Al Pdl serve un’idea nuova su sicurezza e immigrazione
25 Marzo 2009
La “Lettera dei 101” qualche giorno fa ha innescato qualche turbolenza nel gruppo del Pdl alla Camera. L’episodio è stato ovviamente subito riassorbito in una normale dialettica all’interno di un gruppo parlamentare dalle dimensioni così estese. Ma sarebbe sbagliato non vedere anche in quelle turbolenze un problema di fondo che pesa non poco oggi, non solo nei gruppi parlamentari. Le radici vere di quell’episodio vanno infatti ricercate non in questo o quel provvedimento sull’immigrazione, ma in un deficit complessivo di elaborazione sul tema dell’immigrazione, che è del centrodestra, come del centrosinistra.
La stessa tattica della Lega, che con frequenza ormai mensile presenta alle Camere emendamenti dalla formidabile carica di “effetto annuncio”, privi però di un disegno complessivo e articolato (ma dal sicuro riscontro elettorale), evidenziano un non piccolo problema: in Italia non è stato ancora definito un “modello per l’immigrazione” a cui fare riferimento, al di là di generici appelli all’integrazione. Incredibilmente, infatti, tutte le strategia sul tema si fermano sulla premessa – che pure è fondamentale e drammatica – che è il contrasto alla clandestinità e il controllo dei flussi (su cui la Bossi Fini di due legislature fa operò con eccellenti risultati). Sulle politiche che accompagnino l’immissione degli immigrati nel tessuto sociale non c’è dibattito nazionale, al di fuori di petizioni di sentimenti e una miriade complessa, ma disomogenea, di normative regionali e comunali.
Un deficit di elaborazione che ha una conseguenza paradossale: unico paese in Europa, in Italia si ragiona – quando lo si fa – su un unico pilastro, che è appunto l’integrazione dell’immigrazione regolare.
La realtà – non i modelli astratti – però è assolutamente diversa, perché il mercato del lavoro italiano allargato ai paesi dell’Africa e dell’Asia funziona oggi esattamente come funzionava il mercato del lavoro del nord Europa (Francia, Belgio, Olanda, Svizzera, Germania e Scandinavia) negli anni 60/80. Al pilastro dell’integrazione si è sempre infatti affiancato quello della rotazione. Vediamo la Germania: la cifra degli italiani che vi lavorano è grosso modo stabile (in lieve flessione) tra il 1970 e oggi. Ma solo una minima parte di quei 600-700.000 immigrati non è “ruotata”, tornando in Italia, o cercando altri sbocchi di mercato del lavoro (così è stato per i portoghesi, gli spagnoli, gli iugoslavi, i greci e i turchi). Parliamo non a caso della Germania, perché ha sempre avuto le condizioni di mercato del lavoro più simili a quelle di oggi in Italia e soprattutto perché lo Stato tedesco (per ragioni anche non commendevoli) ha sempre usato dell’immigrazione come volano non secondario per controllare il ciclo economico (vedi le espulsioni di centinaia di migliaia di extracomunitari a seguito della crisi petrolifera del 1973).
Impostare un “modello per l’immigrazione” in Italia vuol dire dunque iniziare a ragionare su questi due pilastri: integrazione e rotazione, là dove è indispensabile che il governo e la maggioranza definiscano delle linee-guida complessive (e non episodiche, non settoriali, non diluite a caso nel tempo) da fornire poi alle amministrazioni locali sulla integrazione e contemporaneamente rafforzino tutti gli strumenti che favoriscano al massimo la rotazione degli immigrati.
Il modello di integrazione che proponiamo parte da una definizione base: “Cittadinanza Ospite” (evoluzione del concetto di “lavoratore ospite” – gastarbeiter – del modello tedesco). Là dove il primo termine, cittadinanza, evoca il rapporto tra diritti e doveri in cui deve essere inserito l’immigrato, mentre il secondo –“ospite” – dà il senso pieno della temporalità di questo rapporto di cittadinanza, della sua revocabilità, della sua finalizzazione ad un rientro in patria, ovviamente con un patrimonio di conoscenze professionali – e di denaro – che non può che essere positivo –come lo è stato nel Sud Italia – per diminuire il divario di sviluppo tra Nord e Sud del pianeta.
