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Al Sud non servono “gabbie” ma vantaggi fiscali

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Davvero le provocazioni estive della Lega debbono essere accolte con tanta irritazione, fino a suscitare la tentazione di un partito del Sud? Certo, presa alla lettera un'idea come quella delle gabbie salariali è irricevibile. Sarebbe un ritorno al passato. Una proposta di fatto statalista e centralista (una legge dello Stato che fissa i parametri per la differenziazione territoriale dei salari), oltretutto in stridente contrasto con l’impostazione federalista che con il concorso della Lega stiamo realizzando.

Al di là delle formule, però, la provocazione leghista coglie un problema che dovrebbe stare a cuore soprattutto a chi è attento al Mezzogiorno. Non c’è dubbio infatti che una delle cause del ritardo dell’economia meridionale risieda nella configurazione del mercato del lavoro e nel modello di relazioni industriali affermatosi nel dopoguerra, pensati per un sistema economico omogeneo e dominato dalla grande impresa di tipo fordista e non per un tessuto come quello italiano, caratterizzato da profonde fratture fra diversi tipi d’impresa (con la presenza determinante di piccole e piccolissime imprese) e fra le diverse zone del Paese (fra Nord e Sud ma anche all'interno del Nord e del Sud).

In questo quadro, il ruolo dominante assunto dal contratto collettivo nazionale di lavoro (e per altro verso dal lavoro a tempo indeterminato) ha finito per danneggiare il Sud contribuendo a mantenere alta la disoccupazione e incentivando la diffusione del lavoro nero. Pertanto, l’idea di ancorare le dinamiche salariali alle specificità aziendali e territoriali, se correttamente tradotta, non rappresenta una misura punitiva per il Sud, ma anzi la rimozione di un ostacolo che ne ha finora minato la competitività.

Non c’è molto da inventare: la questione, infatti, trova già adeguata risposta nell’accordo quadro raggiunto a marzo dal Governo e dalle parti sociali (CGIL esclusa), che ha differenziato nettamente il contratto nazionale, cui è demandato il solo recupero del potere di acquisto, e il contratto integrativo - aziendale o territoriale -, al quale compete il riconoscimento degli incrementi salariali connessi all’aumento di produttività. Tale accordo già prevede la possibilità che i contratti aziendali e territoriali, per fronteggiare le crisi o rilanciare settori industriali e zone produttive, fissino salari più bassi rispetto al contratto nazionale. Ciò consentirà una politica salariale non più vincolata al totem del contratto collettivo nazionale e, per questo, più attenta alle concrete dinamiche produttive. E se tale innovazione verrà adeguatamente recepita, il Sud avrà molto da guadagnarne.

Tuttavia, aumentare la flessibilità del mercato del lavoro e delle relazioni industriali non basta. Va anche colmato quel differenziale di redditività da cui deriva lo scarso volume di investimenti produttivi verso il Sud, generato da condizioni di contesto (deficit infrastrutturale, problemi di sicurezza, debolezza del capitale umano).

Le politiche meridionaliste, soprattutto dopo la soppressione della Cassa per il Mezzogiorno, sono state fin qui incentrate sull’erogazione di contributi e sussidi agli investimenti produttivi, nella convinzione che il ritardo derivasse dalla carenza di capitali privati. Un approccio fallimentare. Perché errata era la diagnosi: il problema del Sud non è la mancanza di capitali ma la scarsa redditività degli investimenti. E poi le difficoltà connesse alla politica dei sussidi sono enormi: a cominciare dall'elevatissima discrezionalità nella selezione dei progetti da parte dello Stato e degli apparati pubblici. Anche volendo tralasciare i fenomeni di malcostume e corruttela connessi a tale discrezionalità, non si può sottacere la crescita esponenziale dei costi amministrativi sopportati dalle imprese che hanno ridotto se non annullato i benefici delle politiche di sviluppo. E il rimedio tentato negli ultimi anni – un maggiore coinvolgimento di regioni, enti locali e parti sociali nella gestione degli incentivi – si è rivelato un disastro: la moltiplicazione dei soggetti coinvolti ha finito per incrementare i costi di transazione e la corruzione.

La fiscalità di vantaggio, invece (l’altro cavallo di battaglia estivo di Calderoli & co.) romperebbe con le misure di sostegno attivo, rivelatesi incapaci di colmare il gap di redditività degli investimenti. Con l’introduzione di strumenti di vantaggio fiscale per le imprese che operano al Sud si interverrebbe direttamente su questo differenziale, rendendo più attraente l’investimento in quest’area del Paese attraverso misure non selettive e dunque più rapide, efficaci e in grado di abbattere i costi amministrativi.

Naturalmente, per passare dai proclami all’azione di governo, la fiscalità di vantaggio dovrà essere elaborata in modo che non si incagli nei prevedibili ostacoli di carattere politico, economico e amministrativo. Si pensi in primo luogo alla compatibilità comunitaria o alla sostenibilità finanziaria (gli oneri di una misura del genere – almeno 4 miliardi all'anno - potrebbero essere parzialmente compensati impiegando parte delle risorse ora destinate agli incentivi per le imprese meridionali). La detassazione del reddito andrebbe inoltre assunta con modalità e tempi adeguati. In particolare, il beneficio fiscale andrebbe parametrato ai costi che le imprese sopportano per il solo fatto di operare al Sud, dovrebbe essere graduato e avere un orizzonte temporale limitato. Potrebbe essere riservato alle piccole imprese, più penalizzate dai costi “ambientali”, ed eventualmente alle sole nuove imprese, per finalizzarlo all'attrazione di nuovi investimenti.

Collocandosi sul terreno del governo, evitando stantie contrapposizioni di maniera, non sarà dunque difficile cogliere le provocazioni estive per lanciare un nuovo meridionalismo. La ricetta della Lega, per l’essenziale, si riduce a due elementi: flessibilità del mercato del lavoro e fiscalità di vantaggio e ci si ferma qui. E’ invece il momento che il PdL entri nei particolari, per individuare un blocco sociale e una cultura politica di riferimento in un orizzonte nazionale, che consentano alla maggioranza di andare avanti, senza bisogno di partiti del Sud.

 

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