Adesso la Cgil è in crisi anche davanti ai cancelli di Mirafiori

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Adesso la Cgil è in crisi anche davanti ai cancelli di Mirafiori

23 Febbraio 2009

Il fallimento dello sciopero del 13 febbraio è stato netto sia nel pubblico impiego sia nelle aziende metalmeccaniche. Nel primo caso lo sciopero è andato malissimo per ragioni prettamente sindacali: per i lavoratori pubblici Cisl e Uil hanno appena firmato un accordo soddisfacente e la Funzione pubblica della Cgil, da Carlo Podda, non è stata in grado di presentare una piattaforma alternativa.

Quello dei metalmeccanici era invece uno sciopero politico, uno di quelli che la Fiom Cgil, guidata da una leadership estremista ma dotata di un ottimo mestiere sindacale, di solito riusciva a organizzare almeno senza clamorosi e generalizzati insuccessi. Invece è andata proprio male a partire dagli stabilimenti di una Fiat che per i metalmeccanici della Cgil è sempre stata il perno delle “lotte”. Quando il sindacato di Gianni Rinaldini dice che a Mirafiori si è assentato dal lavoro il 50 per cento, vuol dire che la partecipazione allo sciopero è stata un disastro.

Vi sono almeno quattro aree diverse da considerare per capire il sindacalismo metalmeccanico al Nord: quella di Torino e della Fiat, quella della Lombardia industrializzata (con grandi centri produttivi come Brescia e Varese), quella di Milano e infine quella rappresentata  dalle aziende del Nord-est.

I metalmeccanici torinesi hanno sempre vissuto tra paternalismo della Fiat e ventate di ribellismo, maturate anche perché la qualità delle relazioni industriali nella compagnia di automobile è sempre stata abbastanza scadente. Tutto sommato, però, il rapporto tra l’azienda degli Agnelli e il sindacato, anche quello di sinistra, è stato (soprattutto dagli anni Settanta in poi) ricco di complicità. La Fiat ha usato spesso “la protesta operaia” per ottenere sostegni dallo Stato. La Cgil ha gestito i compromessi con gli Agnelli per estendere il proprio potere politico più generale. Questo “rapporto” ha dato vita a un movimento di fabbrica spesso a strappi: con fasi di ribellismo seguite da molta acquiescenza.

Forse sta cambiando qualcosa. Sergio Marchionne dopo avere lasciato grande spazio alle solite pratiche politiche gestite da Luca Cordero di Montezemolo, ha impresso all’azienda una linea di modernizzazione di cui alcuni segni si vedono sia nel via libera in Confindustria all’accordo sul contratto nazionale senza Cgil (linea a cui si opponevano gli uomini Fiat attestati sulle tradizionali posizioni cogestive con il sindacato di corso d’Italia) sia nell’intesa sugli aiuti pubblici alle auto, che non hanno quei caratteri protezionistici che generalmente  avevano questo tipo di provvedimenti, sia nell’espressione più in generale di una politica di modernizzazione anche delle relazioni industriali.

Tutto ciò ha indebolito non solo la Fiom Cgil – va tenuto conto che al Lingotto è forte anche una Uil che ha ottimi rapporti con Sergio Chiamparino – ma anche Guglielmo Epifani che nel suo scassatissimo sistema di alleanze contava su un rapporto privilegiato con i vertici del Lingotto. Un certo ritorno in campo di Montezemolo avviene in questo scenario e si raccontano di telefonate tra il presidente di Fiat e Ferrari, ed Epifani di reciproco sostegno, con l’impegno di ridimensionare Emma Marcegaglia. Ma mentre queste e altre manovre sono in atto, intanto il dato da cui partire è che a Mirafiori lo sciopero è più difficile.

La Lombardia industriale con l’Emilia settentrionale è la “grande base rossa” dei sabattiniani, il nucleo della leadership fiommina (da Rinaldini a Giorgio Cremaschi). Sindacalisti già studenti emiliani legati allo scomparso Claudio Sabattini, già dirigente della Fgci negli anni Sessanta, poi estremista luxemburghiano iscritto al Pci, poi sindacalista e infine segretario nazionale della Fiom: persona colta, estremista fino al midollo, dotato di ottime capacità contrattualistiche, che negli anni Settanta venne mandato dalla coppia Bruno Trentin (alla Fiom) e Giorgio Napolitano (al Pci) a fare il segretario della Fiom a Brescia (mentre il suo fratellino gemello Tiziano Rinaldini andava a Varese) rovinando così gli orientamenti produttivistici (con un po’ di salsa stalinista) dei lavoratori meccanici e siderurgici della Leonessa d’Italia. Il mix di identarismo ideologico (portando le lotte oltre una certa compatibilità si fa saltare il ciclo capitalistico e si avvicina al socialismo: sostiene la dottrina esoterica luxemburghiana-sabattiniana) a un certosina attenzione alle rivendicazioni salariali, con una ottima capacità di chiudere gli accordi ( i sabattiniani non sono mica dei Bertinotti) sia pure dentro una logica egualitaristica, ha consentito alla Fiom sabattiniana di mantenere per un lungo periodo una reale egemonia in aree industriali fondamentali: Modena, Reggio Emilia, in parte Bologna, Brescia, Varese, in parte Mantova.

La forza della Fiom sabattiniana nasceva però da un peso più generale della Cgil, su posizioni più moderate che copriva l’estremismo dei metalmeccanici. Man mano che il vertice della Cgil ha sposato posizioni massimalistiche, la Fiom si è trovata in prima linea e la sua linea estremistica è incominciata essere più vulnerabile. Non solo i “suoi” operai hanno iniziato a votare leghista (e anche Forza Italia)  ma gli scioperi hanno cominciato a diventare più difficili e anche nelle fabbriche simbolo (vedi per esempio la Ferrari) sono iniziate le sconfessioni da parte della mitica base.

Quando era un grande centro industriale, Milano aveva anche un sindacato metalmeccanico assai poco egualitaristico, produttivistico, con una componente più stalinista e una più riformista. Poi con l’impetuosa deindustrializzazione della fine degli anni Settanta, queste tradizioni si sono disperse, anche se la Camera del lavoro resta di orientamento riformista (ma il suo segretario Onorio Rosati viene dal pubblico impiego). E la Fiom ormai non più centrale nelle relazioni industriali cittadine, è stata conquistata – con qualche resistenza – dai sabattiniani. Anche se, poi, sarà quella che sentirà prima i venti del cambiamento.

Nel Nord-est un pezzo di sindacalismo industriale era ancora più duro di quello emiliano-lombardo prima descritto, magari meno ideologico ma assai aspro nella lotta, con non poche contiguità con segmenti dell’estremismo più radicale e con i centro sociali. Un certo isolamento determinato dall’interclassimo cattolico largamente dominante nella società veneta era stato alla base delle prime radicalizzazioni degli anni Settanta. Il prevalere del capitalismo molecolare degli anni Ottanta aveva incattivito il sindacalismo cigiellino di alcune grandi aziende meccaniche venete e friuliane.

Oggi questi orientamenti sembrano in rapida regressione, più che nel resto del Nord: la cooperazione tra padroncini e quadri operai nelle piccole (ma anche nelle medie) aziende del Nord-est offre un modello cooperativo di relazioni industriali che penetra anche nelle imprese di maggiori dimensioni. Si tratta di vedere come questa tendenza reggerà alla crisi che in questa parte d’Italia si annuncia dura.  E in questo senso dare un occhio ai metalmeccanici del Nord sarà assai utile per comprendere il possibile livello dei prossimi conflitti.