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A Roma Sarkozy lancia la nuova Europa

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Inseguito dalla stampa scandalistica, desiderosa di conoscere la nuova pagina del feuilleton su Carla Bruni, e assediato da quella economica sul caso Alitalia-Air France, come oramai accade costantemente dalla sua elezione all’Eliseo, Nicolas Sarkozy ha evitato il barnum mediatico da lui creato ad arte e ha posto sul tavolo un altro tema fondamentale per il futuro dell’Europa e dell’Occidente: lo spazio che la dimensione religiosa deve occupare all’interno delle dinamiche politico-sociali delle nostre democrazie liberali.

L’incontro con Benedetto XVI, ma soprattutto lo storico discorso pronunciato a San Giovanni in Laterano, sono destinati ad entrare nella storia per i concetti espressi e per la particolare congiuntura mondiale nella quale sono stati pronunciati. In questo ambito, quella di Sarkozy è una rupture solo apparente. Per chi frequenta gli scritti e le riflessioni dell’attuale inquilino dell’Eliseo, e soprattutto per chi ha avuto il piacere di leggere il suo testo del 2004 (La Repubblica, le Religioni, La speranza), sa che Sarkozy a San Giovanni in Laterano ha espresso alcune convinzioni radicate e frutto di profonde riflessioni, che hanno davvero poco di opportunistico.

Il primo punto affrontato riguarda la Francia e il suo caratterizzarsi secondo una doppia identità: cristiana («Le radici della Francia sono essenzialmente cristiane») e laica («laicità come condizione della pace civile»). Fino a qua verrebbe da dire nulla di particolarmente nuovo. Sarkozy ha però aggiunto, già su questo argomento, un surplus di riflessione: la laicità delle origini, quella della Legge di Separazione del 1905 (spesso citata in Italia, ma della cui evoluzione pochi conoscono il vero significato) è stata troppo spesso sinonimo di espulsione del religioso dallo spazio del politico e discriminazione dei cristiani fino a lasciarli in un vero e proprio stato di minorità politico-sociale, per lo meno fino al post seconda guerra mondiale quando, anche grazie al loro imponente sforzo resistenziale, sono stati finalmente e completamente accolti all’interno dello spazio della République. A tal proposito, e solo per inciso, basti pensare al vero e proprio odio giacobino nei confronti dei corpi intermedi, «malattia transalpina» che nel corso del suo sviluppo democratico si è manifestata contro la società civile nel suo complesso, si trattasse di sindacati o di congregazioni religiose.

Ma è proprio l’avversione transalpina per i corpi intermedi che permette a Sarkozy di procedere nella sua riflessione e allargare lo sguardo all’intera Europa, citando non a caso l’allora Cardinale Ratzinger e la sua «Europa nella crisi delle culture». «È interesse di ogni sviluppo democratico moderno che esista una morale laica, ma è altrettanto necessario che accanto a questa conviva una morale religiosa». Ecco il punto veramente rivoluzionario dell’intervento di Sarkozy: serve una «laicità positiva, che pur vegliando alla libertà di pensare, a quella di credere o non credere, non consideri le religioni un pericolo, ma piuttosto un punto a favore». Tutto ciò deve naturalmente valere per la Repubblica francese, ma finisce necessariamente per assurgere a vero e proprio valore europeo.

La laicità della quale ha parlato Nicolas Sarkozy in San Giovanni in Laterano è allora un antidoto allo scontro tra civiltà e soprattutto tra religioni, ma è soprattutto un antidoto all’espulsione del religioso dallo spazio del politico. La «laicità positiva», figlia di quella «laicité apaisée» del quale Giovanni Paolo II aveva parlato nella lettera inviata all’episcopato francese nel 2005 in occasione del centenario della Legge di Separazione, rende la religione, pur rispettosa degli spazi che il modello liberal-democratico le concede, un perno centrale nella costruzione del nuovo Occidente europeo.

