Alessia, l’Iran e la libertà che non è mai scontata
05 Dicembre 2022
La storia ricorda che quando i soldati dell’esercito americano durante l’avanzata in Germania sul finire della Seconda guerra mondiale trovarono i famigerati campi di concentramento, a Dachau, gli ufficiali Usa decisero di portare e far vedere alla popolazione tedesca quello che era successo vicino le loro città e abitazioni. Molti tedeschi, uomini e donne dissero: “Noi non sapevamo, non potevamo immaginare”. Fu la risposta, una sorta di difesa davanti a tanto orrore.
Davanti a tanta violenza come lo sterminio di massa degli ebrei. Era forse questa la sola risposta possibile. “Io non sapevo”. Dalla Seconda guerra mondiale ai nostri giorni l’informazione libera, obiettiva è sempre stata nemica giurata delle dittature. Accadeva e accade ancora oggi. I regimi totalitari per conservare il potere come prima cosa non vogliono che si sappia quello che accade nei loro Paesi, i crimini perpetrati a danno della popolazione.
Alessia vuole vivere e viaggiare
Si sa, i mass media occidentali sono distratti da tanti input. Le dittature sono lontane e i loro crimini anche. Poi, talvolta qualcosa accade. E i Paesi democratici si ritrovano ad essere informati. Il non sapevo viene buttato alle ortiche. E’ accaduto pochi giorni fa nel nostro paese. Una giovane donna di Roma, Alessia Piperno. Un grande sorriso che testimonia la voglia di vivere e viaggiare.
Alessia è una travel blogger, racconta il mondo attraverso i suoi viaggi. Mentre si trovava in Iran a Teheran viene arrestata. Diventa così suo malgrado l’anello di congiunzione tra il nostro Paese, le sue libertà e sicurezze, e l’Iran, la dittatura islamica sciita, la repressione del regime contro la popolazione locale. Finisce nel famigerato carcere di Evin dove sono racchiusi centinaia di detenuti oppositori al regime. Per la maggior parte donne.
Per i leader del regime iraniano le donne sono una specie di ossessione. Paura, la loro, da quando negli ultimi giorni le donne sono scese e stanno scendendo nelle vie e nelle strade del Paese al grido di “Donna, vita, libertà”. Alessia non sa perchè viene arrestata. Rinchiusa. Le garanzie democratiche lì non esistono La sua fortuna? E’ essere italiana, occidentale.
La diplomazia si mette in moto. I mass media si occupano del suo caso. Viene liberata una ventina di giorni dopo. Non trova subito il suo sorriso ma torna dalla sua famiglia sui colli albani, alle porte della Città eterna. Le prime immagini con una felpa azzurra abbracciata al padre la riprendono mentre ritorna nella sua calda e accogliente famiglia che ha vissuto giorni pieni di angoscia e paura. Una storia a lieto fine si direbbe.
Il ruolo della libera informazione
Poi la libera informazione, stavolta non per il lavoro dei giornalisti inviati, gioca la sua carta. Quasi inaspettatamente. Alcuni giorni dopo il suo essere tornata a casa e, aver ringraziato la diplomazia italiana per l’efficace lavoro per la sua liberazione, la giovane blogger dice cose precise. “Quelli nel carcere di Evin sono stati i giorni più duri della mia vita. Giorni che non dimenticherò mai. Sono stata fortunata e, credetemi, la libertà non è così scontata”.
Diversi quotidiani come il Corriere della sera riprendono e pubblicano le sue frasi virgolettate. Sono parole che meritano di essere lette e ascoltate. “Non ho partecipato a nessuna protesta. Non so perché sono stata arrestata e perché sono finita in carcere. Ma lì ho sentito e visto cose che non dimenticherò mai”.
Alessia Piperno per sua sfortuna si trovava nella capitale iraniana mentre era in pieno svolgimento la protesta per la giovane di 22 anni uccisa perché non portava correttamente il velo che doveva coprirgli i capelli. Masha Amini. La prima delle tante donne uccise poi nei giorni seguenti perché avevano osato scendere in piazza. E’ sempre Alessia a parlare. I giorni erano scanditi nel carcere dalla paura.
“Ho sentito le urla dei detenuti. Una veloce doccia il lunedì e solo 5 minuti d’aria il martedì fuori dalle celle”. Continua: “Adesso so che cosa vuol dire lottare per il popolo iraniano”. L’informazione raccoglie, pubblica. L’opinione pubblica sa che cosa accade in quel lontano Paese. Stavolta l’anello di congiunzione è stata una giovane donna italiana che ama sorridere, viaggiare, essere libera. Gli stessi ideali delle sue coetanee iraniane. Gli obiettive della loro lotta.
Il tallone di achille delle dittature
Bahasa Amini è una delle più famose scalatrici mondiali. E’ stata fermata, arrestata perché non portava il velo al suo ritorno dopo una gara sportiva in Corea, la sua abitazione è stata rasa al suolo. In Occidente arriva la notizia che la famigerata polizia morale è stata sciolta. La notizia viene poi smentita dal regime. Dal 5 dicembre fino al 7 sono state indette dall’opposizione tre giorni di protesta in tutto il Paese. Il bilancio della repressione è pesante.
Centinaia di morti. Migliaia di arresti. Ma l’informazione, uno dei pilastri nei Paesi democratici, continua il suo lavoro. Durante il processo al quotidiano americano Washington Post, negli anni Settanta, perché aveva osato pubblicare documenti segreti che smascherano il governo Usa per aver nascoste delle notizie sull’allora guerra in Vietnam, la motivazione dell’assoluzione nei confronti dei giornalisti da parte della Corte suprema fu la seguente. “I padri fondatori sancirono che la libera informazione è al servizio dei popoli e non dei governanti”.
Sono passati diversi anni ma è ancora attuale la frase per cui è bene sapere ed essere informati. Grandi giornali americani o giovani ragazze italiane l’importante è sapere, essere informati. E’ questo uno dei talloni d’achille delle dittature e invece all’opposto uno dei pilastri della civiltà occidentale.
