A destra o sinistra chi vota lo fa per interesse e non per quel che dice la Tv

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A destra o sinistra chi vota lo fa per interesse e non per quel che dice la Tv

A destra o sinistra chi vota lo fa per interesse e non per quel che dice la Tv

26 Marzo 2010

Commentando uno scritto di Stefano Rodotà sulla laicità dello Stato democratico e sul principio di autodeterminazione in campo bioetico, Carlo Bellieni – v. ‘Caro Rodotà la laicità è qualcosa di più di un’impossibile autodeterminazione’, ‘L’Occidentale’ dell’11 marzo u.s. – si è chiesto: “L’autodeterminazione è attuabile? Pensare che le nostre decisioni (a partire dal tipo di studi che intraprendiamo, dal tipo di auto che compriamo, dai programmi TV che guardiamo o dal giornale che leggiamo) siano scelte davvero libere è difficile da sostenere. Viviamo immersi dentro messaggi mediatici fatti apposta per condizionare: professionisti sono pagati per studiare colori, slogan, materiali per suggestionarci, e alcuni arrivano a farlo in tutto, fino ad inventare malattie fittizie per convincere la popolazione di avere malattie inesistenti e comprare farmaci (è il fenomeno del ben noto disease mongering), e ci riescono. Ricordiamo più le musiche degli spot TV che un’aria cantata da Bocelli; abbiamo appena pubblicato uno studio in cui mostriamo che il potere della TV sui nostri riflessi è molto maggiore di quello che ha ascoltare un semplice racconto (European Journal of Pediatrics, in press), ad ogni angolo di strada vediamo cartelloni che inneggiano allo stesso-identico-immutabile stile di vita e saremmo liberi di decidere? Siamo davvero padroni o sovrani di come ci vestiamo, di quanti figli facciamo (i sondaggi mostrano che di figli le donne italiane ne vorrebbero molti, ma poi ne fanno 1, max 2 ? |….| Ma se le scelte non sono libere, non abbiamo forse bisogno di un clima sociale che ci aiuti a non essere preda delle influenze socio-mediatiche che ci vogliono piegati ad una cultura in cui si vale solo se si produce? E l’unica chance di sopravvivenza è non restare isolati, facilmente schiacciabili e controllabili dai media e dalla moda”.

Sono considerazioni che preoccupano quanti, avendo a cuore le sorti della democrazia liberale, vorrebbero vederla sostenuta da una “political culture” realistica, calata nei fatti e immune da ogni nostalgismo aristocratico. I filosofi chiamano ‘fallacia naturalistica’ la derivazione del ‘dovere’ dall’essere ovvero di un “diritto” da un “fatto”. Bellieni ritiene che non essendoci le condizioni sociali per l’effettivo esercizio di un diritto come l’autodeterminazione (un diritto peraltro da lui non riconosciuto in campo bioetico), vien meno ogni pretesa di rivendicarlo da parte dei cittadini. L’armamentario argomentativo, al quale attinge con una certa dose di ingenuità, è quello che da sempre utilizzano gli avversari della democrazia e del suffragio universale, di destra e di sinistra: l’incultura delle masse, la loro esposizione ai maghi e agli illusionisti dell’informazione, la loro conseguente mancanza di discernimento etc.

