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"Siloviki" contro "Civiliki"

Al Cremlino si combatte una guerra ma non è chiaro da che parte sta Putin

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La Russia si è avvitata in una congiuntura turbolenta, da cui non sembra poter uscire senza pesanti trasformazioni. La crisi economica globale ha avuto un impatto più duro e prolungato, perché ha colpito le criticità strutturali del sistema produttivo. A sua volta la profonda commistione tra potere politico e potere economico genera una crisi di sistema che si trasmette fino al Cremlino. Perciò la soluzione della crisi richiede una doppia manovra, poiché una riforma strutturale dell’economia comporta anche una radicale alterazione degli equilibri politici.

E’ la tesi sostenuta da Stratfor, compagnia americana di analisi geopolitica, che ha recentemente pubblicato un ciclo di report intitolato Kremlin Wars, “le guerre del Cremlino”. Il soggetto della ricerca è l’antagonismo tra i clan che si fronteggiano al Cremlino davanti alla dilagante crisi economica. Questi clan non sono “partiti” in senso classico, ma neppure strutture clandestine. Sono gruppi chiusi dove l’appartenenza è fondata su una determinata visione del potere e sulla condivisione di ruoli pubblici di altissimo prestigio.

L’analisi di Stratfor si focalizza su due clan: i “siloviki” e i “civiliki”. I primi derivano la loro etichetta da “sila” ovvero “forza”, da cui l’aggettivo plurale “siloviki” per indicare, letteralmente, “gli uomini dotati di potere”. (Infatti nel linguaggio istituzionale la formula precisa è silovye struktury, ovvero "le strutture di potere"). I siloviki sono personalità che, nella maggioranza dei casi, provengono dagli alti quadri dell’ex Kgb; molti di loro hanno lavorato nella amministrazione comunale di San Pietroburgo, quando Putin ricopriva ruoli di grande importanza nella città, e attualmente governano gli apparati dello stato e dei suoi conglomerati economici.

Stratfor identifica il leader dei siloviki in Igor Sechin, una sorta di icona dell’èlite di Putin. Sin dal 1991 Sechin ha lavorato fedelmente al fianco dell’attuale premier, assumendo la direzione dell’amministrazione presidenziale dall’inizio alla fine del doppio mandato di Putin.

Le risorse di Sechin e dei siloviki sono sotto il controllo dell’Fsb, il successore del Kgb, da cui provengono figure di punta dell’establishment, come il ministro degli interni Rashid Nurgaliyev, che controlla circa 250,000 agenti tra milizie poliziesche e forze militari; oppure lo speaker della Duma Boris Gryzlov, che nel 2005 ebbe a dire “il parlamento non è un luogo dove si discute”; e ancora Nikolai Patrushev, il successore di Putin alla direzione dell’Fsb; Sergei Bogdanchikov, presidente di Rosneft, il colosso del petrolio e infine Sergei Chemezov, ex agente Kgb a Dresda insieme a Putin nonché attuale presidente di Rosoboronexport, il monopolista nella produzione e vendita di armi russe nel mondo.

La tesi di Stratfor è che la crisi economica abbia seriamente colpito il potere economico dei siloviki. Il loro profilo di uomini di potere non si è mai accordato con l’esigenza di un management autenticamente imprenditoriale all’interno di un sistema economico modernizzato secondo gli standard occidentali: competizione, investimenti stranieri, efficienza, lotta agli sprechi, emancipazione da una politica industriale basata unicamente sullo sfruttamento delle risorse energetiche.

Per avviare un ciclo di riforme strutturali nell’economia russa occorre un cambio di potere –  ecco il perno della ricerca di Stratfor – che può realizzarsi col predominio del clan opposto ai siloviki, i “civiliki”. Il termine è molto ambiguo: può essere sia un gioco di parole (civiliki vs. siloviki) oppure può stare a indicare il progetto di rivalutare la società civile come un soggetto politico della Russia di oggi. La figura di riferimento di questi gruppi è Vladislav Surkov, primo vice capo dell’amministrazione presidenziale e consigliere personale di Putin.

Il teorema economico dei civiliki è incardinato sull’impossibilità di proseguire con una gestione dell’economia in mano alla mentalità burocratica e politica dei siloviki. Le grandi imprese russe, dominate dai siloviki, non hanno retto alla crisi, facendo ricorso al credito delle banche che a loro volta non hanno avuto altra scelta se non sottoscrivere cospicui obbligazioni statali. L’effetto finale è che l’esiguo credito statale non è bastato alle aziende, mentre le banche, esaurite le loro riserve, sono finite sotto il controllo dello stato, sommerso da crediti che probabilmente non saranno mai ripagati.