Parlare di «laicità positiva» significa dunque ribadire un concetto cardine più volte affrontato dal pontefice Benedetto XVI: la libertà di religione non può essere liquidata alla stregua del concetto di libertà di culto e la fede non può essere catalogata come esclusivo affare privato. Con il discorso in San Giovanni in Laterano Sarkozy ha sottolineato l’importante contributo alla vita politica e sociale che il sentimento religioso può offrire.

Questa linea sottile ma salda che lega la riflessione del Presidente francese e la sensibilità del Pontefice ha trovato un altro punto di contatto nella necessità di riscoprire il Mediterraneo come luogo di fecondo incontro tra le tre grandi tradizioni religiose monoteiste e di conseguenza come strumento per scongiurare il tragico ed altrimenti inevitabile scontro di civiltà

«L’Europa ha troppo spesso girato le spalle al Mediterraneo», così Sarkozy nelle battute conclusive del suo intervento di San Giovanni in Laterano. Anche in questo caso, la successiva cena di lavoro con Prodi e Zapatero e il lancio di un grande summit Mediterraneo del 13 luglio 2008, in piena Presidenza francese dell’Ue e un giorno prima del Consiglio europeo di Parigi, sono il frutto di una riflessione approfondita e di lungo periodo. Nicolas Sarkozy ha parlato infatti per la prima volta di Unione mediterranea nel corso della campagna elettorale, precisamente a Tolone, nel febbraio 2007 e ha ribadito la proposta non appena eletto, nel discorso della sera del 6 maggio 2007.

Alla base del progetto, per il momento non ancora troppo chiaro nei suoi dettagli, oltre alla presa d’atto del totale fallimento del Processo di Barcellona avviato nel 1995 e al già citato significato profondamente ideale, vi sono tre obiettivi strategici di medio-lungo periodo. Innanzitutto la presa di coscienza della necessità che l’Europa si doti di una sua politica medio-orientale seria e coerente, impossibile da attuare senza rapporti istituzionalizzati con i principali Paesi che si affacciano sul Mediterraneo. In secondo luogo, e strettamente legata a questa, la necessità che la Ue sia in grado di proporre un’efficace politica per l’immigrazione. Anche da questo punto di vista le differenti percezioni del fenomeno immigrazione tra i Paesi dell’Europa meridionale e quelli del nord Europa impongono uno sforzo aggiuntivo da parte di chi si trova a dover affrontare costantemente questa complessa sfida-opportunità (per altro l’idea di Europa mediterranea si unisce strettamente al concetto di «immigrazione scelta» che Sarkozy sta portando avanti a livello di politica interna). Il terzo obiettivo fondamentale è quello di contrastare, o meglio sarebbe dire bilanciare, lo spostamento dell’asse strategico dell’Ue, che dopo gli allargamenti del 2004 si muove verso est. Da questo punto di vista è inevitabile che tra Parigi e Berlino finisca per innescarsi, almeno inizialmente, una logica competitiva e da qui l’opposizione tedesca alla proposta francese. Sul medio-lungo termine non è escluso che il «direttorio a tre» dell’Europa si strutturi anche secondo tre distinte sfere di influenza. A Londra la «delega» sui rapporti euro-atlantici, a Berlino quella sui Paesi dell’Est e sulla Russia e alla Francia la «delega» mediterranea.

Le evoluzioni future, e soprattutto il semestre di Presidenza francese dell’Ue, non a caso l’ultimo prima della fine del meccanismo di rotazione, potranno dirci qualcosa di più sul progetto di Unione Mediterranea e sui nuovi equilibri interni all’Ue. Al momento, ciò che resta del viaggio romano di Sarkozy, è ancora una volta, dopo le tappe americane e quelle nell’est europeo, lo sforzo continuo nel tentativo di ri-edificare i contorni di un nuovo Occidente europeo proprio a partire dalle sue radici più profonde, in questo caso quelle religiose e quelle mediterranee.

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