Home News Al Qaeda ha un nuovo capo “ad interim” ma si lotta per la successione

Con Seif al Adel si fanno avanti gli egiziani

Al Qaeda ha un nuovo capo “ad interim” ma si lotta per la successione

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Quanto dista la Sicilia dal Waziristan, la culla del terrorismo internazionale. Sono settemila chilometri che si percorrono in un niente. È come attraversare un continente per poi ritrovarsi nel cortile di casa. Al-Qaeda e mafia non sono poi così diverse: quando il boss manca, si possono aprire scenari inattesi. Il clima nel mondo jihadista, dopo la morte di Bin Laden, è particolarmente teso. Apprendiamo che Seif al-Adel è il nuovo leader della Base, ma si respira aria di guerra mista a cambiamento nelle strutture del terrore. La corrente egiziana, guidata da Ayman al-Zawahiri, braccio destro di Osama bin Laden, e l’ala di al-Qaeda nella penisola araba (AQAP), al momento il più pericoloso gruppo terroristico attivo, rivendicano la leadership dell’organizzazione. Le decisioni a quanto sembra non vengono più prese dai vertici di al-Qaeda, dal "Consiglio della Shura" (le pressioni americane non permettono riunioni in sicurezza), ma a nominare Adel sarebbero stati piuttosto un manipolo di comandanti operanti nella zona di confine tra Afghanistan e Pakistan. Il loro è un accordo a tempo determinato. Adel avrebbe un compito preciso: favorire l’ascesa di al-Zawahiri alla guida di Al Qaeda. Può essere considerato, dunque, la pedina utilizzata per valutare le reazioni degli yemeniti a una “candidatura” esterna alla penisola araba. In effetti, fin dalla morte dello sceicco Osama, gli arabi si sono dimostrati ostili alla nomina di un militante esterno alla penisola e in particolare estraneo allo Yemen, patria del fondamentalismo islamico. Adel è dunque l’esca egiziana.

Il suo vero nome è Muhamad Ibrahim Makkawi. Combatte in Afghanistan alla fine degli anni ‘80 contro le forze sovietiche, nel 1987 l'Egitto lo accusa di aver cercato di rovesciare il governo, avendo partecipato ad un attentato contro il presidente Sadat nel 1981. Diventa capo della sicurezza di Osama Bin Laden, poi promosso comandante. Addestra i jihadisti somali che nel 1993 uccidono 18 militari americani a Mogadiscio e prende parte agli attentati alle ambasciate Usa in Africa orientale nel 1998. Prepara alcuni dei dirottatori dell'11 settembre. Dopo l'invasione dell'Afghanistan fugge in Iran con Suleiman Abu Ghaith e Saad Bin Laden, figlio del defunto leader di Al-Qaeda. L'Iran non ha mai riconosciuto la loro presenza. Si perdono le sue tracce per qualche anno. Lo scorso settembre il giornale al-Rai al-Amm pubblica un articolo in cui si racconta che Seif al-Adel è tornato in Afghanistan. Viene rilasciato dalle autorità iraniane dopo quasi dieci anni di prigionia. Sulla sua testa c'è una taglia di 5 milioni di dollari. Si deve alla sua diretta presenza sul campo se la corrente egiziana prenderà il sopravvento.

Al-Qaeda nella penisola arabica non è da meno. Questo gruppo nasce dall’unione degli integralisti islamici sauditi, con i fondamentalisti yemeniti. L’imam Anwar al-Awlaki è il loro uomo di punta, non il leader, né l’unica guida religiosa: semplicemente quello che ha trasformato l’AQAP nella più pericolosa cellula terroristica al momento attiva, grazie anche ai suoi contatti in Occidente. Svolge un importante azione di difesa ideologica della causa jihadista. Awlaki ha passaporto americano e origini yemenite. È collegato a una serie di attentati e complotti in tutto il mondo (dall'11 settembre 2001 alla sparatoria a Fort Hood, nel novembre 2009). Fugge in Yemen nel 2007. Contribuisce a reclutare Omar Farouk Abdulmutallab, il nigeriano che aveva tentato di far esplodere un aereo di linea che volava su Detroit il 25 dicembre 2009. Dopo il fallito attentato, il presidente Barack Obama autorizza la Cia ad eliminarlo. La sua lontananza dall’Afghanistan rende impensabile che possa realmente sostituire Osama bin Laden come leader del movimento jihadista. Ha scarse possibilità di battere al-Zawahiri. La sua famiglia sostiene che non è un terrorista.

La morte di bin Laden potrebbe incidere sugli equilibri della cosca terrorista. I rapporti di forza potrebbero uscirne fortemente alterati all’interno come all'esterno. Potrebbe risentirne in particolare l’alleanza con i talebani e con il Mullah Omar, che potrebbe addirittura scippare la leadership ad al-Zawahiri. Nessuno degli uomini di Bin Laden, infatti, gode del suo stesso carisma. Ciò potrebbe avere dei risvolti decisivi sulle sorti del conflitto afgano, in quanto si andrebbe a realizzare una condizione essenziale per i colloqui di pace con il governo statunitense. Sempre che il Pakistan non ci metta del suo, sempre che l'AQAP non rilanci, sorprendendo tutti. 

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