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Aboliamo la pena di morte ma anche gli abolizionisti

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Ogni volta che muore un uomo muore, con lui, l’intero universo. I fiumi e gli oceani, i gialli deserti e le verdi pianure, i monti e le colline, le stelle e i pianeti è come se, per lui, non esistessero più, non fossero mai esistiti. La campana non suona solo per noi umani, suona, altresì, per tutto il creato. Per questo condannare una persona alla pena capitale ci sconvolge profondamente, specie se la soppressione della vita viene dallo Stato, il detentore legittimo degli strumenti della violenza. Hobbes che giustificava l’autorità pubblica unicamente in funzione della protezione della vita, ammetteva la legittimità di un solo caso di disobbedienza: la sottrazione alla messa a morte.

Questa comprensibile ripugnanza  viene oggi rafforzata da una serie di argomentazioni ragionevoli che vanno dalla messa in questione della pena di morte come deterrente per i crimini alla considerazione degli irreparabili errori dei tribunali, dalla sociologia dei condannati - assai più numerosi tra le classi meno abbienti e le etnie discriminate che non tra i ceti borghesi - alla corresponsabilità della società civile nella produzione dei comportamenti delinquenziali.

E, tuttavia, nelle marce di protesta, nei sit in, negli scioperi della fame per mettere fine a questo istituto, retaggio di tempi barbarici,  ci sono troppi aspetti  che non convincono.  In primo luogo, l’assoluta, incrollabile certezza degli abolizionisti di essere dalla parte del Vero, del Bene, del Giusto. Basta partecipare a un dibattito pubblico sul tema - specie nella scuola, da sempre tempio delle retoriche nazionali, dal nazionalismo al sessantottismo e oltre - per accorgersi che sostenere, sia pur solo in linea teorica, le ragioni dei fautori della pena di morte (anche se si chiamavano Kant, Hegel, Schopenhauer etc.) non è consigliabile: il minimo che possa capitare, infatti, è venir accusati di fascismo, di sadismo, di oscurantismo.

In secondo luogo, l’assimilazione indiscriminata di tutti i paesi che ammettono l’esecuzione capitale: la Cina, gli Stati Uniti, l’Uganda di Amin Dada vengono, così, messi sullo stesso piano e contrapposti alla civilissima Europa che ormai ha relegato forche e capestri nel museo storico degli orrori.  In tal modo, s’ignora che nella "vendetta" reclamata dalla società contro i criminali, assieme a una indubbia componente populistica, ce n’è una innegabilmente "democratica". Il pioniere che, con la sua famiglia, a bordo del pesante coonestoga, si è avventurato nelle pianure e nelle foreste oltre gli Alleghani, avverte lo stupro, il furto dei cavalli, l’assassinio del concorrente come se fossero stati commessi contro di lui e la sua famiglia. La sua è la spietata severità  del cittadino che ha fortemente interiorizzato il "senso del pubblico": il contrario dell’indifferenza del suddito d’ancien régime il cui motto è, per riprendere un brano classico della Nuova Compagnia di Canto popolare: meglio a te ch’a uno ‘e nuie’. La giustizia dei cow boys e dei contadini che, nei grandi western, organizzano la caccia al wanted è rozza e primitiva ma nasce da un’idea "antica" di "responsabilità collettiva" che costituisce il lievito del  republicanism.

Nelle manifestazioni abolizioniste, infine, aleggia una etica buonista e permissiva che poca enfasi pone sia  sulla certezza (e sul rigore) della pena detentiva sia sulla considerazione prioritaria che si deve alle vittime dei reati. A forza di collegare reati e violenze alle iniquità sociali, sono i malfattori che finiscono per meritare la "compassione" dei loro simili: il tormentone "nessuno tocchi Caino" relega nell’ombra la sorte riservata ad Abele. Anzi  ad evocare quest’ultimo si fa la figura del bieco reazionario che, speculando sul dolore delle famiglie, vuole scatenare linciaggi morali e riportare l’ordine borghese nella società sempre più libera dalle agenzie tradizionali di controllo. Della causa abolizionista va detto il contrario di ciò che si diceva del Senato romano¸ Senatores boni viri, senatus mala bestia: la causa è sacrosanta ma troppe patacche circolano tra i suoi sostenitori.

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