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Partita doppia

Al “gioco” delle Fondazioni bancarie, io non gioco più. Disse il Pd

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Non gioco più. Lo dicono i bambini, quando arriva nel gruppo uno più grandicello e loro pensano di perdere. Ma accade anche fra gli adulti, quando si gioca a carte e chi mescola il mazzo, sistematicamente vince più dell’altro e questi, stufo di essere gabbato, chiede di mescolare lui il mazzo. E’ accaduto, con riguardo al gioco delle Fondazioni bancarie che controllano Intesa San Paolo e Unicredit, dopo il rimescolamento delle carte dovuto alla vittoria in Piemonte e in Veneto, del blocco Pdl-Lega Nord, che ha portato i “leghisti” Zaia e Cota alla presidenza delle due Regioni. Sono loro che adesso “mescolano il mazzo” e il Pd dice che “non vuole giocar più” nel gioco delle Fondazioni bancarie.

Dice che è ora di cambiare metodo, dopo che ciò che è emerso, nel caso della recente nomina del professor Siniscalco a  presidente del consiglio di gestione di Intesa San Paolo, per iniziativa del sindaco di Torino, che si è avvalso dei poteri che il comune di Torino ha nella Fondazione San Paolo, ossia la Compagnia di  San Paolo. Questa  ha il 10% di Intesa San Paolo.

A supporto  della tesi che la politica non deve entrare nelle nomine nelle banche, si sostiene che ciò che ha fatto il sindaco di Torino è una lottizzazione politica. In realtà Chiamparino si è limitato a esercitare il diritto di scegliere il presidente del consiglio di gestione che gli sembrava più idoneo a sostenere gli interessi di Torino e del Piemonte nel gruppo bancario in questione. E ne ha titolo, dato che è stato delegato a rappresentare la Fondazione (Compagnia) di San Paolo e che le Fondazioni bancarie hanno compiti di erogazione dei loro proventi in progetti di no-profit operanti nel loro territorio. Se questa Fondazione è una istituzione della comunità Piemontese che cosa c’è di strano, se il sindaco di Torino vuole far sì che la Banca di San Paolo tenga in particolare conto le esigenze del finanziamento delle imprese operanti sul territorio?

E’ osservazione comune che le nostre grandi banche, a differenza delle banche popolari e di quelle di credito cooperativo, non sono particolarmente interessate al credito alle piccole e medie imprese. Preferiscono fare quello alle grandi imprese, con cui a volte condividono anche partecipazioni azionarie in altri soggetti finanziari e in grandi gruppi editoriali (vedi presenza in Mediobanca, che controlla RCS, l’editore de Il Corriere della Sera).

Lo sdegno del Pd è ingiustificato. Quando il Pd controllava le Fondazioni bancarie, esse, per i dirigenti di questo partito che prima si chiamava Ds, avevano il diritto-dovere di controllare le banche. Adesso che il mazzo è passato a Pdl e Lega e che il sindaco Chiamparino fa il battitore libero e non prende più ordini dai capi del partito per le nomine che interessano a lui, il gioco non appare più valido.

Il professor Gavazzi è venuto in supporto della tesi per cui il gioco delle nomine nelle banche da parte delle Fondazioni non si deve fare più con un argomento surrettizio. Dice che le Fondazioni bancarie non devono chiedere che le banche di cui sono azioniste di controllo tengano conto delle esigenze delle imprese del territorio di cui le Fondazioni si interesano, perchè ciò porta a disastri economici. Per dimostrarlo usa un esempio improprio, quello di Banche tedesche dei Landes, cioè degli stati membri della Repubblica Federale tedesca (pressappoco equivalenti alle nostre Regioni, dopo l’attuazione del federalismo fiscale) che per controbilanciare i presunti deficit o scarsi utili realizzati gestendo i loro finanziamenti a imprese del proprio territorio, hanno investito in derivati di provenienza Usa, riguardanti mutui immobiliari ad alto rischio (cosiddetti subprime e altri analoghi titoli) e, con la crisi del 2007, hanno dovuto registrare pesanti perdite.

Non si capisce perchè il finanziamento delle imprese del territorio di competenza di una Fondazione bancaria, debba essere in perdita. Non si chiede di finanziare imprese sballate con criteri politici, di carattere clientelare come fece a suo tempo il Banco di Napoli, si chiede di dirigere una parte dei  finanziamenti agli operatori economici validi di determinate aree, mediante criteri professionali. Quanto all’investimento in derivati ad alto rischio per ottenere alti rendimenti, non pare che esso debba fare parte delle condotte dei manager di una banca sana: fa parte delle condotte di dirigenti bancari incompetenti o avventurosi che fanno affidamento sull’eventuale salvataggio pubblico. Ma questo è, legalmente, un atto dovuto per una banca regionale tedesca, dato che il Land è responsabile dei suoi debiti. Invece  non vi è alcun obbligo delle Regioni o delle province o dei comuni italiani di salvare le banche delle Fondazioni bancarie nel caso di crisi, dato che tali Fondazioni sono soggetti da essi formalmente indipendenti.

Il professor Giavazzi per sostenere che le Fondazioni bancarie non dovrebbero più controllare le banche argomenta anche che esse potrebbero meglio massimizzare il loro utile, riducendo la loro partecipazione nella banca controllata onde fare investimenti diversificati più redditizi. Ciò per avere più mezzi per il finanziamento di attività senza fine di lucro del proprio territorio. Tesi doppiamente errata.

