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Aiutiamoci perché SuperMario ci aiuti

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La forte discontinuità politica rappresentata dal prossimo governo Draghi è una grande opportunità ma, paradossalmente, nasconde una sfida senza precedenti.

Ora al timone c’è “il migliore”, per storia, per competenza, per reputazione internazionale. Un leader eccellente, venuto da Marte, che tutto il mondo ci invidia. Non c’è Biden che tenga, non c’è Macron o Merkel che regga il confronto con il salvatore dell’Euro. Il leader competente, temperato, equilibrato, non politico, ancorché molto bravo con la politica; il leader con quel carisma calmo di chi sa che cosa deve fare.

Tuttavia, il Premier in pectore non avrà vita facile.

Si troverà spesso a navigare a vista, costretto a misurare ogni suo passo tra le spine di un parlamento dilaniato da sentimenti contrastanti. Si dovrà difendere, con egual attenzione, dagli entusiasmi infantilistici dei peones che vivono di luce riflessa e dalle barricate giacobine dei twittari populisti.

Dovrà guardarsi le spalle da una certa stampa forcaiola e giudicante, già chiamata a raccolta da Marco Travaglio, secondo il quale Draghi “è stato messo lì dai soliti poteri marci che vogliono mettere le mani sui fondi europei”.

Lo attenderanno al varco i corpi intermedi, ciascuno con le loro, più o meno legittime, rivendicazioni, ciascuno con cucito sul petto il punto di vista del proprio blocco sociale di riferimento. Gli imprenditori richiederanno maggior flessibilità nel lavoro, incentivi alla produttività, la riduzione del cuneo fiscale, gli sgravi degli investimenti, la riforma degli ammortizzatori sociali; i sindacati rivendicheranno maggiori tutele per i lavoratori, garanzie sugli esuberi, chiederanno il salario minimo, le nazionalizzazioni e le assunzioni dei precari nel settore pubblico.

Per non parlare dalle istituzioni locali, gialle, rosse, bianche o arancioni che siano. I comuni, le provincie le regioni, con i loro sindaci, presidenti e governatori che solleciteranno il Premier perché dedichi una maggior attenzione ai i lombardi, ai campani, ai palermitani, ai bolognesi e ai triestini.

Ciascuno chiederà, frustrato da vent’anni di mancati compromessi e rimbalzi di colpe, ciascuno chiederà, rivendicando i propri sforzi e le proprie disillusioni. Ognuno sempre pronto ad accusare qualcun altro, nessuno in fondo capace di ammettere i propri errori.

In ultimo, Il professor Draghi dovrà lottare con la più forte e resiliente di tutte le istituzioni italiane: la pubblica amministrazione. Dovrà combatterne le inefficienze, lo spirito burocratico, la mentalità assistenzialista e l’arroganza procedurale.

Non sarà facile, come non lo è stato per tutti coloro che sono stati eletti o nominati in quel ruolo prima di lui con l’ingrato compito di “cambiare l’Italia” o come disse incautamente, almeno secondo qualche indiscrezione dell’epoca, il Professor Monti, di “cambiare gli italiani”.

Ora al timone c’è il migliore, il leader venuto da Marte, ma nemmeno SuperMario sarà in grado di cambiare gli Italiani. Egli potrà solo rendere evidente l’incapacità degli Italiani di cambiare.

Saremo noi – cittadini, politici, burocrati, sindacalisti e imprenditori – a dover dimostrare di meritarci un leader come Draghi, saremo noi che dovremo accettare la guida di un governo finalmente competente, rinunciando ciascuno a qualcosa, lavorando per il compromesso, mettendo da parte il nostro interesse personale per il progresso di tutti.

Certo, non sarà facile, ma dovremo farlo noi Italiani perché se è vero che ora abbiamo un leader eccellente è pur vero, come disse Abramo Lincoln, che “non puoi aiutare gli uomini facendo in loro vece ciò che dovrebbero fare da soli”.

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