Un avversario della democrazia, che per il suo radicalismo riscuoteva le simpatie sia degli anarco-sindacalisti sia dei fascisti, Georges Sorel (1847-1922), così compendiava nelle Riflessioni sulla violenza (1908) le sue riserve: "La democrazia elettorale assomiglia assai al mondo della Borsa; nell’un caso come nell’altro occorre operare sulla ingenuità delle masse, comprare 1’appoggio della grande stampa, e aiutare il caso per mezzo di un’infinità di astuzie; non vi è una grande differenza tra un finanziere che introduce sul mercato affari che fanno molto chiasso e che andranno a picco nel giro di pochi anni, e il politicante che promette ai suoi concittadini una infinità di riforme che non sa come fare a ottenere e che si convertiranno soltanto in una pila di scartoffie parlamentari. Gli uni e gli altri non sanno niente di produzione, e tuttavia si ingegnano per imporsi ad essa, mal dirigerla e sfruttarla senza il minimo scrupolo : essi sono abbacinati dalle meraviglie della industria moderna e ritengono ,gli uni e gli altri, che il mondo rigurgiti di ricchezze abbastanza perché si possa comodamente derubarlo, senza sollevare troppo gli strepiti dei produttori; tosare il contribuente senza che questi si rivolti – ecco l’arte del grande uomo di Stato e del grande finanziere. Democratici e uomini d’affari hanno una scienza tutta particolare per fare approvare le loro furfanterie dalle assemblee deliberanti; il regime parlamentare è truccato allo stesso modo delle riunioni di azionisti. Probabilmente è per via delle affinità psicologiche profonde, derivanti da questi modi di operare, che gli uni e gli altri si intendono in maniera tanto perfetta: la democrazia è il paese della cuccagna sognato dai finanzieri privi di scrupoli “. E ancora: “ Se ci si occupa di elezioni, bisogna subire certe condizioni generali, le quali si impongono in modo ineluttabile a tutti i partiti, in tutti i paesi e in tutti i tempi. Quando si è convinti che l’avvenire del mondo dipende dalle tabelle elettorali ,dai compromessi conclusi tra persone influenti e dalle vendite dì favori, non si possono tenere in gran conto gli obblighi morali che impedirebbero di indirizzarsi ove più evidente si manifesta il proprio interesse. L’esperienza mostra che in tutti i paesi in cui la democrazia può sviluppare liberamente la sua natura viene alla luce la più scandalosa corruzione, senza che nessuno ritenga utile il dissimulare le proprie mascalzonate”.

Nel discorso di Bellieni il posto dei finanzieri e dei politici che vivono “di” politica, è stato preso dai produttori di spettacoli, di programmi televisivi, di mode ma il risultato è lo stesso: "le scelte non libere”, l’impossibilità di decidere il nostro destino e di sottrarci allo “allo stesso-identico-immutabile stile di vita”. Da diagnosi così pessimistiche non possono certo derivare prognosi che si accontentino di semplici ritocchi al sistema: sarebbe come curare la broncopolmonite col vin brulé. Ad essere coerenti, bisogna pensare a un nuovo “clima sociale che ci aiuti a non essere preda delle influenze socio-mediatiche che ci vogliono piegati ad una cultura in cui si vale solo se si produce”. Se le parole hanno senso e peso, non si vede come tale clima possa venir creato senza elaborare una impegnativa strategia politica e culturale che, in sostanza, riproponga lo stato etico o pedagogico, “ l’unica chance di sopravvivenza” per non “restare isolati, facilmente schiacciabili e controllabili dai media e dalla moda”. Se è scandaloso che le musiche degli spot TV vengano ricordate più di un’aria di Bocelli (in realtà, per gli spiritosi conduttori della radiofonica ‘Barcaccia’, musicologi tanto competenti quanto irriverenti, non si vede dove sia lo scandalo, ma lasciamo stare…), non si riesce a pensare nessun rimedio efficace al di fuori di una drastica riforma dei programmi scolastici, che introduca materie tipo ‘etica pubblica e sociologia della comunicazione’ o del rigido controllo, da parte di un’elite saggia e responsabile, di tutta l’emittenza televisiva, pubblica e provata. Insomma via il ‘Cuore matto’ dallo spot ministeriale di prevenzione del colesterolo e avanti giorno e notte col Bocelli di “ Con te partirò/ su navi per mari/ che, io lo so,/ no, no, non esistono più,/ con te io li vivrò.”.

Lo stile di pensiero di Bellieni caratterizza, in Italia, tutte le ‘scuole di pensiero’ nemiche del liberalismo e di quel principio della sovranità del consumatore che faceva scrivere a Ludwig von Mises(1881-1973), ne ‘Lo Stato onnipotente’ (Ed. Rusconi 1995), “ Il mercato è una democrazia in cui ogni penny dà un diritto di voto e dove la votazione viene ripetuta ogni giorno”. Ma quale mercato, obiettano i critici della mass society, non vedete che è tutto un inganno, che i persuasori occulti determinano gli ‘stili di vita’, impongono le merci, esercitano, attraverso la moda, una vera e propria tirannia sulle menti, sconvolgono i costumi e preparano il tramonto dell’identità e dell’autenticità? “ Nei regimi democratici – così Domenico Fisichella riassume ‘Le ragioni del torto’ ovvero la ‘critica di destra alla democrazia’ (Ed. Marco 2002) –  c’è la spasmodica necessità di raccattare consensi ovunque e comunque, a costo di svendere ogni valore, principio, ideale, i valori, princìpi, ideali diventano strumenti plastici di convenienza contingente, da tirar fuori quando servono, da dimenticare quando è utile. Può accadere in più di un regime politico, ma in democrazia accade in sommo grado, perché ivi il consenso è sempre meno il riconoscimento dell’aderenza agli interessi e credenze costanti della comunità e dell’autorità che li esprime, e sempre più la coincidenza emotiva e posticcia tra pronunce estemporanee dei governanti e stati d’animo dei governati, il tutto all’insegna di un irrefrenabile delirio parolaio”.