Questo spiega perché tra i civiliki spicchi il nome di German Gref, il presidente di Sberbank, la banca più grande della Russia e dell’Europa orientale, che il 22 ottobre scorso ha annunciato un crollo di profitto da inizio anno pari a 312 milioni di dollari, pari –91% rispetto allo stesso periodo del 2008. Insieme a lui c’è lo storico ministro delle finanze Alexei Kudrin e il ministro dell’economia Elvira Nabiullina.

Secondo Stratfor il piano dei civiliki per mettere in scacco i siloviki prevede tre mosse. Primo: emarginare i siloviki dal comando delle aziende per sostituirli con un management professionale. Secondo: rimuovere i severi vincoli  che impediscono agli investimenti stranieri di entrare in Russia e, terzo, procedere ad una nuova privatizzazione delle aziende così rigenerate. E’ la ricetta di Eltsin, se non fosse che questa volta la cabina di regia resta saldamente in mano al Cremlino. 

La principale variabile dell’analisi di Stratfor è Putin. Per vocazione biografica e politica è l’architrave dei siloviki. Ma la congiuntura economica è talmente negativa da aver compromesso la sussistenza stessa dello status quo putiniano. Una svolta filo-occidentale dell’economia russa non è impossibile. Ma le sue conseguenze rischiano di stravolgere gli assetti di potere. Concedere carta bianca ai civiliki di Surkov non significa soltanto ritornare alle politiche capitaliste degli anni Novanta, peraltro caldamente condannate da Putin. Significa anche depotenziare sensibilmente i siloviki, col rischio di scatenare una guerra civile nel Cremlino, dove finora Putin ha adottato la tattica del “divide et impera” per impedire che un solo clan acquisisse l’egemonia sugli altri.

L’analisi di Stratfor emargina il ruolo del presidente Medvedev e dei potenti apparati della burocrazia, per concentrarsi sulle dinamiche interne del governo. Ma dopo l’articolo-manifesto “Russia, avanti!”, firmato da Medvedev all’inizio di settembre scorso, è evidente che la diarchia con Putin è terminata in modo conflittuale. Il presidente potrebbe ricandidarsi alle prossime presidenziali del 2012, proprio sfidando il suo primo ministro. In un arco di tempo più circoscritto, Medvedev ha lanciato l’ennesima campagna contro la corruzione, ormai dilagante. E’ una variabile che va inclusa nell’indagine sul potere russo, considerando che l’economia russa, sia quella pubblica che quella privata, è radicalmente consumata dalla corruzione.

La figura stessa di Surkov è ambivalente. Da una parte si è schierato contro Sechin e i bastioni dello statalismo post-sovietico. Ma è lo stesso uomo che nel 2003 ha messo in scena il processo contro l’oligarca Mikhail Khodorkovsky per poi sequestrarne l’impero economico, raccolto intorno a Yukos, il consorzio di imprese petrolifere che costituiva il cuore del potere degli oligarchi al tempo di Eltsin. L’attacco a Yukos, orchestrato proprio da Surkov, segnò l’inizio di quell’enorme processo di nazionalizzazioni da cui nacque Gazprom.

Non a caso il presidente di Gazprom, Alexei Miller, fa parte della cerchia di Surkov. Inoltre Surkov, di origini cecene, si rivelò decisivo al tempo delle guerre in Cecenia nel dividere il fronte separatista anti-russo e capovolgere le sorti dell’estenuante conflitto a Grozny. Spostando dalla parte di Mosca le milizie cecene avverse al wahhabismo dei ribelli filo-islamici, Surkov è stato il padrino politico dei Kadyrov, padre e figlio.

Noto alle cronache per la sistematica violazione dei diritti umani, Ramzan Kadyrov, l’attuale presidente ceceno, è diventato il baluardo del Cremlino e di Putin nel Caucaso russo. Questo rende difficoltoso associare Surkov alle istanze riformiste e liberali, forse perché il potere interno del Cremlino non è poi così tanto polarizzato, o forse perché gli stessi civiliki sono divisi tra una frangia più tecnocratica e una più liberale – e non sempre queste due frazioni compongono un’unità di pensiero e azione.

