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Stato imprenditore?

Aiuti di Stato all’ombra del virus

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La Commissione europea ha recentemente fornito i dati circa gli aiuti di Stato ammessi dal Commissario per la Concorrenza nell’ambito delle misure straordinarie adottate in occasione della pandemia. Sono stati infatti ammessi 160 interventi configurati come aiuti di Stato: si tratta di una cifra significativa, soprattutto perché riguarda asset strategici e importi considerevoli. Ancor più sorprendente è il fatto che oltre la metà di questi aiuti sono stati richiesti dalla Germania, paese cuore del sistema europeo.

La tolleranza verso gli aiuti di Stato risulta perfettamente comprensibile nel momento attuale e si inserisce all’interno di un discorso più ampio che non riguarda solo la sopravvivenza delle imprese sottoposte a stress, ma anche la tutela degli interessi strategici dei Paesi membri e, di conseguenza, della stessa Unione. Un forte legame esiste tra la questione del sostegno e l’ampliamento dei margini operativi della golden power, che permette ai governi di intervenire a tutela delle imprese strategiche.

Sorgono però una serie di riserve sull’impatto che queste misure possono avere nel medio-lungo periodo e sulle contraddizioni tra la politica di aiuti e le altre priorità fondamentali dell’Unione Europea. La contraddizione maggiore è tra la tendenza nazionalizzante e il mercato unico: quest’ultimo è stato infatti concepito per un’economia europea tendenzialmente concorrenziale e, come ammesso dalla stessa Commissione, si vanno delineando sullo sfondo delle criticità. Il fatto che poi sia la Germania a ricorrere con maggiore larghezza allo strumento degli aiuti non fa che enfatizzare il problema.

La storia ci mostra poi come lo smantellamento degli aiuti di Stato sia stato un processo lungo e molto faticoso. In generale, l’uscita delle economie dal controllo pubblico si rivela difficoltoso perché implica una svolta concettuale che va al di là dei tecnicismi e dei bizantinismi che un’operazione del genere richiede.

Vi è, infine, la questione più generale della convergenza tra modelli nazionali: a partire dagli anni Novanta è emersa una tendenza comune alla privatizzazione che ha visto alcuni Stati, come l’Italia, intraprendere sforzi titanici e altri, come la Germania, procedere più cautamente. Già da alcuni anni si era compreso che la fiducia in una piena liberalizzazione era venuta meno: ma da qui a pensare che si possa (e soprattutto che si debba) tornare una modello dirigista anni con uno Stato imprenditore nei campi più disparati, da quello del traffico aereo a quello del turismo, ce ne passa. Probabilmente non ne guadagnerebbe l’Italia, come non ne guadagnerebbe la Germania.

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