Progressisti o conservatori, la musica è sempre la stessa – il cittadino/consumatore è un essere eterodiretto, che crede di essere libero ma, in realtà, è manipolato da invisibili Simon maghi che, nei regimi democratici come in quelli dittatoriali, riescono agevolmente a ridurlo a uomo/massa. Certo destra e sinistra convergono sul fatto in sé ma divergono nettamente sul “cui prodest”, sull’individuazione dei beneficiari di questo mostro tentacolare che non emana ukase ma messaggi pubblicitari, e, soprattutto, sui rimedi e sulle forme che dovrà darsi una “civiltà alternativa”. Per la destra, sembra di capire, la cura d’urto è da ricercare nel ritorno ai vecchi, buoni, pastori di un tempo. Occorre riscoprire le radici cristiane (se non cattoliche) della moderna società occidentale, riconciliandosi unicamente con quel liberalismo che si sarà mostrato capace di ripensare la sua ispirazione religiosa. Di qui la costituzionalizzazione del ‘diritto della vita’ e la proibizione assoluta di porvi fine in nome di un valore effimero e mondano come la ‘qualità della vita’ che introdurrebbe considerazioni estetiche ed edonistiche in una dimensione che dovrebbe restare esclusivamente etica.

Per la sinistra, al contrario, non è un male l’azzeramento dei “costumi” antichi indotto dai processi di modernizzazione e di secolarizzazione, dall’espansione industriale e dal rapido avanzamento delle scienze e delle tecniche. La ‘società degli atomi’, di per sé, comporta l’emancipazione dalle catene della tradizione, dai codici di ceto, dall’oppressione di classe. Sotto processo è il fatto che “le magnifiche sorti e progressive” finora abbiano favorito capitalisti, finanzieri, signori dell’etere, padroni della carta stampata etc. L’eguaglianza resa possibile, in teoria, dallo sviluppo prodigioso delle nuove tecnologie produttive e dei mezzi di comunicazione, viene in pratica neutralizzata dal loro uso e dalla loro appropriazione privata. La ricetta salvifica, quindi, è più eguaglianza, mass media accessibili a tutti, fine del regime di oligopolio. Assicurare una effettiva ‘par condicio’ nell’utilizzo dei mass media a tutte le espressioni più significative della ‘società civile’, significa abbattere i poteri che, avendone ora il controllo, sono in grado di spostare voti, creare nuove sensibilità, suscitare ondate emotive programmate con fredda determinazione, gettare il discredito su quanti si battono sulle barricate dell’emancipazione degli sfruttati e dei diversi etc. Ne consegue, implicitamente, che il voto popolare non sarà mai genuino finché non si sarà dato a ogni partito, a ogni movimento, a ogni associazione lo stesso spazio mass-mediatico di cui dispongono oggi i pochi ‘beati possidentes’. Sennonché come assicurare, una effettiva eguaglianza dei punti di partenza senza concentrare nelle mani del governo un potere enorme di ridistribuzione di risorse televisive? Tenendo conto della limitatezza delle fasce orarie di maggior ascolto e dell’elevato numero di attori che vorrebbero accedervi, si renderebbero necessarie riforme così radicali da fuoruscire dall’economia di mercato. Se non si incidesse in profondità, infatti, rimarrebbero sempre – pur risolto il tormentone del ‘conflitto di interessi’ – diseguaglianze di potere e di influenza tra imprenditori della comunicazione dotati di grandi risorse e gli altri costretti a sopravvivere con deboli share di ascolto. Il che delegittimerebbe, ancora una volta, i vincitori della competizione elettorale sostenuti dai canali TV “forti”.