Data la situazione di crisi economica, l’alternativa di uno sviluppo capitalista dell’economia russa non è più utopica. Ma dobbiamo chiederci se anche in Russia una vera economia di mercato permetterà lo sviluppo di istituzioni veramente liberali e democratiche. Il Cremlino potrebbe ancora gestire il passaggio ad un’economia capitalista. Ma una Russia dove la competizione fosse estesa anche alla politica, fondata sui diritti e le libertà dei cittadini, sarebbe incompatibile col potere di Putin – ma anche di Surkov e dei civiliki.
 

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5 COMMENTS

  1. svolta filo-occidentale????
    Si metta l’animo in pace, sig. Cazzulini, il disastro economico prodotto dall’ubriacone liberista Eltsin non si ripeterà più. La Russia ha già dato, grazie. Non sarà più terra di conquista dei miliardari americani, mai più. Mi spiace per tutti voi, ma dovrete convivere con quella brutta cosa che si chiama Russia ancora a lungo… Se non altro in questo articolo finalmente la riconosco, sig. Cazzulini. E con questo articolo, che ricalca fedelmente il tono anti-russo (per carità legittimo, siamo ancora in democrazia, almeno nominalmente!) dei suoi articoli abituali, lei mi conferma direttamente che il suo precedente articolo “Berlusconi da Putin, l’Italia è il perno dello sviluppo Russo in Europa”, stranamente prodigo di elogi verso il “mostro” russo che puntualmente riaffiora qui, era dettato solo ed esclusivamente da una necessità di far fare bella figura al nostro premier sempre e comunque. Questa sì che si chiama informazione libera e imparziale… Saluti.

  2. Coerenza cercasi disperatamente…
    Che agli “Occidentali” piaccia o no c’è del vero nelle parole di mj23, infatti è innegabile che la stragrande maggioranza degli articoli che parlano dei rapporti con la Russia all’interno di questo sito sono esemplificativi di un modo piuttosto goffo di stare con un piede in due staffe: si passa all’esaltazione di Putin come un capo di un grande Stato ansioso di aprirsi al capitalismo più sfrenato (quindi amico del cosiddetto “Occidente”), alle accuse che lo dipingono come uno spietato dittatore sovietico, e tutto questo nel giro di pochissimi giorni! Con questo voglio dire che sarebbe opportuno cercare di tirar fuori il coraggio di sostenere le proprie idee fino in fondo poichè nel contraddirvi in continuazione perdete di credibilità, e purtroppo non credo che a molti di coloro che scrivono articoli sulla falsa riga di questo ne sia rimasta granchè…

  3. Comunisti
    L’articolo non è compreso da quanti sono stati formati in una visione ideologicamente totalitaria, la quale guarda alla varietà e alla mutabilità del mondo con occhiali manichei pesantemente colorati al piombo, che pretende di ingessare la realtà nella fissità di un bianco e nero senza sfumature e senza dinamica: vecchi modelli, vecchie ruggini, vecchi nemici, vecchi progetti. E’ il comunismo – mai sufficientemente condannato – che si consuma nella mente dei militanti, coloro che credono ancora che l’ideologia abbia fornito loro le chiavi della storia, nell’illusione (ostinata ma stentata) che la loro crisi sia solo un inciampo accidentale lungo un percorso progressivo – che l’ortodossia tornerà a governare – verso il loro traguardo. Si continua a vagheggiare il ritorno della trista Russia sovietica, anziché meditare sulle miserie di Cuba.

  4. povero vanni
    E tu invece continua a cullarti nell’illusione che la cosiddetta cultura occidentale possa venire difesa dalle lobby economiche che hanno in mano da sempre le leve del potere degli Stati Uniti. Continuiamo così, e vedrai che ci sarà sicuramente un futuro “luminoso” per tutto l’Occidente… Caro vanni, non lamentarti se poi tra vent’anni non ci sarà più tutela alcuna per alcun tipo di lavoratore, se non ci sarà più alcun valore oltre al denaro per giudicare lo status delle persone, se le donne occidentali saranno tutte veline o generali in carriera, se la famiglia non esisterà più, se gli immigrati saranno centuplicati, se ci saranno burqa e minareti ogni due metri, se l’Europa sprofonderà di nuovo in un conflitto armato senza fine… Le avvisaglie di tutto questo ci sono già adesso: a voi la scelta cari signori, e buona fortuna!

  5. Lunga vita alla Russia,
    Lunga vita alla Russia, questa volta non ci faremo ingannare dagli occidentali, Putin è uno tosto. Si d’accordissimo questo giornale è molto anti-russo.

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