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La ripresa

Abbiamo bisogno di un piano concreto per tornare a sognare

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“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni” diceva Shakespeare nella sua meravigliosa opera “Tempest”. Io credo avesse ragione. La capacità di sognare è il motore del progresso, la facoltà umana che disegna il futuro e ne contraddistingue l’unicità.
Proprio oggi, nel mezzo di questa tempesta, dobbiamo sognare con tutta la nostra forza ed elevare questo sogno ad energia collettiva perché sia la fonte del rilancio del paese.
La strada verso la realizzazione di un sogno non è né semplice né lineare, comporta capacità di visione, coraggio e resilienza, specialmente quando l’obiettivo è così ambizioso come quello di risvegliare un paese che si è chiuso in sé stesso dopo anni di bulimia burocratico-regolatoria, immobilismo sociale e regresso economico.
Sognare un paese migliore è facoltà dell’elite politica, ma sognare non basta! Bisogna saper tradurre il sogno in un obiettivo e per far ciò c’è solo un modo: fare un piano.
Nei giorni delle task force, degli stati generali, dei virologi, dei governatori-feudatari, dei gruppi-di-lavoro-per-ripartire, di una ritrovata effervescenza sindacale, di sogni se ne sentono molti, dai più arditi ai più pragmatici: un’Italia più equa, un’Italia più green, un’Italia più sicura, un’Italia più competitiva, un’Italia più Europea, un’Italia meno Europea.

Per ora tuttavia, proclami a parte, di piani non se ne vedono. Il Governo ha tamponato la situazione con i Dpcm che sono strumenti un po’ sinistri, bigini di economia spiccia, breviari che riempiono le pagine dei quotidiani e affollano le scrivanie dei commercialisti, immiseriti nel ruolo di “cercatori di bonus”: il bonus bicicletta, il bonus famiglia, il bonus babysitter, il bonus vacanze, l’eco-bonus….
Un piano è un’altra cosa. E’ una declinazione completa e organica di un progetto ampiamente discusso dall’opinione pubblica e condiviso nelle opportune sedi istituzionali. Esso, per essere efficace, necessita di tre caratteristiche: deve avere un focus, dev’essere determinato nei tempi e nei costi, deve svilupparsi attraverso obiettivi intermedi misurabili.
Prendiamo l’ecobonus, certamente il più interessante dei tanti approvati, e proviamo ad elevarlo ad obbiettivo strategico per il rilancio del paese. Proviamo ad immaginare di scrivere un piano per realizzare un sogno bellissimo: lasciare in dote ai nostri figli un paese competitivo, moderno e soprattutto sostenibile.

L’Italia ha bisogno di un profondo efficientamento energetico del parco edilizio privato e pubblico (si pensi solo alle scuole e agli ospedali!) e un altrettanto profondo ammodernamento delle infrastrutture. Ne va della salute delle generazioni future e della vitalità della nostra economia.

Immaginiamo un disegno a tutto tondo, accompagnato da decreti attuativi contestuali, con i criteri di finanziamento corretti- come è ad esempio il meccanismo della cessione del credito calcolato al 110% – con semplificazioni burocratiche sul modello ponte Morandi, con un pacchetto di risorse definite da spendere in 15-20 anni di lavoro, con dei gate di controllo intermedi ogni 5 anni per fare il punto e ricalibrare le scelte secondo i risultati raggiunti, adattando le prassi al contesto che cambia.
Questo sì che darebbe una prospettiva al paese, attrarrebbe investimenti dall’estero, darebbe slancio all’industria delle costruzioni, a quella immobiliare, a quella del turismo; farebbe da volano per i consumi e renderebbe il nostro settore industriale più sostenibile e innovativo. Potremmo innescare un circolo virtuoso di investimenti a lungo termine e un potenziale incremento della produttività e così il Bel Paese tornerebbe ad essere bello.
Per rilanciare il paese basterebbe questo. Ma bisogna avere un piano, perché altrimenti un sogno, specie se a lungo inseguito e mai raggiunto, diventa un ricordo malinconico e lascia solo frustrazione e decadimento.

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