Bollettino internazionale/V

Al-Qaida ha cambiato per sempre la nozione temporale della guerra

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Uno sguardo dall’alto su alcuni temi di riflessione a proposito della situazione medio orientale, rapida carrellata sullo stato attuale dei conflitti. Iniziamo da Al Qaida (AQ) ben presente in Siria. Ieri il segretario alla difesa statunitense Leon Panetta, durante la conferenza stampa tenuta con il ministro della difesa tedesco Thomas De Maizière, ha affermato che “il ruolo del coinvolgimento degli eredi di Bin Laden nell’opposizione siriana non è chiaro. Già il fatto però che loro siano laggiù presenti ci preoccupa”. Parole certo gravi che molto ci dicono sullo stato dell’ intelligence del principale paese impegnato contro la lotta al terrorismo internazionale (franchezza dovuta allo stile americano o bluff?). Il think thank Rand dedica all’argomento un profondo studio e inizia da una considerazione fondamentale, la differenza culturale “tra noi e loro” nel valutare lo scontro in atto. 

Mentre per gli USA seconda la più classica logica occidentale razionale e positivista, i conflitti hanno un inizio e una fine ben precisa, nella mentalità millenarista di Al Qaida lo scontro è una lotta tra il bene e il male, tra Satana e combattenti per il trionfo del Califfato secondo tempi che trascendono il ritmo della storia. Andando al succo dell’analisi, la morte di Bin Laden ha privato l’organizzazione del suo leader carismatico, della sua fonte di ispirazione, ma intatta risulta la sua rete di comunicazione e i suoi comandi periferici. Non solo, mentre il coinvolgimento americano in Afghanistan è dovuto, come tutti sanno, non a portare la democrazia, non a scacciare i talebani, ma a dare la caccia a Bin Laden, l’Afghanistan non è una base fondamentale per AQ! Lì in gioco rimane certo il prestigio internazionale dell’organizzazione che sarebbe messo pesantemente in discussione da una improbabilissima sconfitta dei talebani, ma insomma da un punto di vista militare AQ potrebbe ben sopravvivere alla perdita.

La conclusione del rapporto è saggia: “Gli USA devono imparare a convivere con questa minaccia perché un chiaro e definitivo colpo all’organizzazione sembra impossibile”. E non a caso ieri Panetta e il minstro degli estrei tedesco hanno affrontato anche il tema dell’Afghanistan, dove i tedeschi hanno ben cinquemila uomini, dicendo che sono in corso colloqui tra il governo di Karzai e gli stessi talebani, in vista di una possibile pacificazione. Per Rand è anche uscito un altro report dedicato alle “guerre ibride” (GI): "Un duro scontro. Israele in Libano e Gaza” ovvero, “Gli errori di Israele nelle guerre ibride. Contro gli avversari di questo tipo serve una storia di ammonimento (cautionary tale)”.

Le GI sono guerre di ultima generazione, se ne cominciò a parlare a metà del decennio scorso. In pratica, per GI si intendono forme di sovversione che sommano gli strumenti classici, terrorismo guerriglia motivazione politico-religiosa irregolarità dei combattenti, con le nuove possibilità di armamenti e tecnologie: missili antiarei portatili, cibernetica, minacce non convenzionali, mix sintetizzato bene da un titolo di un libro dedicato alla guerra in Afghanistan scritto da Antonio GiustozziKoran, Kalashnikov, and laptop: the neo-Taliban insurgency in Afghanistan”. A usare per primo questo termine, da quello che ne so, fu un ufficiale americano Frank Hoffman, ma già Carl Schmitt in un celebre pamphlet, “Teoria del Partigiano”, del 1962 si era accorto, da quel genio che era, della possibile evoluzione del nuovo combattente e fu capace di fornire strumenti teorici per comprendere la realtà e i cambiamenti futuri.

Dopo aver definito il combattente partigiano, figura che nasce con la resistenza anti napoleonica in Spagna, Tirolo, Russia, attraverso quattro categorie - il carattere tellurico o l’attaccamento alla terra, la motivazione politica, l’irregolarità del combattente e la forma di combattimento, la guerriglia - sottolinea come prenderanno il sopravvento, a scapito dell’altre, il peso dell’ideologia e l’aspetto militare, destinato a trasformarsi grazie proprio allo sviluppo tecnologico, che farà aumentare in modo incredibile la velocità, e quindi la mobilità dei combattenti, e la micidialità degli armamenti sempre più a disposizione di chiunque. Dopo arrivarono gli strateghi cinesi, gli eredi di Sun Tzu e nipoti di Mao, che in un libro affascinante del 1999 (!) “Guerre senza limite” mettevano a fuoco come stesse cambiando nell’epoca moderna, seguita al crollo del muro e alla guerra del Golfo, la funzione stessa della guerra a causa appunto dei nuovi modi di combattere e della tecnologia che metteva ben in risalto “i limiti della forza”, elemento centrale del paradigma della guerra industriale.

Bisogna dire che gli strateghi occidentali sono arrivati con buon ritardo e a nostre spese a capire la natura del cambiamento, si veda a questo proposito il libro di Rupert Smith che si intitola giustappunto “The Utility of Force” (tradotto in italiano), ma è necessario sottolineare che non tutti sono d’accordo sulla natura profonda della trasformazione in atto capace di modificare lo stesso concetto di guerra. Il caso più evidente di GI rimane ovviamente Al Qaida, ma il classico esempio è quello della Seconda guerra del Libano (qui analizzata in un ottimo saggio e poi libro da Antony Cordesman) del 2006 quando Israele reagì all’uccisione e rapimento dei soldati al confine con una massiccia azione militare classica, l’invasione del Libano con carri armati e bombardamenti aerei destinata a durare secondo lo stato maggiore pochi giorni e con la sconfitta di Hezbollah e invece destinata a protrarsi alcune settimane con un cessate il fuoco negoziato. E non a caso a Gerusalemme seguirono mesi di polemiche che portarono anche a istituire una commissione di inchiesta su un presunto uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito.

 

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