La polemica sulle "regole d'ingaggio"

Afghanistan, gli italiani combattono e gli spagnoli stanno a guardare

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Afghanistan, aeroporto di Herat, all’interno della Fsb, la base che ospita i militari del Regional Command West, l’area sotto responsabilità italiana. Basta vedere come sono “alloggiati” i diversi contingenti per capire che aria tira. All’ingresso ci sono i "corimec", i prefabbricati che ospitano il comando, vale a dire il generale italiano della Folgore, Rosario Castellano, comandante dell’area ovest, e il suo staff. Non troppo evidenti: a indicarlo c’è una targa e, su una delle porte, la stella a quattro punte blu della Nato. Sul piazzale principale, invece, campeggia, circondato di bandiere e con tanto di scritta a caratteri cubitali, il comando della base, a responsabilità spagnola.

Più avanti, nella zona alloggi, non è raro incontrare tende su cui sventolano bandiere di altri contingenti. Accanto a quelle italiane. Per accedere alla zona spagnola, in fondo alla base, invece bisogna attraversare un muro. Che ha solo due varchi. I contatti non sono molto frequenti: gli spagnoli si spostano nella zona italiana per andare in pizzeria da Ciano, o perché i px, gli spacci, lì sono più forniti. Gli italiani si spostano nella zona spagnola per andare a mangiare la paella nel ristorante che si affaccia sul loro piazzale principale. Ma il malumore e la diffidenza sono palpabili. Una cosa che salta all’occhio, perché italiani e spagnoli, da sempre, sono, o sono stati considerati, cugini di sangue.

Nella base di Herat, però, pare proprio che non sia così. Lì gli spagnoli ci stanno defilati. Qualche tempo fa si sono rifiutati di far entrare nel loro ospedale Role 2 i giornalisti italiani presenti nella base che volevano parlare con dei ragazzi rimasti feriti durante un’operazione. I feriti erano italiani. Le motivazioni accampate dagli spagnoli per il rifiuto sono state molteplici. In realtà, i militari italiani mormoravano che “ordini superiori” imponevano agli spagnoli un “low profile”, un basso profilo. Fantasmi, insomma.

Da qualche giorno è scoppiata la polemica. E ha il sapore di uno sfogo. A scatenarla è stato un articolo apparso il 16 settembre scorso sul “Foglio” che, in modo molto dettagliato e ben documentato, ha espressamente accusato il contingente spagnolo a Herat, formato da 1250 militari, di non onorare gli impegni presi quando ha deciso di partecipare alla missione nato in Afghanistan. Nell’articolo, che ha causato la risposta a dir poco “piccata” del quotidiano spagnolo “El País”, viene descritta una situazione a dir poco imbarazzante per cui gli spagnoli non solo non intervengono quando dovrebbero, ma impegnano anche i militari di altri contingenti, costretti a intervenire per tirar fuori dalle beghe i cugini iberici.

Ha un bel da fare la ministra della Difesa spagnola, Carmen Chacon, a cercare di smentire il tutto facendo appello alle regole d’ingaggio “uguali per tutti i contingenti”. Infatti non è lì che sta il problema, bensì nei caveat, le limitazioni alle regole che ogni Paese, in base al proprio ordinamento, può stabilire. Gli spagnoli ne hanno tali e tanti da impedirgli qualsiasi tipo di intervento. Da limitare il loro impegno a una presenza passiva all’interno delle basi. Uno su tutti: mentre gli altri contingenti stanno gradualmente rendendo più flessibile e rapida la possibilità di intervento fuori dalle rispettive aree di responsabilità, gli spagnoli da queste non possono proprio uscire. E comunque, anche al loro interno, non hanno molta possibilità di “manovra”.

Badghis è una delle cinque province che compongono il Regional Command West. È sotto responsabilità spagnola. All’interno del suo territorio si trova la valle di Bala Morghab, teatro, fino a qualche settimana fa, di scontri durissimi tra militari della coalizione presenti nella piccola base avanzata “Todd” e insorgenti che proprio non ne volevano sapere di mollare il controllo dell’area. Oggi, quella, valle, è relativamente tranquilla. È stata “ripulita” grazie a una serie di operazioni di rastrellamento condotte dai militari dell’Afghan National Army. Ma sul terreno, fuori dalla base, nella valle, a combattere a fianco dei militari afgani, non c’erano gli spagnoli: c’erano gli Omlt italiani, i team che prima addestrano le forze di sicurezza locali e poi le supportano in vere e proprie operazioni condotte con l’obiettivo di riconquistare il controllo del territorio.