Mettendo da parte, però, i ‘costi della eguaglianza’ e tornando alla diversa, sconsolata, visione dell’età delle masse, non si può fare a meno di rilevare che, per un verso o per un altro, sull’elettore che ha depositato la sua brava scheda nell’urna grava un terribile sospetto:” non ha scelto e ragionato con la sua testa ma ha espresso un voto irrazionale, a beneficio di altri”. Siamo alle solite, alla inguaribile diffidenza nei confronti dell’”uomo qualunque” al quale non si accredita nessuna ragionevolezza, nessuna capacità di perseguire il suo ‘interesse bene inteso’. Ma davvero “l’uomo della strada” merita tanto disprezzo? Che lo creda Giovanni Sartori, fattosi in vecchiaia psicanalista sociale dell’homo videns, si può capire, che lo ripetano i partiti sconfitti e bisognosi di un capro espiatorio per autoassolversi è non meno comprensibile ma che lo scrivano i professionisti dell’informazione e i maîtres-à-penser è davvero preoccupante.

Personalmente conosco molti elettori del centro-destra e del centro-sinistra, con diverso titolo di studio, tutt’altro che plagiati o indottrinati . Spesso non votano “per il meglio” ma “per il meno peggio” – giacché siamo sempre allo stesso punto, dopo più di sessant’anni di democrazia, il voto in Italia più che “a favore di” qualcuno è “contro” qualcuno – ma, in ogni caso, ragionano, eccome!, sulle loro opzioni. Ebbene perché dovrei ritenere irrazionale il voto dato al PDL dal mio edicolante, oppresso dal fisco e da adempienze burocratiche sempre più vessatorie e costose? E perché dovrei ritenere ‘eterodiretto’ il voto dato al PD dall’operaio di un’azienda in crisi, interessato a salvare il posto di lavoro, al di là di ogni considerazione di economia aziendale? Per la sinistra rifiutarsi di pagare le tasse è segno di mancanza di senso civico – senza una ‘giusta’ imposizione fiscale è difficile sostenere il Welfare State, scuole, ospedali, istituti assistenziali etc.. Ammettiamolo pure: il mio edicolante è un egoista ma che senso ha considerarlo ‘vittima’ di Rete 4 o della ‘cultura’ del ‘Grande Fratello’? E’ talmente autodiretto, invece, che pensa in primo luogo a se stesso e a un menage familiare, che sarebbe più sopportabile senza le ‘tasse’. Analogamente, cosa dovrebbe indurmi a giudicare non autonomo il comportamento dell’operaio che teme la cassa integrazione e chiede che si torni al periodo felice in cui persino i panettoni erano prodotti dallo Stato (attraverso l’IRI) e, quindi, da un ente che difficilmente licenziava il personale in esubero? Nell’uno e nell’altro caso, si può parlare, semmai, di comportamenti non razionali in riferimento alle conseguenze ‘a lungo termine’ dell’agire: far sopravvivere il piccolo commercio, alleggerendo le imposte, potrebbe significare tener fuori dai mercatini rionali la grande distribuzione con i suoi prezzi dimezzati (i negozi che chiudono i battenti nei quartieri popolari ne causano, tuttavia, col tempo, il degrado umano e sociale); mantenere in vita aziende ‘bollite’ comporta uno spreco di risorse che, alla lunga, si ripercuote sul tenore di vita di tutti i ceti. Tali possibili conseguenze, però, non tolgono nulla alla ‘razionalità specifica’ dei due elettori che, nelle loro decisioni, sono unicamente influenzati – come in fin dei conti è giusto – da preoccupazioni pro aris et focis più che da Emilio Fede o da Michele Santoro.

Diversi anni fa, un referendum che proponeva, in sostanza, un ridimensionamento drastico delle TV commerciali venne sonoramente bocciato dagli elettori di sinistra e di destra. Un operaio demoproletario mi spiegò il suo voto senza troppi giri di parole:” perché dovrei privarmi di canali che posso vedere gratuitamente?” Una scelta irrazionale? E da quale punto di vista? Certo dal punto di vista di Carlo Bellieni e di Stefano Rodotà entrambi, per ragioni diverse, timorosi delle “masse gregarie”.

Dino Cofrancesco