Anche i vescovi Usa discutono dell’impegno dei cattolici in politica
20 Novembre 2007
di Redazione
«Bisogna concentrarsi più
sull’etica di uscita che sull’etica di intervento». Questo il parere sulla
presenza americana in Iraq espresso dai vescovi statunitensi che, nel corso dell’assemblea
generale della Conferenza episcopale degli USA, appena conclusasi a Baltimora,
non hanno esitato ad esprimersi sui temi più caldi nel loro Paese. Dall’attuale
situazione in Iraq, «inaccettabile e insostenibile», all’impegno politico dei
cattolici. La prima dichiarazione, “Una
richiesta per la cooperazione bipartisan per una transizione responsabile in
Iraq”, porta la firma del presidente della Conferenza, monsignor William
Skylstad, Vescovo di Spokane. La seconda, “Formare
le coscienze ad una cittadinanza fedele”, è frutto di numerose revisioni e,
per le stesse parole del Vescovo di Brooklyn, Nicholas DiMarzio, che lo ha
introdotto all’assemblea, è «una sfida alla politica per come è solitamente
concepita» e «non una guida al voto camuffata».
Nella sua prolusione di apertura
il vescovo Skylstad – che dal 2008 verrà sostituito alla presidenza dal
neo-eletto Cardinal Francis George di Chicago – ha parlato di “leadership” dei
presuli, di autorità. Di quella intesa, però, come servizio alla Chiesa e opera
ispirata all’esempio di Cristo. Necessaria, indispensabile: «Non possiamo esimerci
– ha detto – dalla nostra chiamata ad essere pastori, ad essere leader». A far
sentire la propria voce «per coloro che non sono nati, che hanno subito degli
abusi, i poveri, gli stranieri». Per la pace e per la giustizia. Ed è con molta
autorevolezza che il presidente, nella sua dichiarazione sull’Iraq, ha criticato
due forme di negazione che hanno portato alla paralisi politica ed umanitaria.
«Alcuni politici – ha detto – sembrano non riuscire a riconoscere a sufficienza
la realtà e gli errori in Iraq, e l’imperativo di trovare nuove direzioni». «Altri
– ha aggiunto – sembrano non saper riconoscere a sufficienza il potenziale
delle conseguenze umane di un ritiro troppo rapido». Bisogna invece concentrare
i propri sforzi per cercare di trovare un’adeguata risposta a domande difficili.
«Come si possono minimizzare ulteriori perdite di vite umane», ad esempio, o «come
contrastare le perversione di religioni e ideologie che supportano il
terrorismo, che in ogni caso merita una condanna». La stabilità dell’Iraq, hanno
detto i vescovi, è legata a quella dell’intera area mediorientale. Per questa
ragione è importante che gli USA si sforzino di collaborare con le altre
nazioni, comprese Iran e Siria. E che si impegnino a guidare il raggiungimento
di una pace equa tra Israele e Palestina. «Il nostro Paese – dicono – ha
bisogno di un approccio bipartisan alla politica sull’Iraq basato su un dialogo
onesto e civile».
«Non vogliamo dire ai cattolici
come votare» hanno dichiarato i presuli americani. «Cerchiamo di aiutare i
cattolici a formare le loro coscienze secondo la verità, così che possano far valutare
le scelte morali nell’affrontare queste sfide». Non solo la cittadinanza responsabile
è una virtù, ma la partecipazione alla vita politica è un obbligo morale. I
cattolici non devono quindi estraniarsi dalla politica, ma lavorare all’interno
dei partiti e comunicare le proprie preoccupazioni alle persone elette. I
presuli ribadiscono i “valori non negoziabili” tanto cari a Benedetto XVI: la
difesa della vita e della famiglia. Quindi no all’aborto, all’eutanasia, alla
clonazione o alla distruzione di embrioni, così come al razzismo e alla
tortura. E se da un lato, ammoniscono i vescovi, la posizione di un candidato
su un singolo tema non è sufficiente a garantire il voto di un elettore,
dall’altro una posizione che minacci anche uno solo di questi “valori non
negoziabili” può legittimare la decisione di un cittadino di rifiutare il sostegno
ad un candidato. In vista delle elezioni i cattolici dovrebbero «essere guidati
più dalle convinzioni morali che dall’attaccamento a un partito politico o a un
gruppo di interesse», perseguendo solo il “bene comune”. Questa è la risposta
dei vescovi USA alle polemiche su quale dei candidati alla Casa Bianca
beneficerebbe del sostegno dei cattolici. I quali – hanno detto i vescovi –
potrebbero sentirsi «politicamente disamorati» sentendo che «nessun partito e
pochi candidati» condividono pienamente l’impegno della Chiesa per la vita
umana e la dignità. Nessuna indicazione di voto, quindi, e nessuno spazio ad
accuse di ingerenza. «La tradizione di pluralismo della nostra nazione – hanno
detto – è valorizzata, non minacciata, quando i gruppi religiosi e le persone
di fede portano le loro convinzioni e le loro preoccupazioni nella vita
pubblica». Ma forse questo gli americani, contrariamente agli abitanti della
laicista Italia, lo hanno già capito.
