Al Qaeda è stata sconfitta ma in Iraq la vittoria definitiva è ancora lontana

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Al Qaeda è stata sconfitta ma in Iraq la vittoria definitiva è ancora lontana

18 Ottobre 2008

In Iraq si è aperta la partita del post surge. I successi della strategia inaugurata dal generale Petraeus nel gennaio del 2007 sono sotto gli occhi di tutti. Secondo l’ultimo Report del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti sull’Iraq, “Measuring Stability and Security in Iraq”, arrivato proprio in questi giorni sui banchi del Congresso, gli atti di violenza sono tornati al livello dei primi mesi del 2004, mentre il numero di civili uccisi per cause belliche è sceso ben del 77% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Le vittorie militari sono accompagnate da una progressiva ripresa dell’iniziativa del governo centrale, come è dimostrato dal passaggio delle province di Anbar e Qadisiyah al controllo iracheno. 

A questi risultati va aggiunto il fatto che il parlamento di Baghdad è finalmente riuscito a trovare un accordo per le elezioni amministrative, che si terranno il 31 gennaio 2009. Alle elezioni parteciperanno, se tutto andrà bene, anche i sunniti che boicottarono la tornata del 2005, mentre nelle tre province curde e a Kirkuk gli iracheni si recheranno alle urne in un’altra data. Va osservato che il sistema elettorale prescelto è quello proporzionale con voto di preferenza, in modo da togliere potere ai partiti giudicati troppo settari ed etnici. Ma come sappiamo bene noi italiani, le ingegnerie istituzionali da sole non bastano a rendere stabile un paese, figuriamoci a trasformarlo nella pacifica confederazione elvetica. Il sistema proporzionale, voluto dalla commissione elettorale dell’Onu nel 2005, non sembra certo il più adatto a prevenire frammentazioni e a non esacerbare le divisioni etniche. La reazione delle squadracce speciali di ispirazione iraniana, come nota il think tank dove opera Friederick Kagan – l’Institute for the Study of War -, non si è fatta attendere: sono già due gli alti ufficiali della polizia, oltre ad un numero imprecisato di capi delle milizie sunnite, ad essere stati assassinati.

Nonostante la ripresa degli omicidi mirati, attribuibili a gruppi sciiti filo-iraniani, di funzionari pubblici e di leader dei “figli dell’Iraq” (gli ex insorti che hanno contribuito al surge), innegabile risulta la vittoria militare contro Al Qaida e il crollo delle violenze settarie; incerta, invece, resta la situazione politica, ancora lontana dall’obiettivo strategico che si sono posti gli Stati Uniti: lasciare un Iraq “unificato, democratico e federale che sia in grado di governarsi, difendersi, mantenersi ed essere un alleato nella guerra contro il terrorismo”, come dice a chiare lettere lo stesso report. 

Il documento del Pentagono tuttavia sottace i problemi che Baghdad deve ancora affrontare, come la crescente influenza iraniana e il processo di riconciliazione nazionale, reso più difficile dalla tensione tra i “figli dell’Iraq” e il governo Maliki. La questione centrale riguarda proprio la fine delle ostilità di matrice etnica e settaria e quindi la tenuta stessa dello Stato. Il surge ha infatti lo scopo principale di guadagnare tempo per permettere al governo di Baghdad e alle leadership nazionali di raggiungere un accordo condiviso sul futuro dell’Iraq, in particolare sulla ripartizione del potere e delle risorse su base etnica e sulla legge petrolifera.

Al Qaida ha avuto gioco facile a infiltrarsi nella lotta tra sciiti e sunniti, a ergersi a difensore dei nuovi oppressi e a scatenare la guerra civile per linee settarie e religiose, iniziata in grande stile con la distruzione della moschea sciita di Samarra nel febbraio 2006. Non bisogna però dimenticare che i seguaci di Bin Laden erano per la maggioranza stranieri e per di più dei pazzi sanguinari che hanno lasciato i sunniti iracheni allo sbaraglio delle rappresaglie sciite, offendendo per di più hanno in modo indiscriminato i costumi e le abitudini tradizionali delle tribù, con il risultato di essere considerati agli occhi di queste più pericolosi degli infedeli americani. Il fatto che le giovani donne nubili sunnite fossero rapite e costrette a sposare i militanti marocchini piuttosto che yemeniti di Al Qaida, che i capi tribù che si ribellavano alla vista delle loro figlie violentate fossero uccisi e lasciati insepolti a marcire sotto il sole, è stato giudicato un prezzo impossibile da pagare anche da chi fino a quel momento aveva marciato con Saddam e per questo era divenuto oggetto delle attenzioni degli squadroni della morte sciiti.

