Agli antipodi la sinistra è anti-ambientalista: una lezione per la destra

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Agli antipodi la sinistra è anti-ambientalista: una lezione per la destra

Agli antipodi la sinistra è anti-ambientalista: una lezione per la destra

17 Settembre 2007

E’ un curioso paradosso
quello per cui la sinistra, nel corso degli ultimi decenni, e’ riuscita a
impossessarsi della “questione ambientale”, e ha finito con l’incarnarne la
sensibilità e i contenuti. Le istituzioni e le organizzazioni che si occupano
di ambiente sono invariabilmente affiliate alla sinistra. Non v’è
manifestazione, commemorazione, fiera, festa o evento di sinistra che non
ospiti stand di ambientalisti,
conservazionisti, ecologisti. La parola ambiente, in breve, ha finito col far
rima con sinistra. E quando è invece accostata alla destra, produce uno iato
assordante.

Ciò ha prodotto due
conseguenze. La prima è che l’ambientalismo è divenuto ostaggio
dell’opposizione ideologica al capitalismo, allo sviluppo, e all’Occidente. Si
è trasformato esso stesso in ideologia radicale, nel perenne tema di tutti i
“movimenti” che contestano l’ordine globale, il capitalismo, la società
occidentale – e come sempre in questi casi, l’America. Per un presupposto
ideologico tout court: l’America è il
simbolo del capitalismo; il capitalismo è contro la natura, ed è di destra;
l’ambientalismo è soltanto di sinistra, e pertanto non può che essere
anti-capitalista e anti-occidentale.

Ma più stupefacente è la
seconda conseguenza – che in realtà è al contempo causa. E’ stata la destra a
legittimare una simile “appropriazione indebita” dell’ambientalismo da parte
della sinistra. Come? Disinteressandosi dell’ambiente, ostinandosi a difendere
posizioni indifendibili – come il supporto senza se e senza ma per qualsiasi tipo di capitalismo, o la
negazione testarda e incomprensibile della minaccia che i cambiamenti climatici
rappresentano per il futuro del pianeta. Scegliendo, in sostanza, di accettare la
vulgata per cui l’ambiente è davvero roba di sinistra. E iniziando a parlare il
linguaggio che i suoi detrattori – fautori dell’ambientalismo esclusivamente di
sinistra e anti-occidentale – le hanno attribuito, senza alcuna reale
motivazione o giustificazione se non un’opposizione ideologica e una strategia
politica: il linguaggio della derisione delle ragioni dell’ambientalismo.

Così facendo, la destra
ha però non soltanto rinnegato alcune tra le più importanti e ricorrenti radici
della propria identità – che storicamente si è nutrita della passione per
l’ambiente e della riscoperta della natura come fonte di un’idea sana e
vigorosa del popolo e della “nazione” (persino troppa passione, divenuta
estrema, talvolta). Ha anche commesso un imperdonabile errore politico,
lasciandosi scippare l’ambiente e l’immenso capitale elettorale che esso, oggi
più che mai, rappresenta.

L’abbandono dell’ambiente
è uno dei peccati capitali della destra contemporanea. Perché la obbliga a
recitare – ovunque siano in gioco tematiche ambientali anche cruciali come i
cambiamenti climatici – la parte arcigna e impopolare dello sviluppo a tutti i
costi e della derisione dell’ambientalismo. E siccome oggi la sensibilità
%0Aambientalista è diffusa ed è divenuta un capitale politico, elettorale e
sociale gigantesco, la sinistra continua, per inerzia, a mietere consensi e a
perpetuare l’immagine negativa di una destra distruttiva e priva di scrupoli
ecologisti.

Ma invece di riconoscere
il problema, e cercarvi una soluzione che sfrutti il capitale umano, sociale,
finanziario ed economico che lo stesso capitalismo è in grado di creare – a
dispetto della retorica no global e anti-occidentale – la destra si arrampica
sugli specchi. Per negare legittimità alla scienza, che ormai unanimemente
concorda sulla minaccia dei cambiamenti climatici, e per ignorarne le
ripercussioni, che pure sono già sotto gli occhi di tutti i cittadini – dalle
conseguenze profetiche dell’uragano Katrina all’emergenza idrica in mezzo mondo.
Continua ad accusare gli esperti e gli scienziati di allarmismo, insincerità,
propaganda. Si arrocca su posizioni insostenibili, e soprattutto non
giustificate. Non giustificate, semplicemente perchè e’ un’illusione ottica e
un vizio mentale quello per cui l’ambientalismo debba essere appanaggio della
sinistra.

