Torna Rumsfeld e parla di nuova guerra fredda
20 Novembre 2007
Donald Rumsfeld, ex-segretario
della difesa, ha ricevuto un’onorificenza al Claremont Institute nel corso
della serata annuale dedicata a Sir Winston S. Churchill. Nel suo discorso,
riportato in esclusiva sul sito conservatore National Review Online, parla
della situazione politica attuale e delle sfide del ventunesimo secolo per gli
Stati Uniti e per il prossimo presidente, paragonandole alle sfide di Churchill
e Truman nel corso della Guerra Fredda.
In apertura attacca subito i
media che in materia politica “tendono a focalizzare su cose insignificanti e
personali, e sembrano evitare una discussione seria sulle sfide emergenti del
nostro paese che il prossimo presidente,
Repubblicano o Democratico, affronterà nei prossimi quattro anni”.
Rumsfeld racconta come
Churchill, che si recò fino in Missouri per mettere in guardia il Presidente
Truman del problema dell’Unione Sovietica, fu accusato da Stalin di essere un
guerrafondaio sul genere di Hitler, “che imponeva la sua agenda razzista ed
imperialista”, e che i giornali come il Chicago Sun lo descrivevano come “un
aristocratico cieco…che marcia verso la peggiore guerra del mondo”. Churchill
dovette anche subire la disfatta nel proprio paese, la Gran Bretagna,
impoverito dalla Seconda Guerra Mondiale e poco desideroso di imbarcarsi in un
nuovo conflitto. Da qui Rumsfeld traccia il primo paragone con la situazione
attuale, in particolare con l’impopolarità della guerra in Iraq tra gli
americani: “Le sfide e le minacce evidenti di adesso – in Iraq, in Afghanistan,
e altrove – non possono essere ignorati, sperare che scompaiano, o evitati
proprio come nel 1946”. Sfide secondo lui destinate a durare nel tempo, come
gli estremisti, la proliferazione di armi, e gli aspiranti despoti “che
trasformano nazioni democratiche in un latifondo personale”. Applaude Juan
Carlos di Spagna che ha avuto il coraggio di dare un “consiglio” ad uno dei
despoti in questione, Hugo Chavez, Presidente del Venezuela dove “la
costituzione è stracciata pezzo per pezzo, eppure nessuno ne parla nella
stampa”.
La situazione attuale secondo
Rumsfeld è però molto più complessa della Guerra Fredda: ora i nemici non
sono raggruppati in una formale alleanza né posseggono un vero esercito ma
usano armi non convenzionali. “Siamo entrati in un periodo dove chi cerca di
provocare gli Stati Uniti furbamente evita lo scontro militare, con mandatari,
attacchi terroristici contro obiettivi deboli, e soprattutto una guerra
cibernetica.” Cita come esempio la fornitura di armi ai gruppi di ribelli in Iraq
dalla parte dell’Iran.
Un’altra grande differenza tra
i due conflitti è che quello attuale si svolge nell’Era dell’Informazione e
“viene combattuto non solo in campo, ma con l’uso di siti e blogs, sulle onde
radio e sulle prime pagine dei nostro giornali.” E qui sono proprio i nostri
nemici a vincere, secondo Rumsfeld, usando l’informazione e la tecnologia per
il reclutamento e influenzare negativamente chi vive in paesi democratici,
mentre “il governo US rimane ponderoso, lento e incapace di rispondere
velocemente agli inganni dei nemici”. Sottolinea quindi l’importanza di
utilizzare “tutti gli elementi della forza nazionale” e non solo del
Dipartimento della Difesa, per contrastare il nemico ma anche la necessita’ di
allearsi ad altre nazioni, senza le quali molti problemi globali attuali
sarebbero irrisolvibili.
Spiega come l’amministrazione
di Truman in tempo di Guerra Freda creò il Ministero della Difesa, Radio Free
Europe, la Cia e il Consiglio di Sicurezza Nazionale e fu capace di ottenere un
consenso internazionale. Ma ribadisce: “Niente è per sempre. Anche se il
passato è importante, le istituzioni del dopo guerra – istituzioni dell’Era
Industriale – non si sono adattate a sufficienza per tenere la pace tra
networks decentralizzati dei nemici che affrontiamo oggi, in piena Era
dell’Informazione”.
Altro grande ostacolo per
affrontare le minacce attuali è “la mancanza di autorità e flessibilità del
Presidente” in particolare “budget separati, custoditi gelosamente da dozzine
di sottocommissioni del congresso ossessionati con le aree competenti non
permettono alle agenzie e ai dipartimenti esecutivi la flessibilita’ di
ottenere unita’ di azione”. Contesta il sistema del budget federale che
richiede un programma di tre anni per essere sviluppato: “Un mondo che si muove
così piano fa parte del passato”.
Runsfeld suggerisce anche un
sistema più efficace per aiutare i paesi in via di sviluppo senza intopparsi
nella corruzione dei loro governi: “Internazionalmente, invece di contare
esclusivamente su istituzioni che trattano solo con governi, Usaid, IMF e Banca
Mondiale, un approccio finanziario basato sulla domanda del mercato puo’
aiutare persone bisognose ad entrare nel mercato globale.”
A proposito di organizzazioni
internazionali e corruzione, non poteva mancare un attacco alle Nazioni Uniti,
dove “il Sudan è eletto alla Commissione dei diritti dell’uomo, l’Iran è
eletto come vice-presidente della Commissione per il Disarmo, la Siria è
eletta vice-presidente del Comitato dell’agenzia internazionale per l’energia
atomica e lo Zimbabwe è eletto per la Commissione per lo Sviluppo”. In
alternativa propone il rafforzamento e l’espansione della Nato ad altre
democrazie come l’Australia, Singapore, il Giappone e la Corea del Sud.
Sempre in riferimento alla
Guerra Fredda, ricorda come Truman invio 36.000 soldati in Corea, tutti morti
nel conflitto. “La popolarità del Presidente Truman scese fino al 24%, il più
basso della storia”. Rumsfeld racconta come in un suo viaggio di qualche anno
fa a Seul, un giovane giornalista gli chiese: “Il Parlamento della Corea del
Sud sta discutendo se inviare truppe in Iraq. Perché mai i giovani coreani
dovrebbero andare dall’altra parte del mondo a combattere e possibilmente
morire?”. Pronta la risposta di Rumsfeld: “Perché i giovani americani sono
venuti nella Corea del Sud, dall’altra parte del mondo per combattere e
possibilmente morire cinquant’anni fa? La risposta puoi vederla guardando fuori
dalla finestra”, riferendosi al grande successo economico della Corea del Sud
in particolare in confronto a quella del nord.
Nella sua conclusione, Rumsfeld
dà un consiglio al prossimo presidente: “Leadership non è fare quello che è
facile o popolare. E’ fare quello che è giusto, anche quando è difficile.
Soprattutto quando è difficile.” Applaude infine i soldati americani, e si
dichiara ottimista: “Non ho dubbi che anche questa generazione perseverà,
senza dimenticare che le grandi lotte della storia umana sono per la libertà,
e che siamo dalla parte della libertà”.
