A 10 anni dalla morte, Craxi continua a dividere perché divisa è la storia d’Italia

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A 10 anni dalla morte, Craxi continua a dividere perché divisa è la storia d’Italia

19 Gennaio 2010

La polemica sulla figura di Bettino Craxi che ha infuriato nelle ultime settimane, tra la proposta del sindaco Moratti di intitolare una strada al leader socialista e l’approssimarsi del decimo anniversario della sua morte, che si celebra proprio oggi, ha avuto tratti spesso surreali. In molti interventi, inclusi alcuni tra quelli apologetici, si è ragionato sul rapporto tra la statura di statista di Craxi e la condizione di condannato e latitante che ha caratterizzato l’ultima parte della sua vita, sentenziando per il maggior peso dell’una o dell’altra. Ma quasi sempre mancava in essi un giudizio sul significato storico effettivo degli eventi dei primi anni Novanta, nel solo contesto dei quali le vicissitudini giudiziarie di Craxi possono essere correttamente interpretate.

Cosa stava davvero succedendo in quel periodo? Stava succedendo che un’ondata di inchieste giudiziarie e di campagne mediatiche aveva sovvertito da un giorno all’altro un elemento strutturale del sistema politico italiano del secondo dopoguerra: il finanziamento occulto delle strutture dei partiti da parte di attori economici statali e privati in cambio di favoritismi in appalti e opere pubbliche. Quel meccanismo aveva le sue origini nella “condanna” a governi di coalizione più o meno centristi dovuta alla presenza, a sinistra e a destra del quadro politico, di forti opposizioni antisistema delegittimate a governare in un assetto liberaldemocratico; nella frammentazione politica amplificata dal sistema elettorale proporzionale; e, infine, nella radicata centralità (ereditata dal regime fascista) dei partiti politici come “grandi mediatori” tra istituzioni e società, “supplenti” di welfare in un’economia asfittica e ancora in gran parte pre-industriale. Era, in breve, lo scenario che è stato definito della “partitocrazia”.
Con l’ampliamento delle maggioranze finalizzato a compensare la cronica instabilità di governo e con la redistribuzione di potere tra Stato centrale e autonomie locali, sempre più l’enorme potere discrezionale che i partiti di governo detenevano nella gestione delle pubbliche risorse si andò estendendo anche alle forze di opposizione, in un viluppo inestricabile che ha preso la denominazione di “consociativismo”. La concorrenza tra partiti e correnti per il consenso si traduceva, così, in una corsa sempre più frenetica al rastrellamento di fondi per la costruzione di macchine organizzative e burocrazie sempre più imponenti. Quando, nel 1974, venne introdotto per legge il finanziamento pubblico dei partiti, non a caso questa misura fu giustificata da più parti proprio come un mezzo per arginare la richiesta di “tangenti”, della cui esistenza e diffusione vi era evidentemente diffusa consapevolezza. E, non a caso, i nuovi fondi sortirono in realtà l’unico risultato di sommare i finanziamenti palesi a quelli occulti.
Ora, però, fino alla fine della guerra fredda e della democrazia “bloccata” le implicazioni illegali del finanziamento ai partiti non vennero mai considerate come tali dalle procure e dai tribunali italiani: salvo limitate ed episodiche eccezioni, in cui il sistema dei partiti oppose un argine difensivo tale da impedire di porre in discussione il meccanismo nel suo complesso. Al contrario, a partire dal 1992 prese avvio un vero e proprio effetto-valanga: le inchieste giudiziarie non soltanto si moltiplicarono, ma coinvolsero immediatamente i vertici dei partiti di governo (in particolare la Dc e il Psi), sfiorando invece solo marginalmente quelli di opposizione. Si era ormai prodotta nell’opinione pubblica prevalente e nella magistratura la convinzione che fosse caduto il tacito interdetto che fino ad allora aveva preservato il sistema corruttivo/concussivo della partitocrazia. In più, le inchieste si svolsero in una cornice generale di malcontento nei confronti della classe politica e di aspirazione a cambiamenti radicali nel sistema politico-istituzionale, che si espresse all’epoca in altri fenomeni politicamente gravidi di conseguenze come i referendum sulla legge elettorale (1991 e 1993) e il crescente successo elettorale della Lega Nord. I processi per illeciti finanziamenti, dunque, presero immediatamente l’aspetto di un vero e proprio “processo ai partiti” in quanto tali.

