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Alitalia: troppi vincoli per chi compra

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La decisione di privatizzare Alitalia non può che essere considerata una buona notizia. La compagnia aerea guidata da Giancarlo Cimoli, la cui maggioranza è detenuta dal Tesoro, versa in una situazione disastrosa. Se confrontata con le maggiori compagnie aeree europee, occupa l’ultimo posto per quel che riguarda l’utile d’esercizio, ed è tra le ultime anche per numero di posti utilizzati in rapporto alla capacità di trasporto. Il risultato netto per il 2005 si sostanzia in una perdita per 168 milioni di euro. Le stime per il 2006 non lasciano intravedere nulla di positivo: al lordo delle imposte la perdita per il periodo gennaio-settembre dovrebbe attestarsi sui 275 milioni di euro. Tra luglio ed Agosto di quest’anno il margine operativo della compagnia è precipitato a -41 milioni. In più Alitalia rimane tra le compagnie che hanno investito di meno nell’ultimo esercizio: circa 77 milioni contro i 2,5 miliardi di Air France e 1,3 miliardi di Lufhtansa. Non è solo una questione di dimensione: una piccola compagnia low cost a gestione familiare come Easyjet presenta tassi di investimento per il 2005 pari al 55% delle immobilizzazioni materiali lorde.

Molto si è detto sulle cause di questa crisi. Dalla senescenza della flotta: dei 177 velivoli in utilizzo, 76 sono MD-80 un modello progettato negli anni sessanta, dalla quale derivano costi di manutenzione molto elevati. Ai bassi coefficienti di utilizzo del personale: un comandate di Alitalia vola in media 600 ore all’anno contro le 800 di un comandante Air France, e le oltre 1000 di un equipaggio Rayanair; nonché l’alto grado di sindacalizzazione dei lavoratori che si è spesso concretizzato in ricatti corporativi. La gestione pubblica è andata deteriorandosi e si è dimostrata sempre più inefficiente, tanto da portare la compagnia aerea sull’orlo del fallimento.

Le soluzioni a questo problema possono essere sintetizzate in tre alternative:
1. continuare a far gravare le perdite e la gestione inefficiente di Alitalia sui contribuenti
2. bloccare la pratica di sussidi statali e lasciare che l’azienda fallisca
3. rivolgersi al mercato dei capitali privati che garantisca all’impresa un’azionariato forte ed un management di valore: la privatizzazione.

Scartate le prime due alternative per ovvi motivi, la terza rimane l’unica strada percorribile. Il mercato garantirebbe due cose: in primo luogo,una valutazione concorrenziale e cristallina del valore di Alitalia ad oggi; in secondo luogo,l’apporto da parte dei soci investitori di un piano di sviluppo di lungo periodo, che sia orientato alla ricerca del profitto. Esattamente quel profitto che manca da anni, perché spremuto da un ideologia anticapitalista che trova eco in una recente affermazione del leader della Cgil quando afferma:”non bisogna far soldi con l’Alitalia”.  

L’idea di Palazzo Chigi è quella di cedere a privati una quota del capitale della società non inferiore al 30,1% e tutto il pacchetto di obbligazioni convertibili detenute dal Ministero del Tesoro. Ai sensi della normativa in vigore l’acquisto di una quota superiore al 30% del capitale comporta l’obbligo per l’acquirente di lanciare un’offerta pubblica d’acquisto sulla totalità di azioni che costituiscono la società. Il Governo ha già cominciato la procedura di selezione degli advisor  finanziari e legali che lo affiancheranno nella redazione del bando e nella definizione dei requisiti richiesti ai soggetti che vorranno partecipare alla trattativa. Il Governo fa sapere che “verrà seguita una procedura competitiva a trattativa diretta” rivolta ai potenziali clienti. Il bando dovrebbe essere pronto per la fine di quest’anno. L’annuncio della tanto attesa privatizzazione spinge il titolo a Piazza Affari. Le azioni della compagnia aerea nella giornata del 5 di Dicembre sono state sospese a lungo dalla trattazione per poi rientrare e far segnare un balzo di oltre 5 punti percentuali. Alitalia chiude la giornata sforando la quota 1 euro, segnando un rialzo del 6,39%. A fine giornata il 15,8% del capitale ordinario della società sarà passato di mano. Nel momento in cui scrivo l’andamento di borsa conferma il trend positivo della giornata di ieri: la quota è ormai attestata sui 1,073 Euro, con un rialzo del 4,78%. Il piano del governo però va ben oltre. Il Tesoro annuncia che ad esito della procedura di cessione verrà richiesto ai potenziali acquirenti di presentare un “dettagliato piano industriale e di vincolarsi contrattualmente con lo Stato italiano al rispetto di una serie di impegni di lock-up, che saranno individuati anche tenendo conto di profili di interesse generale”; tra questi, a titolo esemplificativo: adeguata offerta dei servizi e copertura del territorio; livelli occupazionali; mantenimento dell' identità nazionale della società, del suo logo e del suo marchio.

Se si scorre la Garzantina economica si legge: ”la privatizzazione è quel processo economico che sposta la proprietà di un ente o di un'azienda dal controllo statale a quello privato.” Più in particolare si distingue tra "privatizzazione formale" e "privatizzazione sostanziale" : la prima è la semplice trasformazione dello status giuridico di un ente o di una impresa di proprietà pubblica, nelle svariate forme che può assumere, in una società di diritto privato, alle regole di questo assoggettata; la seconda è il vero e proprio passaggio della titolarità della proprietà e di conseguenza del potere di controllo dalla mano pubblica a quella privata.

Le clausole vessatorie che il governo ha imposto al futuro proprietario di Alitalia configurano questa privatizzazione come una privatizzazione formale. Il governo si è deliberatamente sostituito al mercato nella funzione di determinatore di valore. Alitalia non sarà venduta al miglior offerente, rispettando il principio cardine del mercato competitivo, ma all’investitore il cui piano industriale sia “più rispettoso” delle clausole imposte dal governo stesso. Il sistema di “paletti governativi” limiteranno la stesura del piano strutturale di recupero della società limitando il libero arbitrio del nuovo proprietario. Il nuovo management di Alitalia sarà obbligato a mantenere le rotte esistenti, a salvaguardare determinati livelli occupazionali e a tutelare l’italianità del marchio, indipendentemente dal fatto che egli lo ritenga utile o anche solamente opportuno.
In ultima analisi, una privatizzazione formale non scardina i fattori diseconomici che hanno immobilizzato lo sviluppo della compagnia sotto la gestione pubblica, ma si limita a trasferirli.

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