A Teheran è già scattata la sindrome da bunker per gli ayatollah
30 Novembre 2011
Le durissime parole con cui il Segretario di Stato americano Hillary Clinton ha bollato l’assalto all’ ambasciata britannica a Teheran, danno la misura della tensione che attraversa i cieli di quella turbolenta città per raggiungere le stanze decisionali di Gerusalemme, Londra, Washington e Beirut.
La sensazione diffusa tra gli osservatori internazionali è che la situazione nel regime degli ayatollah da periclitante si vada rapidamente trasformandosi in esplosiva e non solo per via dei continui incidenti registrati nei pressi delle basi missilistiche e degli impianti nucleari di ricerca.
Nel loro bunker, i massimi vertici persiani ripetono con regolarità maniacale che le operazioni di guerra psicologica ordita dalle "centrali occidentali" acquistano intensità in vista d’un ormai imminente attacco armato che innescherebbe, affermano quasi per farsi coraggio, reazioni devastanti, terrorismo compreso.
Il Mossad raccoglie gli strali principali di Ahmadinejad e soci, che accusano l’ agenzia spionistica israeliana della campagna di sabotaggio clandestina contro le loro nuove frontiere militari, e a poco son valse le smentite dello speaker del Parlamento Ali Ardashir Larijani che nei giorni scorsi, in controtendenza, ha negato interferenze dei reparti scelti di Netanyahu sulle vicissitudini interne.
L’Iran, al netto della faccia feroce mostrata ad uso dei mass media, naviga tra il terrore e l’inquietudine; le forze speciali temono imminenti incursioni nemiche e si controllano l’ un l’altra; i politici scommettono sulla data precisa di possibili blitz aerei capaci di indebolire ulteriormente la volontà di potenza nazionale.
Parviz Sorouri, membro del comitato di sicurezza parlamentare, ha espresso chiaramente questi timori diffusi dichiarando che "gli Stati Uniti e i sionisti cercano di danneggiare il paese utilizzando gli 007 regionali". Il rischio, percepito ormai chiaramente dalla parte evoluta dell’opinione pubblica del paese sciita, è che ancora una volta gl’innocenti finiscano vittime delle paranoie e mitomanie di una classe dirigente sconsiderata nel gioco d’azzardo.
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Katia Zatuliveter, ventiseienne russa, amante e collaboratrice del politico liberaldemocratico britannico Mike Hancock, nonché d’un diplomatico olandese e un ufficiale tedesco della Nato, dopo l’arresto del 2010 per sospetto spionaggio a favore di Mosca, ha vinto nelle scorse ore la sua battaglia giudiziaria e potrà rimanere nel Regno Unito, a dispetto delle tesi dell’ Mi5.
Il tribunale che ha deciso il caso, scagionando la giovane dalle accuse, ha sentenziato che il suo attivismo politico e mondano, per quanto potenzialmente utile per le "barbe finte" del Cremlino, non prova che sia stata assoldata o al servizio di qualcuno. Un’ innocente donzella dell’Est in cerca di divertimento e occasioni d’arrampicata sociale insomma. I prossimi personaggi ammaliati dalle grazie di Katia sono avvisati.