Il 29 maggio scorso proprio a Bala Morghab  si è svolta una durissima battaglia, iniziata alle cinque del mattino e durata per tutta la giornata. Ebbene, i mezzi che entravano e uscivano freneticamente dalla base, gli uomini che si preparavano e che rientravano, anche feriti, all’interno della piccola Fob, non erano spagnoli, bensì italiani. C’erano sì anche gli spagnoli, ma assistevano da spettatori alla scena che si svolgeva davanti ai loro occhi. E intanto commentavano il 2 a 0 della finale di Champions League tra Barcellona e Manchester United di due giorni prima.

Regge poco anche l’interpretazione secondo cui gli italiani avrebbero sferrato questo attacco mediatico perché vogliono, oltre al comando della regione, anche quello dello stato maggiore, cioè il coordinamento delle operazioni, attualmente a titolarità spagnola. Regge poco perché da sempre la rotazione di certi comandi, come ha sottolineato anche il ministro della Difesa italiano Ignazio La Russa “è svincolata e indipendente da eventuali considerazioni sul contributo dei soldati”. E comunque, per convenzione, affidata sempre a un Paese diverso da quello che ha invece il comando superiore.

Altra cosa è la responsabilità della Fsb, la base di Herat. Lì sono schierati 23 aerei ed elicotteri italiani e solo 6 spagnoli. Non sarebbe così scandaloso che l’Italia ne rivendicasse il comando. E comunque, se non proprio la piena responsabilità, almeno una piena collaborazione: i nostri Tornado, in Afghanistan ormai da mesi, sono bloccati nella base tedesca di Mazar-i-Sharif, al nord, in attesa di essere rischierati a Herat. Il problema è la pista di atterraggio: va adattata e, in particolare, allungata. Ebbene, gli spagnoli del comando della base non stanno facendo nulla, per non dire che stanno ostacolando, l’avvio dei lavori necessari per adeguare la pista di atterraggio. I problemi sono puramente di ordine burocratico: la locale ditta appaltatrice è stata individuata, ma gli spagnoli non vogliono saperne di concedere le autorizzazioni necessarie affinché possa agevolmente svolgere i lavori previsti.

Non pago, oltre ad accusare Il Foglio di essere stato cassa di risonanza di “fonti della Difesa italiana”, che avrebbero usato il quotidiano per veicolare uno sfogo impossibile da fare a viso aperto, El País ha tirato in ballo Unifil, la missione di interposizione Onu in Libano. La Spagna vuole l’incarico che ora è del generale italiano Claudio Graziano, comandante politico e militare della missione. Però lo vuole con un impegno di 1000 militari presenti su territorio libanese. Gli italiani presenti lì sono 2400. Nel recente vertice bilaterale a La Maddalena, l’Italia si è detta disposta a cedere il comando. Ma a condizione che gli spagnoli siano disposti ad aumentare la loro presenza. E anche questa non sembra proprio una richiesta del tutto astrusa.

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1 COMMENT

  1. Possiamo stare altri 50 anni
    Possiamo stare altri 50 anni lì a far da bersaglio, tanto la storia insegna che in Afghanistan NON SI PASSA…troppo impervi i luoghi da controllare,troppe etnie ed interessi che si intrecciano,corruzione a livelli inenarrabili,e soprattutto un nemico che ha una visione “storica” del tempo e che non teme di morire. A differenza nostra,che faremmo di tutto per portare a casa la pelle,e non abbiamo un tempo illimitato…Secondo me, non per fare il pessimista,ma il modello Iraq non può funzionare per niente,il nemico gode di appoggi tra i civili e soprattutto di una immane frontiera con il Pakistan in cui rifugiarsi e rifornirsi,è e sarà quasi impossibile “vincere” nel senso stretto,ma non solo militare, del termine. In pratica,e si vede…ci stanno facendo “nu mazz tant”!

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