Intanto al maggior azionista di Intesa San Paolo converrebbe accrescere il capitale sociale questa banca, che ha bisogno di essere rafforzato, per migliorare la sua attività. Inoltre un comune non ha compiti primari di finanziamento di no-profit, tramite una Fondazione, ma compiti primari di servizio pubblico. Se il Comune vuole finanziare le non profit, è meglio che lo faccia direttamente con gli stanziamenti di bilancio, destinati agli appositi assessorati e da essi gestiti, con una responsabilità verso i cittadini elettori, anziché indirettamente tramite una Fondazione, che opera con un “fuori bilancio”.

Ma le tesi del professor Giavazzi servono per chi sino a ieri controllava le Fondazioni bancarie  e ora sta perdendone il controllo. Il gioco non si deve fare più perché il mazzo di carte è passato alla parte avversa. Sino ad ora, il controllo di Intesa San Paolo e di Unicredit è stato detenuto saldamente dalle Fondazioni bancarie di riferimento, che a loro volta erano controllate da amministratori locali e regionali di sinistra, con una spartizione di poteri e di interessi fra ex Dc ed ex Pc e un pizzico di ex e neo azionisti. Quando ha cominciato a sgretolarsi il potere nella Fonazione Cariplo della ex sinistra Dc che tradizionalmente la controlla,  l’avvocato Guzzetti e il professor Bazoli - due ex Dc di sinistra doc, rispettivamente presidente della Fondazione Carialo e di Intesa - hanno pensato che fosse il momento di fondersi con il San Paolo-Imi controllato dalla Compagnia di San Paolo. Non solo perché così il gruppo si ampliava. A parte ciò, Intesa poteva avvalersi della maggiore competenza del San Paolo-Imi e della sua maggiore proiezione internazionale per migliorare le performances. Inoltre  il controllo su Intesa da parte della ex sinistra Dc alleata con l’ex Pc si sarebbe potuto compattare di nuovo in quanto in Piemonte l’egemonia del Pd alleato con l’Udc pareva assicurata. E l’operazione di fusione, compiuta non con una alleanza alla pari, ma con un takeover più o meno mascherato di intesa su San Paolo-Imi, sembrava poter anche assicurare a Intesa e quindi al gruppo degli ex Dc la preminenza sull’intero complesso.

Ciò era gradito al Pd che, in questa strategia, poteva considerarsi come il garante del patto. A rompere questo piano è stato un imprevisto. E non in una sola volta, ma in due. Infatti per poche decine di migliaia di voti la coalizione Pdl-Lega ha espugnato il Piemonte battendo quella fra Pd ed Udc, che potrebbe parere stravagante, data la presa di distanza del Vaticano dalle tesi di forze politiche con cui è alleato il Pd ma che ha riferimenti bancari non stravaganti. Ora nella Compagnia di San Paolo la Regione Piemonte conta non poco sia direttamente che indirettamente.

La nomina dei consiglieri della Compagnia infatti spetta a vari enti, nelle seguenti proporzioni: 2 al Comune di Torino, 1 alla Regione Piemonte, 1 alla Provincia di Torino, 1 al Comune di Genova, 2 alla Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Torino, 1 alla Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Genova, 1 alla Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Milano, 1 alla Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Roma, 1 alla Unione Regionale delle Camere di Commercio del Piemonte, 1 al Consiglio Regionale del Volontariato regolato dalla Regione Piemonte, 1 alla Accademia delle Scienze di Torino, 1 alla Accademia Nazionale dei Lincei, 1 ad un Ente europeo indicato dal Consiglio Generale della fondazione, 1 al Presidente pro-tempore della Commissione della Comunità Europea, 1 alla Commissione Nazionale per la Parità e le Pari Opportunità tra Uomo e Donna presieduta dal Ministro per le Pari Opportunità.

Poiché molte delle appena elencate sono finanziate dalla Regione Piemonte e dal Comune di Torino o hanno, quantomeno, con essi intense relazioni ed interessi convergenti, è ovvio che il presidente della Regione e il sindaco di Torino abbiano il ruolo importante nell’influenzare le loro scelte. Ciò peraltro con un rapporto di 2 a 1 del Comune di Torino con la Regione. Data la perdita della Regione, il Pd faceva affidamento sul sindaco di Torino Sergio Chiamparino per la nomina di persona gradita a presidente del Consiglio di gestione. Senonché il vertice del Pd  per il ruolo di Presidente del consiglio di gestione voleva Enrico Salza gradito al gruppo ex Dc di sinistra, capo della  Fondazione Cariplo oppure il professor Beltratti.

Ma Chiamparino ha scelto il professor Siniscalco che non dà al Pd e agli ex Dc di sinistra altrettante garanzie. Ma che pare il più idoneo per il ruolo di promuovere le esigenze finanziarie del territorio. Così Chiamparino ha rotto i patti stabiliti ai piani alti della finanza e della politica. Come si è permesso di fare ciò? Chi crede di essere per prendere di mescolare il mazzo assieme al presidente della Regione Piemonte che è di un partito avverso? Con questa gente, i big della finanza ex Dc e della politica di sinistra non vogliono giocare più. E lo fanno sapere tramite i media che essi controllano. Ma non hanno capito che alla gente non interessa la tutela dei loro “patti di sindacato”.

Interessa che le banche facciano le banche, al servizio del pubblico delle imprese e dei risparmiatori in regime di mercato concorrenziale. E a tal fine per evitare che la politica interferisca con le banche, come è accaduto sino ad oggi per le Fondazioni bancarie, occorre che esse, per le nomine, anziché accordarsi fra loro e con i partiti di riferimento, interpellino il pubblico degli azionisti e dei risparmiatori.

 

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