È per rispondere alla violenza senza senso di al Qaida che nella provincia di Anbar sono nate nel 2006 – quindi prima del surge – le milizie di autodifesa. Gli americani non hanno fatto altro che cogliere al balzo questa chance e agito di conseguenza, mettendo sul libro paga i miliziani, garantendo la sicurezza del territorio con una presenza capillare, iniziando la fornitura di quel minimo di servizi necessari alla vita civile e lanciando un’opera di bonifica dai terroristi (in pochi mesi quasi 6 mila obiettivi eliminati grazie alla nuova organizzazione delle truppe speciali). La nuova scelta di campo dei capi tribù sunniti si è basata su un calcolo di interesse molto semplice: “Bin Laden si è offerto di difenderci contro gli sciiti e gli americani, ma ad un prezzo enorme, a costo della nostra identità e della nostra libertà. Al Qaida ci espone alle rappresaglie sciite per i propri giochi, si appropria dei nostri traffici più o meno leciti, ci ruba le nostre donne e per sempre. I kafir americani invece non vedono l’ora di partire, prima o poi se ne andranno, in più ci armano, pagano – ogni miliziano riceve dai trecento ai cinquecento dollari al mese per un totale di 303 milioni di dollari spesi in un anno per finanziare e addestrare i “Sons of Iraq” – e portano avanti le nostre richieste davanti allo sciita Maliki”. E quindi secondo la logica per cui “il nemico del mio nemico è mio amico” le tribù una volta seguaci di Saddam si sono alleate con il generale Petraeus.

Gli sciiti d’altro canto sono stati ben contenti di vedere eliminata una minaccia per loro esiziale. Motqada al Sadr, come si sa, decretò il 27 agosto 2007 un cessate il fuoco unilaterale – su suggerimento iraniano – e il suo esercito del Mahdi bloccò la pulizia etnica (anche perché, secondo gli osservatori più disincantati, ormai completata). Inoltre, la sua forza, dopo il ripulisti fatto questa primavera dal governo centrale a Bassora anche contro le sue milizie, risulta in apparenza molto indebolita, per quanto bisogna ricordare che la tregua tra Maliki e Motqada è stata siglata in Iran e che quest’ultimo ha deposto le armi prima di essere sconfitto.

Ma adesso arrivano le difficoltà. Dalla fine di settembre, cinquantaduemila “figli dell’Iraq”, espressione dei consigli tribali cosiddetti del “risveglio”, cesseranno di essere pagati dai cittadini americani e dovranno essere inseriti nell’organico delle nascenti strutture dello stato iracheno, dalla polizia all’esercito. Ed è qui che iniziano i dolori. Maliki, per quanto felice della sconfitta di Al Qaida, non ha mai visto di buon occhio la possibilità di armare le milizie sunnite, oltretutto ben addestrate dagli americani, e di fatto ha sempre ostacolato la formazione di autodifesa, fino ad arrivare all’arresto, da agosto ad oggi, di centinaia di militanti con il pretesto di impedire l’esistenza di bande armate private. Il Ministero dell’Interno, inoltre, è un feudo sciita, con il risultato che fino ad oggi l’arruolamento è strettamente controllato. Se quest’inserimento non funzionerà e se i sunniti si sentiranno di nuovo minacciati, traditi e umiliati, niente vieta che volgano le loro, tante, armi contro gli americani, contro il governo centrale, contro gli sciiti ritornando a simpatizzare per i terroristi di Al Qaida, che nel frattempo hanno imparato la lezione e si stanno riorganizzando – già circolano notizie di una ripresa dei rapporti tra ex baathisti e servizi segreti russi.

“Questi ragazzi sunniti hanno ricevuto un addestramento militare, sono armati e disoccupati, giovani inquadrati in eserciti locali al comando di qualche signore della guerra”, fa notare a voce bassa un capitano americano sul Washington Post. Quel che è certo è che Maliki, leader del partito Dawa, nell’ultimo anno è riuscito a rafforzarsi a spese degli altri alleati sciiti e anche dei curdi, visti troppo filo americani – è degli inizi di settembre l’attacco dell’esercito irakeno nella città curda di Khanaqin contro i peshmerga. Fino ad oggi, il premier sciita si è mosso nell’ombra grazie alla copertura americana; solo il tempo potrà svelarci le sue vere intenzioni e dirci se ha indebolito i suoi avversari perché vuole costruire un Iraq unitario, indipendente da qualsiasi influenza esterna, islamico ma non teocratico secondo i dettami del Grande Ayatollah Sistani; se agisce con il miraggio di dare agli sciiti, portati sulla scena del mondo dalla rivoluzione iraniana di Khomeini, quel predominio atteso per più di millecinquecento anni; o se vuole più semplicemente instaurare un regime autoritario basandosi sull’unica istituzione forte: l’esercito. In quest’ultimo caso, ci sarebbero conseguenze tragiche che finirebbero per scatenare una nuova guerra, un nuovo tutti contro tutti che coinvolgerebbe gli stati limitrofi. Anche la Russia – cui non dispiace veder l’America impelagata in un nuovo pantano, forte dei suoi legami economici con Tehran e dei rapporti, di eredità sovietica, con il Baath iracheno e sunnita – non si lascerebbe sfuggire la possibilità di tenere sotto schiaffo il suo diretto competitore.

Solo alla fine dei giochi, sapremo se il surge avrà funzionato dando agli americani la vittoria, quella vera, che consiste non nel fermare le violenze settarie o nella cacciata dei seguaci di Bin Laden dal paese, ma nella costruzione di un Iraq stabile, democratico, unito e federato, baluardo contro il terrorismo di Al Qaida e gli ayatollah iraniani. Solo in quel momento sapremo se l’Iraq non è “irrimediabilmente rotto” – per usare l’espressione di Colin Powell – e sarà riuscito ad evitare il pericolo di trasformarsi in un nuovo Libano. Una sola cosa è certa. Nel gennaio 2007, non vi era nessuna alternativa migliore al surge di McCain, Petraeus e Bush.