda di ricostruzione perdurante nel tempo. Ad essa il Giappone farà fronte in parte mediante una maggiore domanda interna e in parte con una maggiore domanda internazionale.

Per il giudizio complessivo occorre tenere presente che il Giappone, prima di questi tragici eventi, nel medio termine aveva una prospettiva di crescita del Pil molto modesta, trainata dalla domanda internazionale, mentre quella interna sarebbe rimasta  stagnante nonostante i grandi sforzi dell’operatore pubblico di farla crescere. Questo Paese ha un debito pubblico che si aggira attorno al 200% del Pil: fra quelli economicamente avanzati è il più alto del mondo. Ma ha anche un Pil di 4 mila miliardi di euro, con una popolazione di 126 milioni di abitanti e un sistematico surplus del commercio estero che ha generato una contropartita di enormi investimenti esteri. Questi, attualmente, danno luogo a un flusso annuo netto di redditi dall’estero del 4% del Pil. E ciò,  nonostante una parte rilevante dei proventi di tali investimenti venga reinvestita dalle imprese all’estero senza dar luogo a introiti per la bilancia dei pagamenti giapponese e, quindi, non entri nel calcolo del reddito nazionale annuo.

La Boj, la Banca Centrale del Giappone, per cercare di stimolare l’economia, le cui esportazioni si sono ridotte a causa dell’andamento non favorevole dei mercati del Nord’America e dell’Unione europea, ha portato il tasso di interesse a zero. E da parecchi mesi compra un ingente quantitativo di titoli del debito pubblico derivanti dal deficit di bilancio per pompare denaro nell’economia. Dunque una parte rilevante del debito pubblico giapponese è detenuto dalla Boj, che a sua volta ha imponenti riserve valutarie derivanti dal sistematico surplus della bilancia dei pagamenti. Senza il terremoto e lo tsunami, la recessione dell’economia giapponese che era iniziata a metà dello scorso anno sarebbe dovuta terminare questa primavera. Ora, secondo gli esperti di Nomura, essa dovrebbe terminare verso ottobre. Ma su ciò pesa una doppia incertezza. In primo luogo il destino delle centrali nucleari che sono state danneggiate dalla catastrofe naturale, che incide sulla disponibilità di energia elettrica. E inoltre l’agibilità dei mezzi di trasporto e dei porti, con riguardo all’area industriale del Nord, ove vi sono stati l’epicentro del terremoto e lo tsunami. Ciò condiziona la ripresa della sua attività produttiva nel breve termine. Se nel breve termine l’economia giapponese potrebbe chiudere il 2011 con una crescita zero o negativa del Pil, tutto lascia supporre che negli anni successivi il Pil giapponese crescerà sensibilmente di più rispetto a quello che si sarebbe verificato senza questa catastrofe che comporterà un periodo di ricostruzione prolungato e di ammodernamento degli investimenti, con particolare riferimento al settore energetico, dei trasporti, dei ricoveri d’emergenza e agli strumenti per far fronte a futuri eventi catastrofici.

Non si deve supporre che il costo dei soccorsi d’emergenza e della ricostruzione, che in larghissima misura graverà sul bilancio pubblico, possa generare uno squilibrio insopportabile per la finanza pubblica. Esso, infatti, sarà coperto in larga misura dalla Boj che comprerà altro debito pubblico, emettendo yen e ha già annunciato il raddoppio degli acquisti rispetto a quelli che faceva prima dell’attuale tragedia, allo scopo di far riprendere l’economia. La domanda giapponese per l’emergenza e per la ricostruzione non si rivolgerà solo al mercato interno, ma si espanderà notevolmente su quello internazionale. E ciò con particolare riguardo all’industria delle grandi opere e delle infrastrutture, a quella dei mezzi di trasporto navali, di componenti di impianti energetici convenzionali e nucleari, di acciaio, di beni durevoli per la casa, di materiali per l’edilizia, di articoli sanitari e servizi tecnologici. D’altra parte l’economia internazionale dei paesi sviluppati per un certo periodo subirà una minore concorrenza delle compagnie giapponesi, in settori come quello dell’automobile, dell’industria degli altri mezzi di trasporto, dell’impiantistica.

Il paragone del premier giapponese fra la situazione attuale del Giappone e quella in cui si è trovato nell’immediato dopoguerra illustra bene gli effetti sull’economia interna e internazionale di questo evento. Ciò, in primo luogo, con riguardo al patrimonio più prezioso della nazione giapponese: il suo capitale umano, la sua tenacia e la sua capacità di ricominciare. Ma è un paragone quantitativamente e qualitativamente eccessivo perché allora, nel ’44/’45, la flessione dell’economia giapponese riguardò tutto il Paese e tutti i settori produttivi. Questa volta, benché i danni siano difficili da quantificare, la percentuale sul Pil è di gran lunga minore. Inoltre è stata interessata solo una parte del Paese, quella del Nord, sicché il sistema complessivo, compresa la struttura di governo dell’economia e della società, è intatta. E la determinazione dei giapponesi non è cambiata.

La natura pone all’uomo sfide a volte mostruose. Sfide che l’uomo, con la sua forza, può vincere imparando da ciò che è accaduto e trasformando il male in bene. Resta il dolore, per chi nella tragedia ha pagato prezzi di una durezza che nelle immagini che vediamo, lasciano senza parole.