Afghanistan, per Obama è il momento di convincere l’America e i suoi alleati

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Afghanistan, per Obama è il momento di convincere l’America e i suoi alleati

09 Settembre 2009

Forse è stato per lo spargimento di sangue da record della scorsa estate, o forse la delusione per l’esito delle elezioni a causa della bassa affluenza, della violenza e delle accuse di frodi che hanno accompagnato lo scrutinio. Qualunque sia la ragione, la guerra in Afghanistan si trova al centro del dibattito politico in numerosi Paesi occidentali. In gioco non ci sono solo argomenti tattici e di strategia ma una questione molto più fondamentale: dopotutto, dovremmo davvero rimanere in Afghanistan?

Nonostante spesso venga messa in evidenza la diversità tra le culture politiche del Nord America e dell’Europa, la somiglianza delle polemiche è impressionante. Negli Stati Uniti, George Will ha messo in evidenza che il coinvolgimento americano in Afghanistan è durato più della partecipazione statunitense in entrambe le guerre mondiali messe insieme. In Germania, il ministro della difesa ha provocato grande clamore quando ha dichiarato che le truppe tedesche potrebbero restare in Afghanistan per un altro decennio: immediatamente i leader dell’opposizione hanno iniziato a chiedere un ritiro molto più veloce dei soldati dal Paese. Di fronte all’opposizione dell’opinione pubblica, i canadesi hanno dovuto promettere il ritiro delle truppe entro il 2011. In teoria gli olandesi dovrebbero tirarsene fuori nel 2010. In una conferenza a cui ho partecipato la settimana scorsa ad Amsterdam, una gran parte del pubblico ha applaudito le parole di un conferenziere che denunciava la guerra. Le richieste di un limite di tempo – “ancora due anni e poi ce ne andremo” – si sentono praticamente ovunque.

Allo stesso modo, sono universali (e bipartisan) le lamentele sul fatto che gli obiettivi della guerra non sono chiari o sono irrealistici. Un ufficiale della difesa britannica si è dimesso proprio la settimana scorsa, affermando di non credere più che la nazione possa accettare le giustificazioni date per la guerra, che sono oscillate dalla “lotta ai terroristi” al controllo delle esportazioni di eroina. Questa stessa settimana, Tom Friedman ha preteso di sapere “quale sarà il prezzo, quanto tempo ancora ci metterà il governo per raggiungere i suoi scopi e quali sono gli interessi americani che rendono questa guerra così essenziale”. Altri borbottano invece che bisognerebbe rimanere concentrati sul “vero” problema, come il Pakistan, o su una soluzione “raggiungibile”, qualunque essa sia.

Se ci pensate per un attimo, tutto questo è piuttosto strano dato che gli obiettivi della guerra non sono mai stati messi in dubbio da nessuna capitale europea o nordamericana. “Vincere” significa che dovremo lasciare il Paese con un governo minimamente accettabile; “perdere” significa invece che i talebani riconquisterebbero il potere e al-Qaeda tornerebbe in Afghanistan. Nessuno ha mai preteso di far credere che fosse una cosa da niente. Ma si tratta di una guerra che non è mai stata spiegata come si deve alla maggioranza delle popolazioni che partecipano al conflitto. Per molti anni è semplicemente stata la “guerra giusta” contrapposta alla “cattiva guerra” dell’Iraq, e nessuno ha mai sentito la necessità di andare oltre nella discussione.

I risultati di questo silenzio sono molto più visibili in quei Paesi europei che hanno imbrogliato la popolazione facendo credere che il proprio esercito, in realtà, non sta davvero lottando in Afghanistan ma, al contrario, partecipa ad un’estesa “armed charity operation”. La scorsa settimana, per esempio,  i tedeschi sono rimasti molto turbati nello scoprire che a dare l’ordine del raid aereo che ha ucciso circa 90 afghani nella provincia di Kunduz è stato proprio un comandante tedesco. Questa notizia ha sorpreso tutti quei tedeschi che pensavano che le loro truppe  in Afghanistan stessero svolgendo solo attività di ricostruzione. Gli americani invece quest’estate sembravano scioccati quando hanno scoperto che i Marines stavano lottando per riconquistare le aree precedentemente messe in sicurezza, che le elezioni non stavano andando lisce e che il governo del presidente Hamid Karzai era corrotto. Tutto questo è stato chiaro solo per un certo periodo di tempo. Ma chi ne ha mai parlato?

Sulla scia di uno dei più lungimiranti esperti della regione, Ahmed Rashid, credo che la situazione in Afghanistan non sia ancora del tutto senza speranze. Come ho già scritto alla vigilia delle elezioni, c’è ancora una chiara maggioranza di afghani che vuole non solo la pace ma anche una qualche versione della democrazia. Il governo centrale continua ad avere un po’ di legittimazione, anche se potrebbe non durare ancora per molto. Il programma di aumentare, nel breve termine, i livelli delle truppe per dare all’esercito afghano il tempo per rafforzarsi nel lungo termine non è poi così ingenuo, specialmente se sarà accompagnato da investimenti sensati nelle infrastrutture stradali e nell’agricoltura. Ma questo tipo di piano non può essere portato avanti senza il sostegno della opinione pubblica, e questo sostegno non ci sarà a meno che i politici non si mobilitino per farlo valere.

Quindi, è arrivato il momento che Barack Obama dimostri che sa come persuadere la gente. Uno o due viaggi veloci in Europa e una richiesta da dietro le quinte di mandare “più truppe” in Afghanistan non saranno sufficienti: gli europei possono anche amare di più Obama rispetto a George W. Bush, ma non credono ancora che il presidente americano si stia impegnando in Afghanistan più di quanto non avesse già fatto il suo predecessore. E neanche gli americani saranno convinti da uno o due dei suoi discorsi, per molto che usi la sua crescente retorica o le eleganti frasi ad effetto.

Da entrambi i lati dell’Atlantico, Obama ha bisogno di persuadere con le lusinghe e di convincere, di produrre piani e prove, di dimostrare che ha riunito la gente migliore e il massimo di risorse possibile. In altre parole, il presidente americano ha bisogno di fare una campagna dura sulla guerra. Se il dibattito sulla Sanità determinerà la sua fortuna a livello nazionale, l’esito in Afghanistan deciderà la sua politica estera o, al contrario, la sfascerà. Obama ha ripetuto spesso che in linea di principio è d’accordo con la guerra afghana. Ora vedremo se è d’accordo anche in pratica.

Tratto da The Washington Post

Traduzione Fabrizia B. Maggi