A giugno ci vorrà una manovra da 10-12 mld di euro

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A giugno ci vorrà una manovra da 10-12 mld di euro

29 Gennaio 2008

Se
ci si basasse su considerazioni unicamente di tornaconto elettorale, le forze
politiche all’opposizione in questa XVesima legislatura dovrebbero accettare la
proposta del leader del Partito Democratico di un Governo istituzionale di 8-12
mesi per riformare assetto parlamentare, funzioni e poteri del Presidente del
Consiglio, normativa elettorale, le principali istituzioni economiche ed i
regolamenti parlamentari.

Ove si individuassero personalità gradite ad ambedue
gli schieramenti per dar vita ad un Esecutivo (nonché disponibili a prendere,
in questa fase, in mano la guida del Paese senza un mandato elettorale), il
centro-destra incasserebbe, nell’immediato, nomine bipartisan a Enel, Eni,
Finmeccanica, enti previdenziali, Rai e quant’altro.

Potrebbe, poi, smarcarsi
della conduzione della politica economica e dalle responsabilità ad essa
inerenti. Avrebbe la certezza di una vastissima vittoria elettorale nella
primavera del 2009. Non solamente è difficilmente concepibile che si possa fare
in 8-12 mesi (ed in clima politico come l’attuale) la “grande riforma” tentata
ma mai realizzata (per l’opposizione della sinistra) sin dagli Anni Ottanta, ma
la situazione economica dell’Italia non può che peggiorare in un 2008 difficile
per l’intero gruppo dei Paesi industrializzati ad economia di mercato.

Infatti, nove dei 20 maggiori centri
internazionali di ricerca econometrica previsionale stimano già oggi che nel
2008 la crescita economica dell’Italia sarà inferiore allo 0,8% (quindi quasi
la metà di quanto assunto nelle ipotesi della nota di aggiornamento del Dpef
sulla cui base è stata concepita la legge finanziaria, successivamente pure
dilatata nel corso dell’iter parlamentare). Ciò vuole dire che per fare
quadrare i conti e soddisfare gli impegni europei, chiunque sarà a Palazzo
Chigi e a Via Venti Settembre il prossimo giugno (scadenza dell’”assestamento
di bilancio”) dovrà effettuare una manovra di almeno 10-12 miliardi di euro
(l’equivalente di una nuova finanziaria) riducendo spese ed aumentando entrate.

La cifra potrebbe essere ancora maggiore se:

a) il differenziale tra i tassi
d’interesse sui Btp decennali ed i Bund continua a crescere dopo avere già
raggiunto, in questi giorni, la punta più alta degli ultimi otto anni e/o

b) il
marasma finanziario che dagli Usa sta colpendo Germania e Francia si espande
all’Italia. A riguardo, la delegazione del Fondo monetario internazionale a
Roma dal 24 gennaio ha espresso preoccupazione per la situazione di alcune
banche italiane: venerdì primo febbraio terrà una riunione non di mera cortesia
con i maggiori banchieri del Paese.

La scadenza di giugno è particolarmente
importante perché la situazione della finanza pubblica italiana arriverebbe
davvero alla soglia dell’insostenibilità nell’ipotesi (ventilata la sera del 28
gennaio) di fare in quel mese le elezioni: si rischierebbe di dover fare una
manovra di aggiustamento ancor più dura in agosto (come fece il Governo Amato
nel 1992): in effetti, spalmare, per così dire, un’operazione di 10-12 miliardi
su quattro mesi pesa molto di più che spalmarla su sei mesi.

A
questi problemi macro-economici e di finanza pubblica, si aggiunge una lunga
lista di temi settoriali e micro-economici lasciati in eredità dalla disUnione
prodiana. Cosa avverrà al riassetto delle authority ed alla messa a punto dei
decreti delegati previsti dalla contro-riforma della previdenza?  Che succederà al negoziato tra Alitalia e
AirFrance-Klm e all’alta velocità? Come dar corpo all’alleggerimento della
regolazione dato che i costosi studi effettuati in questi 20 mesi hanno
riguardato solamente i vivai, i frantoi ed i biscottifici? Che fine faranno le
richieste di aumento dei salari reali e/o del potere d’acquisto delle famiglie?

L’elenco degli interrogativi potrebbe continuare dato che il peso
dell’indecisione governativa che ha caratterizzato l’Italia dalla primavera
2006 ha lasciato un’eredità gravissima. E’ tale da fare tremare. Sono nodi che
è difficile pensare che possano essere sciolti da un Governo istituzionale a
termine che non goda di un mandato elettorale forte.

Il
tornaconto elettorale, dunque, cozza con le responsabilità nei confronti
dell’Italia e degli italiani. Il primo consiste nel ritardare le elezioni ed
avere una vittoria certa e solida non soltanto per la prevedibile resa dei
conti all’interno della sinistra (i “prodiani” sono già sul piede di guerra
contro i “veltroniani”) e dello stesso Partito Democratico ma perché è arduo
prevedere (con la squadra che pare avere in mente Veltroni) una conduzione
dell’economia (in un contesto internazione più complicato) migliore di quella
degli ultimi 20 venti mesi. Le seconde richiedono che si scenda in campo con
una legge elettorale altamente imperfetta per cercare di mettere l’Italia sul
sentiero della crescita.

Lo
dice peraltro a tutto tondo da circa tre settimane (ossia da prima che la crisi
si aprisse sotto il profilo formale), un sondaggio del Club dell’Economia: il
70% di coloro che hanno risposto all’inchiesta consideravano un bene per
l’economia del Paese una crisi di Governo “perché ridurrebbe il peso del
deficit e del debito”; il 28% la giudicava “un male perché si perderebbe
l’occasione di spendere di più per le pensioni e per le fasce disagiate; circa
il 2% era invece indeciso.

Occorre,
dunque, mettersi al lavoro con un saldo supporto elettorale. Prima che sia
troppo tardi.


Riferimenti

Gomes F., Kotlikoff L, Viceira L. The Excess Burden of Government Indecision” NBER Working Paper No.
W12859

Linzert T. Schmidt S. “What
Explains the Spread between the Euro Overnight Rate and the ECB’s Policy
Rate?”
 
Zentum Fuer Europaeische
Wirtschaftsforschung (ZEW) – Center for European Economic Research Discussion
Paper No. 07-076