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Giorno di Festa

Al tramonto la stagione dei saputelli comandini (di Bergamo e di Rignano)

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Magari è proprio finita la stagione dei saputelli comandini. “La verità è che, sull’unico punto che dovrebbe contare per misurare le vicinanze, il programma, nessuno ha cercato un confronto. Anche su quello ho spalancato la porta e continuo a credere che su ambiente, diritto allo studio, lotta alla povertà, non ci sia nessuna distanza”. Così  Giorgio Gori dice ad Alessia Gallone sulla Repubblica del 13 gennaio. Gori unisce una singolare arroganza insieme renzista e da Magnolia. Persino Roberto Speranza riesce convincente nel contrastarlo, quando dice sul Corriere della Sera del 14 gennaio: “Aiuta la destra chi la segue e la imita”. Il sindaco di Bergamo si è scordato su come ha appoggiato il referendum Maroni sull’autonomia, senza consultare nessuno, senza discuterne con i suoi alleati, ai quali ha pure rifiutato le primarie. Avrebbe dovuto rendersi conto come è cambiato il clima e come la stagione dei saputelli comandini, siano essi di Rignano o di Bergamo, stia volgendo al tramonto.

Nei suoi viaggi Macron, parla di Europa ma cura rigidamente e solo gli interessi francesi.“This week saw Mr Macron playing on the international stage during a state visit to China. Europe is back, he told his host, Xi Jinping. There was no need to add that by ‘Europe’, he means France. Whether it is with Donald Trump, Vladimir Putin or Mr Xi, the youthful Mr Macron has mastered the part of statesman-summiteer. Unabashed, he wraps a European flag around France’s national interests”. Philip Stephens sul Financial Times dell’11 gennaio spiega come anche con Xi Jinping, Emmanule Macron ha avvoltolato nella bandiera europea gli stretti interessi francesi. Chissà, il suo napoleonismo da commerciante ha un futuro?

Come è duro lavorare in una Repubblica lacerata dalla guerra civile Carlo-Eugenio. “E’ probabile che nessuno dei tre poli riuscirà a conquistare la maggioranza in Parlamento. Le formazioni politiche, che ora promettono anche la manna dal cielo, dovranno il 5 marzo fare i conti con la realtà. E rassegnarsi a costruire un esecutivo di larghe intese, o istituzionale, o tecnico. Ma di certo con un programma che non potrà contenere le mistificazioni cui stiamo assistendo in questi giorni. Tutti lo sanno. Anche Berlusconi. Che, come sempre, ha al centro degli interessi soprattutto le sue aziende. E così alza un polverone per nascondere il suo vero obiettivo: un esecutivo non di centrodestra”. Così scrive Claudio Tito sulla Repubblica del 20 gennaio. Proviamo a esaminare la sua analisi secondo lo schema che ormai è necessario utilizzare per comprendere le mosse in atto in Largo Fochetti: la previsione che “nessuno dei tre poli riuscirà a raggiungere la maggioranza” è abbastanza scalfariana, si invoca implicitamente il ruolo di Silvio Berlusconi. “Le formazioni che ora promettono la manna dal cielo”: è tipicamente carlodebendettiana, cioè legata alla linea “insultare sempre Berlusconi e dunque anche il suo amichetto Eugenio”. “Rassegnarsi a costruire un esecutivo di larghe intese”: di nuovo si fa sentire l’influenza del Fondatore. “Un programma che certo non potrà contenere le mistificazioni a cui stiamo assistendo in questi giorni”: altri insulti carlodebenedettiani. “Tutti lo sanno. Anche Berlusconi”: si torna al concetto scalfariano dell’alto senso di responsabilità del capo di Forza Italia. “Ha al centro sempre gli interessi soprattutto delle sue aziende”: il richiamo agli interessi materiali è materia comune per i due avidi  (come loro stessi reciprocamente ci hanno informato) personaggi che hanno fondato (chi più, chi meno) Repubblica ed è quindi terreno di sintesi scalfarian-carlodebenedettiana. “Alza polveroni” insulto carlodebenedettiano. “Un esecutivo non di centro destra”: auspicio scalfariano. Alla fine dell’esame dell’analisi titina, ci resta soprattutto una convinzione: Monica Mondardini (d’intesa con Marco e gli Elkann) dovrebbe dare una gratifica a giornalisti che costringe a un lavoro così duro.

Quei poteri irresponsabili che caratterizzano l’attuale destino europeo. “Abbiamo accolto l’appello del Presidente della Repubblica Steinmeier”. Così su Huffington Post Italia del 22 gennaio si riporta una frase di Martin Schulz al congresso della Spd a Bonn. Nonostante che l’assise socialdemocratica per discutere se varare o meno la Grande coalizione, sia stata uno spettacolo di partecipazione politica democratica che un italiano non può non invidiare, si coglie nelle parole citate di Schulz uno dei segnali di una malattia assai diffusa tra noi vecchi europei: lo spostarsi di poteri di indirizzo politico verso cariche che costituzionalmente non avrebbero questa funzione. Il formarsi di un luogo di decisioni fondamentali in una sede come quella della Commissione europea priva di una reale legittimità popolare, ha provocato a cascata una rete di poteri irresponsabili nei vari Stati membri dell’Unione. In Francia questo fenomeno è stato attutito dalla scelta gollista del presidenzialismo, anche se poi l’elezione di Emmanuel Macron è fondata su una sconfitta extra politica di François Fillon. In Spagna non serve neanche la forma monarchica, che  invece stempera il fenomeno di svuotamento delle autonomie decisionali nazionali in Stati come il Belgio o l’Olanda, perché la burocratizzazione bruxellese della politica iberica ha provocato fenomeni come l’indipendentismo catalano. L’Italia ha sperimentato e sperimenta l’anticipazione più netta di quel che avviene oggi a Berlino: l’esautoramento della nostra autonomia nazionale da parte del vertice bruxellese ha dato un’inedita centralità al Quirinale, che oggi viene invocato anche per il dopo 4  marzo. La governabilità secondo Eugenio Scalfari, Repubblica del 22 gennaio, sarà raggiungibile solo grazie alle “intuizioni del presidente della Repubblica Sergio Mattarella” e analoghe sono le conclusioni di Paolo Mieli (Corriere della Sera del 22 gennaio) che prevede come “nessun partito o coalizione conquisterà la maggioranza assoluta dei voti, né quella dei seggi in entrambe le Camere”. Se all’orizzonte ci fosse una realistica costituzione di una democratica Unione degli Stati europei, lo svuotamento per un breve periodo delle forme concrete della sovranità popolare potrebbe essere un prezzo minore da pagare. Ma questo orizzonte è evocato solo da un intreccio di poteri e burocrazie, in realtà orientate a  organizzare un indirizzo delle politiche europee senza vera partecipazione popolare. E’ dunque opportuno che ciascuna nazione riconquisti quel minimo di autonomia e sovranità necessaria per partecipare con pari dignità ai prossimi (non poco tempestosi) sviluppi della storia del nostro Continente.

 

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