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A Napoli hanno vinto il partito della protesta e dell’astensione

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Il nuovo sindaco di Napoli ha promesso. E ora deve mantenere. I napoletani aspetteranno questi sei mesi per veder decollare la raccolta differenziata fino al 60%. Se così fosse, si abbatterebbe probabilmente la statua di Garibaldi per metterne una del magistrato-sindaco. Ma andiamo con ordine.

Il nuovo sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, si è insediato a Palazzo San Giacomo e si è messo subito al lavoro per presentare la nuova giunta entro lunedì. Trapelano nomi del mondo universitario come Lida Viganoni, rettore all’Orientale; Pasquale Persico, docente di Economia all’università di Salerno; Claudio Claudi, preside della facoltà di Architettura della Federico II; Tullio Jappelli, economista della Federico II; Carmine Gambardella, preside della facoltà di Architettura della Sun. Tanti nomi importanti, ma la vera sfida di De Magistris sarà quella di dimostrare il suo grado di capacità amministrativa, anche perché molti dei suoi fidi collaboratori saranno anche ottimi professori, ma alla prima esperienza governativa.

In tanti stanno ancora festeggiando, eppure, confrontando i dati con le ultime elezioni comunali, De Magistris ha ricevuto 40 mila preferenze in meno rispetto alla Iervolino (che vinse al primo turno), peraltro al ballottaggio dove i voti si concentrano molto di più, essendoci solo due candidati. L’affluenza è stata molto bassa (il 50%) e, infatti, il pm è diventato sindaco con il 30% dei voti dei napoletani aventi diritto. “Nulla quaestio”. La vittoria c’è stata e anche molto larga. C’è, però, da sottolineare il fatto che il voto non segna un’avanzata della sinistra, anzi. Il numero di elettori che ha votato il centrosinistra è inferiore rispetto a quello di cinque anni fa, così come coloro che hanno scelto il centrodestra. Diciamo che queste elezioni sono state vinte dal partito del “non voto”. Sia chiaro, anche la scelta dell’astensione ha le sue motivazioni e la causa, in questa circostanza, può essere ricercata nella mancanza di un’alternativa valida. La maggior parte degli elettori del centrodestra (o semplicemente dei delusi) ha preferito probabilmente starsene a casa e questa scelta deve far riflettere molto i vertici di un partito che avrebbe dovuto stracciare gli avversari, specialmente dopo quello che erano riusciti a combinare in questi ultimi cinque anni.

Ovvio che in questi casi il primo imputato sia il partito con i suoi vertici. Il Pdl campano dovrà, a questo punto, “svecchiarsi” e cambiare radicalmente l’assetto territoriale se vorrà essere in grado di dare quelle risposte che evidentemente non è riuscito a dare a questo turno di amministrative.

La vittoria di De Magistris non solo obbliga il Pdl ad un’attenta analisi, ma costringe anche il Pd, che ha perso un’infinità di voti, ad interrogarsi su come strutturare la propria proposta politica, al momento incentrata più che altro sull’anti-berlusconismo fine a se stesso; proprio per questo motivo in molti pensano che quello di domenica, sia stato un voto di pancia, di protesta, al pari di coloro che hanno deciso di non esprimere la propria preferenza. Resta il fatto che con un’affluenza così bassa e un ritorno a climi di odio politico è stata solo Napoli a restarne ferita.

Il resto si sa, lo hanno visto tutti, è la storia di fazzoletti e bandane arancioni, di cori, di grida, di salti in piazza, fuochi d’artificio e “Bella Ciao”. Basterà tutto questo per risollevare Napoli dal degrado in cui si trova? Basterà un sindaco che si pone un po’ come Masaniello e un po’ come uno sceriffo? Ma, soprattutto, basterà questa sconfitta al Pdl per rivedere completamente il suo assetto campano e a Berlusconi per capire che è arrivato il momento di fare le riforme e dare attuazione al suo progetto liberale? Ora o mai più. La sfida è lanciata.

 

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