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Air One esce dalla gara Alitalia e TPS registra l’ennesimo fallimento

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C’è una strana amarezza quando si ha ragione troppo presto. Sin dalla lettura del bando per la privatizzazione (peraltro parziale, ma potenzialmente soggetta a Opa totalitaria da parte del potenziale vincitore) avevamo preconizzato che il beauty contest (non l’asta di cui ha parlato per mesi il Presidente del Consiglio Romano Prodi) era votata o al fallimento o a concludersi in un labirinto di ricorsi che avrebbero portato probabilmente al suo annullamento o da parte delle autorità antitrust italiane o da parte della Corte di Giustizia Europea. Non era una profezia ma il frutto di esperienza di direzione di uffici in Banca Mondiale per circa tre lustri e di esperienza, quindi, sul campo – ed in copore et cute – di gare internazionali.

Ora la stima fatta in gennaio e ribadita su L’Occidentale sin dal primo numero del nostro quotidiano di orientamento è diventata realtà con il ritiro di quella Air One (che sembrava a tutti come la compagnia superfavorita anche e soprattutto dalla politica) dal contesto. E che comunque era rimasta la sola in gara. A quello che si è dato di comprendere, Air One tira i remi in barca in quanto i sindacati (e la stazione appaltante – su cui aleggia la sinistra reazionaria) hanno detto chiaro e tondo che non accettano una riduzione di organico come quella proposta (circa 2500 unità) per riorganizzare la compagnia.

Questo ultimo sviluppo del tormentone Alitalia ha implicazioni sia di politica economica generale sia specifiche al settore ed all’azienda. Per quanto attiene alla politica economica generale, il titolare del dicastero dell’Economia e delle Finanze, Tomaso Padoa-Schioppa (TPS) segna un’altra sconfitta nel suo curriculum di Ministro: ancora una volta – come ha sottolineato ieri Alberto Alesina su Il Corriere della Sera – avere seguito comportamenti incoerenti (ove non apertamente contrastanti) con quanto ha scritto in articoli e libri lo ha reso foglia di fico della sinistra reazionaria e di interessi particolaristici. Le sue dimissioni – ed il suo ritorno nella tanto amata Parigi – sarebbero nell’interesse e suo e dell’Italia dopo questo ulteriore insuccesso che mette a repentaglio la politica dell’industria e della tecnologia del Paese.

Sotto il profilo dell’azienda le strade possibili sono due dato che non è fattibile il percorso (di dubbia correttezza ed ancor più dubbia legittimità) accarezzato nei Palazzi romani nelle ultime due settimane: fallita la gara, entrare in trattativa con l’unico concorrente in lizza per una licitazione privata. Tale idea avrebbe danneggiato  tutti (pure Air One, che se ne è accorta): si aprirebbe un complicato contenzioso interno ed internazionale sull’osservanza delle regole europea e della prassi internazionale (la lex mercatoria non scritta ma cogente come se lo fosse) che potrebbe aggravare tensioni già esistenti all’interno del Governo e danneggiare ulteriormente l’immagine dell’Italia all’estero. Chi più verrebbe ad investire da noi se non c’è certezza di regole analoghe a quelle seguite nel resto del mondo avanzato? Per la stessa Air One, una licitazione privata sarebbe una vittoria di Pirro, con contenziosi dietro la porta ed il ritorno del fantasma della operazione Sme.

Un percorso consiste nel portare i libri in tribunale ed iniziare una procedura di fallimento come sostengono da tempo economisti specializzati nel ramo (si pensi agli scritti di Carlo Scarpa) . Un'altra via possibile è (dietro autorizzazione dell’Ue) lanciare una nuova gara, ma con tutte le regole e le procedure del caso. L’Occidentale  ha fornito suggerimenti anche tecnici in materia. Se richiesti siamo pronti a tornare sul tema.

 
Per saperne di più

Carlo Scarpa Alitalia: un prezzo troppo elevato per il Paese in www.brunoleoni.it

Francesco Drudi (ed altri), Corporate Finance in the Euro Area ? Including Background Material"  ECB Occasional Paper No. 63

 

 

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