L’Australia, in questi
mesi, offre un’esemplificazione egregia di questo paradosso. Tra pochi mesi il paese
andrà alle urne. Il governo attuale, liberal-conservatore, è rimasto saldamente
al potere per ben 11 anni. Sotto la sua egida, l’economia è cresciuta come mai
prima, l’Australia è stata presente sull’arena internazionale in maniera costante
e autorevole, e il più acceso dibattito che si ripropone al momento in cui viene
votato il budget federale è su cosa fare dei miliardi di dollari di surplus che
regolarmente vengono registrati. Eppure, i sondaggi preannunciano una sconfitta
cocente per il governo. La battaglia elettorale verte su innumerevoli temi
caldi – dall’Iraq alla liberalizzazione del mercato del lavoro, dai diritti
delle minoranze all’identità nazionale, dalla sicurezza all’antiterrorismo
all’immigrazione.

Ma uno dei temi che
dominano incontrastati il dibattito politico pre-elettorale, e che ne
condizioneranno maggiormente il risultato, è proprio l’ambiente. Il paese si
trova, da anni, nella morsa di una siccità che minaccia il collasso dell’agricoltura,
la sussistenza di centinaia di migliaia di famiglie, e l’approvvigionamento
idrico per le grani metropoli australiane. I pronostici sull’acqua “oro blu” in
quanto bene sempre più scarso sono qui una tangibilissima realtà. E inevitabilmente,
a questo problema si collega quello dei cambiamenti climatici. La
radicalizzazione del clima, l’aumento nella frequenza e nell’intensità di
eventi estremi come siccità o inondazioni, sono ormai percepiti dalla gente
comune come parte del problema. La scienza corrobora questa versione. Ma la
destra continua a negarla. Ed è qui che il paradosso sopra delineato esplode in
tutta la sua drammaticità. Il governo conservatore di John Howard è stato al
potere in anni cruciali per il dibattito sull’ambiente e la presa di coscienza
della minaccia che i cambiamenti climatici rappresentano per l’umanità. Eppure,
fino all’ultimo il governo ha ignorato scientemente l’argomento. Lo ha fatto in
barba alla scienza, e al buon senso. Nonostante il consenso pressoché
universale sulle cause e sugli effetti dei cambiamenti climatici, la classe
politica di destra ha continuato a far finta di nulla, e ha guadagnato
all’Australia il poco invidiabile primato di nazione più invisa agli
ambientalisti – assieme agli Stati Uniti dell’amministrazione Bush ovviamente –
per il rifiuto di ratificare il Protocollo di Kyoto e qualsiasi accordo in
materia di riduzione dei gas serra.  

Ora, della validità di
Kyoto si può discutere. Ma della concretezza della minaccia del clima no.
L’atteggiamento di sprezzante disinteresse per le tematiche dell’ambiente è
oggi un errore politico imperdonabile. E il risultato è nei sondaggi – che
minacciano una Caporetto per John Howard. Il Labor Party, dal canto suo, ha
cavalcato l’insoddisfazione della gente, la sensibilità ambientalista così
comune e diffusa. E ha avuto buon gioco nel dipingere il governo come
irresponsabile, incompetente, e miope. Non ha dovuto far nulla in effetti. I
Liberal si sono squalificati da sè.

Ma quanto c’è di vero nell’equazione
sinistra – uguale ambientalismo? Di nuovo, l’Australia ci soccorre. Un altro
tema caldo del dibattito politico sociale in questi giorni riguarda le foreste.
Le foreste australiane sono tra le più ricche e diverse al mondo. Duecento anni
di colonizzazione europea ne hanno già obliterato oltre l’80%. E ciò che resta
è lungi dall’essere salvo. Soprattutto nel più piccolo, e naturalisticamente
straordinario, degli Stati che compongono la Federazione: la Tasmania. Un posto
magico, in cui sopravvivono antiche foreste uniche al mondo, direttamente eredi
della flora del Gondwana, il supercontinente scomparso. La natura della
Tasmania è mozzafiato. Le ultime foreste di eucalyptus giganti – eucapyltus regnans in terminologia
scientifica, alberi alti fino a 90 metri, superati in magnificenza soltanto
dalle sequoie giganti della California – sono ormai ridotte al 13% della
superficie che coprivano prima dell’arrivo degli europei. Eppure, il tasso di
distruzione delle foreste della Tasmania è superiore, in proporzione, a quello
di paesi come il Brasile e l’Indonesia.  

