Afghanistan, la Presidenza italiana del G8 si prepara alla conferenza di Trieste
06 Giugno 2009
Le crisi moderne sono diventate perpetue: come risolverle? Questa domanda (titolo di un articolo di Giovanni Marizza apparso su “L’Occidentale” il 30 maggio 2009) è stata sotto molti aspetti il filo conduttore di un “Incontro di esperti sull’Afghanistan e la stabilizzazione regionale”, che si è svolto alla Farnesina il 28 e 29 maggio. In vista del vertice del G8 di Trieste (25-27 giugno), la Presidenza italiana ha avvertito la necessità di un confronto tra analisti, studiosi, operatori sociali e della comunicazione provenienti dalla regione per ascoltare il punto di vista di chi la crisi in atto in Afghanistan la vive direttamente, ancor prima di interpretarla con un approccio professionale. E’ emerso chiaramente che qualunque iniziativa efficace dovrà avere per protagonisti i Paesi della regione direttamente coinvolti e che nessuna “soluzione” che pretenda di essere realmente tale possa prescindere da una necessaria assunzione di responsabilità da chi è, a vario titolo, parte del problema.
Il clima che a livello locale sta maturando intorno alla crisi afgana (meglio: afgano-pakistana) è carico di spinte diverse e contrapposte, che si misurano con problemi antichi e urgenti ogni volta che i protagonisti tentano di sedersi attorno ad un tavolo negoziale. La questione del confine tra Afghanistan e Pakistan e la recrudescenza estremista che quest’ultimo vive, i mai sopiti dissidi con l’India, le minacce poste alla sicurezza regionale dai traffici illeciti provenienti dall’Afghanistan sono solo alcuni dei temi oggetto di attrito, per non considerare le questioni di tipo etnico (mancanza di adeguata rappresentanza nelle costituende istituzioni afgane) e sociale (scarsa scolarizzazione, questioni di genere…).
A fronte di tante difficoltà, nel dibattito eurasiatico stanno emergendo interessanti spiragli che potrebbero apportare novità per una possibile soluzione (o, almeno, miglioramento…) della crisi in atto. Innanzitutto, seppure con delle cautele, sta crescendo l’attenzione dei Paesi vicini all’Afghanistan per una politica bilaterale mirata a precisi obiettivi concreti. Nulla di straordinario, se non fosse che i recenti protagonisti di un tale approccio sono stati Uzbekistan e Tagikistan, l’uno nuovo a slanci proattivi con i Paesi confinanti, l’altro attanagliato da una difficile situazione politico economica interna che non avrebbe lasciato immaginare la volontà di compiere investimenti esteri.
A fine maggio, è stata inaugurata nei pressi di Kabul la centrale elettrica “Cantala”, un progetto realizzato dall’Uzbekistan che porterà 150 MW di energia elettrica in Afghanistan. Secondo i dati del ministero degli Esteri afgano, già nel 2007 l’Uzbekistan aveva esportato nel Paese 20 MW di energia elettrica e a giugno dello stesso anno era stato firmato un protocollo tra la Uzbekenergo e il ministero afgano per l’Energia e le Risorse Idriche affinché si giungesse all’esportazione di 300 MW. Di qui si è passati alla realizzazione della linea di trasmissione LEP-220, lunga 43 km, da Sirkan (distretto uzbeko di Sirkandaria) fino a Khairaton (Afghanistan).
Di diverso tenore è stato l’impegno del Tagikistan, che, sensibile alle esigenze di comunicazione e di contatto della cospicua minoranza tagika residente in Afghanistan, ha sostenuto la compagnia nazionale Tagiktelekom nella recente realizzazione di una nuova rete per la telefonia mobile (con un progetto costato 15 milioni di dollari) che permette agli abitanti delle regioni di confine dei due Paesi di parlarsi a tariffe contenute.
Se il concreto avvio di progetti bilaterali offre il segno della fattiva volontà di “fare”, di impegnarsi con mezzi e capacità proprie, a maggior ragione un altrettanto efficace coinvolgimento viene richiesto agli attori chiave dell’area. Posto che l’obiettivo ultimo sia quello della stabilizzazione e dell’autonomia di un Afghanistan maturo e capace di governarsi da sé, e assunto che la situazione interna sia complessa e resa di ancor più difficile gestione dalle implicazioni con il vicino Pakistan e della presenza militare di truppe straniere (giustificata all’opinione pubblica internazionale da “motivi di sicurezza” e maldigerita a livello locale), non si può prescindere da alcune considerazioni a proposito di un maggiore/possibile ruolo di potenze regionali, in primo luogo Iran e Cina, e delle principali organizzazioni dell’area.