L’urgenza della riflessione strategica e non episodica su questo terreno è immediatamente percepibile. L’Istat stima che di qui al 2051 gli immigrati in Italia saranno tra gli 8 e i 12 milioni (a seconda degli scenari). E’ evidente che se si pensa che questi (un quinto, un sesto della popolazione italiana) saranno tutti integrati, magari nella prospettiva di acquisizione della cittadinanza (come sciaguratamente propone il centrosinistra), non si può che venire presi dal senso di panico. Se così fosse infatti, il volto stesso dell’Italia sarebbe radicalmente in discussione e le stesse nostre radici storiche e culturali (ma anche religiose) verrebbero sconvolte.
Questa prospettiva è per certi versi carica di valenze negative e favorisce la percezione dell’immigrazione e della sua integrazione come “salto nel buio”, elemento non secondario, peraltro, del successo di consensi della Lega nel Nord (si pensi alla Liguria e a Genova, là dove la Lega non esiste assolutamente come struttura, ma ha riportato il 6,7% dei consensi nel 2009, nel Piemonte meridionale – di nuovo senza strutture di partito leghiste – queste cifre balzano al 19%). Questo anche perché – e questo differenzia l’Italia dal resto d’Europa – la mancanza di un “governo” dell’integrazione degli immigrati regolari ha provocato uno straordinario e spesso caotico impatto abitativo di centinaia di migliaia immigrati con regolare permesso di soggiorno, che si sono concentrati in alcune zone delle grandi città (Torino, Genova, Milano, Prato, Parma, Brescia etc…), trasformate così in sorta di ghetti, spesso non multiculturali, ma con una nazionalità egemone, con conseguente espulsione de facto dei cittadini italiani o con la loro trasformazione in etnia minoritaria nel proprio tradizionale – a volte secolare – contesto abitativo.
In questo contesto la prospettiva di una integrazione totale e di tutti gli immigrati, spesso contribuisce a aumentare il senso di allarme sociale, ma ciò nonostante, proprio questa è l’indicazione generica, l’auspicio, che ci viene dalla Chiesa e che trova riscontro in non poche valutazioni di esponenti di primo piano del Pdl. Se invece governo e maggioranza, attraverso i loro provvedimenti e le loro proposte di riforma, dessero al paese la certezza che gran parte di questi immigrati, dopo una permanenza lavorativa medio-lunga, avrà non solo la possibilità, ma il diritto di ritornare in patria per vivervi una nuova fase di vita, godendo dei risparmi (e delle pensioni) maturate, la percezione di terremoto, di intrusione, di modificazione del tessuto nazionale, verrebbe riportata ai suoi giusti termini.
Nessuna paura della ibridazione, naturalmente, e piena valutazione della fertile possibilità che dà l’incontro e la fusione di culture diverse, ma anche serietà d’analisi, ma anche un minimo di conoscenza della storia delle immigrazioni: l’Italia non è una nazione che si è costruita al 98% sul melting pot di immigrati (e schiavi) come gli Usa, il Canada, tutta l’America Latina e l’Australia. Non è neanche la Gran Bretagna, con un immigrazione legata al Commonwelth e al retaggio coloniale (come la Francia).
E’ necessario e urgente dunque che le forze di maggioranza diano vita ad una fase di riflessione sul “modello di immigrazione” da seguire, definendo le caratteristiche operative dei due pilastri dell’integrazione e della rotazione.
Contemporaneamente, va avviata al più presto una nuova seria fase di riflessione sul tema valorizzando tutte le esperienze che già operano nel paese. Per esemplificare ne indichiamo due, pregne di indicazioni “di sistema”. A Treviso operano già da mesi delle strutture di “seconda accoglienza”, costruite senza il minimo finanziamento pubblico, basate su “foresterie”, che funzionano da eccellente fase di decantamento della pressione abitativa in vista di un razionale inserimento abitativo sul territorio “disseminato” e non ghettizzante. In Puglia, la Caritas ha dato via ad un progetto (W.A.R.M) che sta reinserendo con successo 300 immigrati albanesi (regolari e clandestini) nel mercato del Lavoro albanese. Sono due piccoli progetti, che hanno però in sé la caratteristica di proposta generale, in una direzione che va allargata, fortificata, inserita in un sistema governato.