L’attuale casus belli è
la decisione della compagnia che controlla la maggioranza dell’industria
forestale dello Stato di costruire una cartiera nell’isola. Si tratta di un
progetto mastodontico, una delle cartiere più grandi del mondo. Ma l’isola, e
l’Australia intera, si sono spaccate sull’argomento. L’industria e le sue
strutture appoggiano il progetto; la maggioranza della popolazione è contraria,
per varie ragioni. La prima è che la fabbrica inghiottirebbe le ultime foreste
vergini della Tasmania, e questo per produrre rotoli di carta igienica o carta
da giornale, creare poche centinaia di posti di lavoro, e assicurare profitti
enormi alla compagnia proprietaria. Ma gli effetti negativi sarebbero al
contempo immensi. Gli scarichi del processo di lavorazione inquinerebbero le
acque pure dove si pescano o si allevano alcune delle più pregiate varietà
ittiche al mondo. La contaminazione dell’aria minaccerebbe gli abitanti di
Launceston, seconda città della Tasmania, e la fiorente industria vinicola
della regione. E infine, il “marchio” turistico per cui la Tasmania è una mecca
per i viaggiatori di tutto il mondo, e che si basa sull’immagine di stato
verde, ecologista (il 40% della Tasmania è preservato in parchi nazionali e
gran parte di esso è stato nominato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco) e
sulla natura incontaminata, rischia di essere gravemente compromesso.

La solita diatriba
conservazione/sviluppo? In un certo senso sì. Soltanto che il governo della
Tasmania, che è il maggiore fautore della cartiera, è di sinistra. Il premier,
Paul Lennon, ha calpestato ogni regola e ogni legge per fare approvare il
progetto. Lo ha sottratto, con una contestata procedura accelerata, all’esame
scrupoloso degli scienziati, e ha costretto il parlamento a votare su un
dossier di centinaia di pagine, fitte di problematiche tecniche e scientifiche,
nell’arco di un fine settimana. Senza contare i soldi dei contribuenti spesi in
martellanti campagne pubblicitarie a favore della cartiera.  

Un caso strano? No.
Piuttosto, un caso emblematico. Il governo della Tasmania è un tipico prodotto
della cultura di sinistra. Quella autentica. Non i radical-chic nostrani che si occupano di ambiente a tempo perso. Ma
la sinistra dei lavoratori, degli impiegati delle fabbriche, degli stipendiati
dalle grandi industrie delle risorse naturali, in primo luogo forestali. Il
Premier è un tipico prodotto dell’establishment di sinistra. Rappresentante di
fabbrica, sindacalista di carriera. Un apparatchik,
insomma. Il cui interesse precipuo è mantenere in piedi il bacino elettorale
del partito. Che è fatto, appunto, di impiegati di fabbrica e lavoratori
forestali, ben lontani dall’etica ambientalista che la sinistra sbandiera e cui
la destra  ha accettato di abdicare. E
non è soltanto un male provinciale. Il candidato del Labor Party che sfiderà
John Howard alle elezioni,  poche
settimane fa è andato in Tasmania in campagna elettorale. E cosa ha detto? Che
un suo eventuale governo assicurerà che non un solo ettaro di foresta della
Tasmania verrà protetto in nuovi parchi, e che l’industria forestale avrà
perenne accesso al legname di cui ha bisogno. Brutale realpolitik insomma – la sinistra non vuole perdere i voti dei
lavoratori forestali e dei grandi sindacati industriali.

Questa è la realtà dei
fatti. Così come v’è molta realtà nelle argomentazioni dell’ambientalismo. Che
il capitalismo senza regole e senza controllo non è buono per l’ambiente (ma il
punto che la sinistra tace è che non è l’unico capitalismo possibile). Che i
cambiamenti climatici sono davvero una delle più serie minacce che l’umanità
deve fronteggiare. Oggi, non domani. Che la perdita di biodiversità che la
Terra rischia di subire è la più massiccia da millenni, ed è causata
dall’attività umana. Che il 40% delle foreste del pianeta è già andato perduto
e agli attuali ritmi di deforestazione mancano pochi decenni prima che le
ultime foreste primordiali spariscano anch’esse, in un circolo vizioso di
ripercussioni sugli equilibri climatici e sulla resistenza del pianeta a questa
pressione smodata.

Problematiche sinistre –
sì. Problematiche di sinistra – no.  

Una destra moderna che
aspiri a governare non può più voltare le spalle alla “questione ambientale”, continuare
a negarne la gravità in modo irresponsabile e miope. E il punto sta nel
rendersi conto dell’equivoco per cui “l’ambiente è di sinistra”. E nel
rivoltarlo.

La destra ha bisogno di
una nuova politica ambientale. Che sfati il mito per cui soltanto la sinistra è
rifugio dell’ambientalismo. Che faccia i conti con il paradosso mentale che ha
permesso che questa credenza si consolidasse e divenisse un dogma adamantino.
Che riconosca l’errore, e vi ponga rimedio.  

La “perdita
dell’ambiente” è uno dei più grandi
errori che la destra contemporanea ha commesso, e continua a commettere. E se
non per etica, e per ragioni identitarie e storiche, farebbe meglio a farci i
conti per ragioni politiche. Perché prima o poi arrivano le elezioni. Ed è
irrazionale, e suicida, consegnare agli avversari il monopolio su una questione
cruciale per l’umanità come il destino del mondo in cui viviamo.