Tra gli attori regionali, l’Iran è quello che più di altri dovrà essere necessariamente coinvolto nello sforzo degli Stati Uniti e della NATO per l’Afghanistan. Il Paese sale agli onori delle cronache quasi esclusivamente per le proprie ambizioni nucleari e per posizioni estreme del regime, ma completezza di analisi impone di non trascurare il peso specifico e l’influenza che esso ha nella regione, come gli è stato parzialmente riconosciuto alla conferenza de L’Aja di fine marzo. Essendo tra le prime “vittime” dei traffici illeciti provenienti dall’Afghanistan ed essendo fortemente interessato ad una stabilizzazione del Paese, necessaria per vedere garantita la propria stessa sicurezza, l’Iran (come chiede) dovrebbe essere parte attiva in una possibile strategia condivisa a livello regionale, sia per il controllo dei confini e il contrasto ai traffici illeciti, sia per investimenti infrastrutturali e cooperazione economica. D’altra parte sono stati proprio questi i temi dibattuti nel corso del vertice di Tehran del 24 maggio tra Iran, Afghanistan e Pakistan, ai margini del quale è stato anche firmato un accordo bilaterale irano-pakistano per la fornitura venticinquennale di gas. Tale impegno tende a rianimare il progetto del cosiddetto “gasdotto della pace”, l’IPI, che di qui a 8 anni circa dovrebbe trasportare gas dalla città iraniana di Asaloueh fino in Pakistan e di qui, eventualmente, in India.
Molto presente e attiva economicamente in tutta l’Asia Centrale, la Cina ha avviato anche una lenta e costante penetrazione dell’Afghanistan, basata su investimenti assolutamente slegati da coinvolgimento di tipo militare e concentrata su un sostegno politico al govern, fornito per il tramite della Shanghai Cooperation Organization (SCO), l’Organizzazione regionale che ha la Cina tra i Paesi guida e promotori del gruppo di contatto SCO-Afghanistan. Da quando nel 2007 il presidente Karzai ha aperto il Paese agli investimenti stranieri nel settore delle risorse naturali, il China Metallurgical Group ha ottenuto per 3 miliardi e mezzo di dollari i diritti per lo sfruttamento del giacimento di rame di Anyak, continuando a mostrare interesse per investimenti nei settori ancora non del tutto esplorati di petrolio, gas e ferro. L’interesse di Pechino è anche orientato verso il Pakistan, con il quale condivide un lungo tratto di confine e la cui stabilità è di fondamentale importanza per il transito delle risorse energetiche nella sua provincia occidentale del Sinkiang, porta d’ingresso naturale per petrolio e gas provenienti dal medio oriente al porto pakistano di Gwadar.
Quello che manca agli sforzi bilaterali ed alla generalizzata condivisione della necessità di un approccio regionale per la soluzione della crisi afgana è una cornice unitaria, che ne garantisca coordinamento ed efficacia. Gli apprezzabili sforzi della CSTO (Collective Security Treaty Organization) impegnata nell’operazione antidroga “Kanal” (che coinvolge più di 20 Paesi, tra i quali Cina, India, Pakistan, Polonia, Stati Uniti e Repubbliche Baltiche) sembra essere davvero poca cosa per governare la zona grigia di illegalità interna ed esterna all’Afghanistan. Occorrerebbe una decisa e pragmatica assunzione di responsabilità da parte delle maggiori organizzazioni regionali. In parte così è stato fatto con la conferenza per l’Afghanistan organizzata dalla SCO, su iniziativa della presidenza russa, il 27 marzo (“La SCO vuole entrare in Afghanistan, ma a combattere sarà sempre la NATO”, “L’Occidentale”, 4 aprile 2009), ma dubbi restano sulla reale volontà di assumere un impegno da protagonisti in un contesto carico di criticità e nel quale bisognerebbe necessariamente mettere in gioco credibilità e reputazione. Certo, sarebbe auspicabile il concretizzarsi di quella collaborazione, di quel coordinamento di sforzi comuni tra la SCO (che annovera tra membri e osservatori tutti gli attori e le vittime della crisi in atto) e la NATO, che finora l’Organizzazione regionale ha solo espresso nelle dichiarazioni ufficiali.
L’auspicio è che dalle parole scritte si passi a concrete iniziative, al reale superamento di diffidenza e scetticismo in favore di un approccio pragmatico capace di produrre risultati positivi nella soluzione possibile di una crisi che rischia di diventare “perpetua”. Esistono già sensibilità e mezzi, ma manca ancora l’elemento decisivo: la volontà. Dal canto suo, la Presidenza italiana del G8 ha investito significativo impegno per l’Afghanistan, ma la parola decisiva spetta ai protagonisti regionali.