Il vero “reato” per il quale Bettino Craxi venne perseguito e condannato, insomma (e con lui i segretari e dirigenti delle altre formazioni di governo), non fu tanto la personale responsabilità in episodi corruttivi, quanto piuttosto la responsabilità “oggettiva” di capo di un partito che beneficiava largamente di finanziamenti illegali (la celebre formula, divenuta proverbiale nelle richieste di condanna, del “non poteva non sapere”).

Ma proprio qui sta la differenza sostanziale tra Craxi e gli altri leader politici travolti dal ciclone di “Mani pulite”: nel fatto, cioè, che mentre questi ultimi – soprattutto quelli della Dc – preferirono piegarsi sostanzialmente alla logica dei propri accusatori pur di attutire i danni, il segretario socialista si ribellò al mito della società civile vergine e oppressa, e della classe politica corrotta e rapace, che si era ormai imposto. Egli si rifiutò di fare la parte del capro espiatorio della “rivoluzione” condotta per via giudiziaria, di accettare il giudizio e passare sotto le forche caudine del nuovo giacobinismo antipartitico per legittimare il mutamento dell’assetto politico del paese. Nel celebre discorso pronunciato alla Camera dei deputati il 3 luglio 1992 in occasione del dibattito sulla fiducia al governo Amato, Craxi sostenne, appunto, che il finanziamento illecito accomunava l’intera classe politica, e che l’unica soluzione dignitosa ad esso sarebbe stata una collettiva presa di responsabilità, accompagnata da una svolta nelle regole politiche e istituzionali.

Come è noto, il richiamo di Craxi alla responsabilità delle forze politiche cadde allora nel silenzio. Ormai il mito antipartitico aveva saldamente attecchito nel paese, ed era divenuto il nuovo mainstream della cultura politica nazionale. La sinistra post-comunista e la destra post-fascista se ne erano rapidamente impadronite, compensando il tramonto delle loro ideologie e trovando un insperato modo di ribaltare la propria delegittimazione delegittimando a loro volta le forze liberaldemocratiche che avevano governato dal 1947 in poi.

Ma l’ondata antipolitica e antipartitica produsse in quei mesi convulsi anche un altro, imprevisto risultato. Pur presentandosi come espressione dello stesso “mito della società civile” allora imperante, Silvio Berlusconi con la sua “discesa in campo” cambiava repentinamente significato ad esso. Egli costruiva, infatti, uno schieramento di centro-destra mettendo insieme una improbabile alleanza tra post-fascisti, leghisti, cattolici moderati; ma soprattutto recuperando, sotto lo schermo del “nuovismo”, gli elettori e i quadri delle vecchie maggioranze centriste e di centrosinistra, in primis quelli della Dc e del Psi.  

Il nuovo sistema politico della “seconda Repubblica” si articolò da allora in poi in senso bipolare sulla contrapposizione ad personam tra filoberlusconiani e antiberlusconiani. Ma ad un livello più profondo esso presupponeva in realtà una divisione fondamentale tra quanti, a sinistra e a destra, avevano fatto dell’antipartitismo moralista-giustizialista la nuova ortodossia ideologica e quanti, sulla scia di Craxi, lo rifiutavano come una forzatura ingiusta e strumentale, come una manovra per scardinare i fondamenti della legittimità democratica in favore di oligarchie sociali, economiche e istituzionali. Questi ultimi erano concentrati soprattutto nel centrodestra, ma non mancavano nelle minoranze moderate, cattoliche e laiche, del nuovo centrosinistra. Il primo schieramento sommava, invece, alla classe politica del Pds/Ds (poi all’ala predominante del Pd) e di An corpi dell’apparato dello Stato impauriti dalla sparizione dei partiti-mediatori di eredità fascista e “primo-repubblicana”, grandi gruppi industriali e finanziari adusi a quella stessa mediazione, gruppi editoriali che dei loro interessi erano l’espressione diretta, sindacati baricentrati sul pubblico impiego. Si comprende tra l’altro, in questo quadro, la quasi totale uniformazione della sinistra post-comunista al giacobinismo “giustizialista”, così come dall’altro lato il disagio di An prima, e di Fini poi, nella convivenza con Berlusconi.

E’ questa, insomma, l’eredità attualissima del Craxi “imputato” e “latitante”: né più né meno che una lettura storica della transizione di sistema della democrazia italiana. Ed è per questo che il giudizio storico-politico su di lui suscita ancora contrapposizioni così profonde. Esso porta inevitabilmente alla luce, infatti, gli equivoci che si annidano nell’attuale assetto politico bipolare, evidenziando il cleavage tra moderatismo e giacobinismo antipolitico che sta alla sua base e la febbre ricorrente della delegittimazione che ne impedisce l’ordinato dispiegamento.