Accordandosi con la Libia l’Italia salda il suo debito con la storia. E non solo
21 Gennaio 2009
Stupisce l’azione di contrasto che i deputati radicali del Pd hanno attuato nell’aula di Montecitorio in occasione dell’approvazione del trattato tra Italia e Libia per il riconoscimento dei danni di guerra. Il punto contestato è apparentemente di facile presa: la Libia del colonnello Gheddafi è un paese che non rispetta e anzi calpesta i diritti umani e questo non può non essere –sostengono i radicali- un elemento dirimente e di ostacolo alla firma di questo trattato.
Ma l’errore è grave, il fraintendimento inammissibile. Questo trattato non concede alla Libia dei “benefici” commerciali, non contempla il versamento in 20 anni di 5 miliardi di euro in quota a “favori” a quel paese. Questo trattato riconosce invece l’esistenza di un enorme debito morale dell’Italia nei confronti della Libia per una occupazione coloniale tra le più dure del Novecento.
Quando una nazione riconosce –e con 60 anni di ritardo!- il proprio obbligo morale a risarcire i danni di una guerra e di una occupazione coloniale imposta ad un’altra nazione, quando finalmente l’Italia accetta di assumersi formalmente la responsabilità morale di immense stragi, quando le addebita non solo –come è stato- alla feroce repressione di epoca fascista, ma anche alla guerra di annessione e conquista condotta nel 1911 dall’Italia democratica (salutata dal mite socialista Giovanni Pascoli con le parole: “La grande proletaria si è mossa!”), non può e non deve porre condizioni.
Non è un accordo commerciale con la Cina che può essere condizionato al rispetto dei diritti umani in Tibet (ma il ministro Bonino l’ha firmato poco più di un anno fa, senza porre condizioni). E’ un debito politico e morale, è una colpa, che il nostro paese deve accollarsi, là dove il risarcimento economico concretizza una ammissione di colpa storica. In Libia, l’occupazione italiana ha prodotto non meno di centomila morti su una popolazione allora di 800.000 abitanti e i bei libri di Del Boca documentano senza ombra di dubbio quanta e quale ferocia il nostro esercito (non solo le Camicie Nere), abbiano esercitato contro i combattenti (vergognosa l’impiccagione di Omar al Mukhtar da parte del maresciallo Graziani) ma anche e soprattutto contro la popolazione civile.
Non di un trattato di favore si tratta quindi, ma della necessità di saldare –per quanto può farlo uno Stato- un debito con la Storia. Il trattato, poi, comprende anche una parte di accordo sulle iniziative comuni per il blocco dei flussi di clandestini. Non è un segreto per nessuno che questi flussi sono “manovrati” dal regime libico e sono leciti dubbi e perplessità sull’efficacia di questo trattato nella parte che riguarda questi apetti. Ma questo è un percorso che va iniziato e –di nuovo- non può essere sottoposto a nessuna condizione.
Infine, ma non per ultimo. Proprio grazie all’azione del governo Berlusconi e di Franco Frattini, nel 2004 la Libia ha abbandonato le sue attività nel campo delle armi di distruzione di massa, fornendo –sempre tramite l’Italia- alla comunità internazionale ampie garanzie in questo senso. Anche questo è alla base di questo trattato e non si vede come oggi chiunque potrebbe apporre obiezioni nel caso l’Iran seguisse –ma non la seguirà- la stessa strada e abbandonasse i suoi progetti nucleari in cambio –come è nel cospicuo pacchetto proposto dal “Quartetto”- di consistenti aiuti economici. Chi si opponesse a questa logica d’accordo, opponendo il non rispetto dei diritti umani in Iran –incontrovertibile, come in Libia- semplicemente abdicherebbe alle fondamentali regole della politica.
Per una volta, insomma, siamo perfettamente allineati con l’intervento di Massimo D’Alema che in aula ha difeso la logica di questo Trattato e sostenuto che su questo terreno, un paese maturo si deve muovere con una logica bipartisan. Per una volta, dobbiamo salutare la maturità di un Pd, che pur proponendo emendamenti (soprattutto sul monitoraggio del Trattato), l’ha difeso. Un passaggio parlamentare forse marginale, ma prezioso, in cui i parlamentari radicali hanno semplicemente –gli succede sempre più spesso, purtroppo- sbagliato bersaglio.
