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Lettere ciociare/3

Alla base del disordine attuale c’è l’indebolimento delle istituzioni

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Capita spesso a chi fa il mio mestiere di imbattersi nel vicino di casa o nel droghiere o nel politico in pensione che, per rendersi simpatici, gli recitano il solito copione: <Eh! Caro professore, viviamo in una società sempre più ignorante e godereccia. La gente pensa soltanto a divertirsi, a andare al mare o in montagna, ad avere le ferie pagate e a comprarsi la macchina e la casa. Sono sempre meno quelli che leggono i giornali e i libri, che vanno a vedere film d’autore, che mettono piede in un teatro o in un auditorium musicale. E poi ci lamentiamo che le cose vanno così male!>. Quando sento questi discorsi — che potrebbero anche significare: <ma in una società siffatta tutta quella cultura che Lei cerca di trasmettere ai suoi allievi a che serve?> -- si risveglia in me il coté qualunquistico e mi sento irresistibilmente attratto dalla massa damnationis che preferisce l’orchestra Casadei ai Philarmoniker di Berlino, i cinepanettoni ai film di Woody Allen.

Chiarisco subito che, personalmente, ascolto volentieri Romagna mia, se capita, ma non metterei certo mano al portafogli per comprarmi il CD del liscio come, invece, farei per l’ultima edizione del Don Giovanni di Mozart. E quanto al cinema, non ho mai visto un cinepanettone mentre non mi sono perso neppure un film del geniale Woody Allen. E allora perché il discorso sulla decadenza delle lettere mi è così indigesto? Per varie ragioni. La prima sta nel fatto che tale discorso, tradotto nelle parole semplici del giornalaio o in quelle forbite dell’elzevirista di ‘Repubblica’, nasconde, a guardar bene, un risvolto morale sottilmente ripugnante. Chi denuncia i mali del mondo in cui viviamo, infatti, se ne ritiene certamente immune: ma in base a quali motivi? Se c’è del marcio in Danimarca, non ne sono contaminati tutti i danesi, chi più chi meno?

La seconda ragione sta nel fastidio per un pregiudizio antico — di lontana ascendenza socratica e di meno lontana ascendenza illuministica — per il quale sapere e vita buona sono tutt’uno. In base ad esso, più si sa più si è in grado di governare gli uomini. Se questo fosse vero, però, i comportamenti civili ed elettorali di quanti in abito da sera assistono a un concerto di Brahms dovrebbero essere più ‘corretti’ dei comportamenti dei frequentatori delle balere. Purtroppo le cose non stanno così e anzi i secondi, in alcuni momenti drammatici della storia d’Italia, hanno mostrato più buonsenso dei primi (pensiamo solo agli appartenenti ’classe dei dotti’ che aderirono al Fronte popolare…).

La terza ragione sta nell’inconsapevole svalutazione di ciò di cui si lamenta il declino. Chi dice <a che serve ormai il sapere?> sembra ignorare che scienza, arte, cultura, se non fanno i buoni cittadini, rappresentano risorse preziose grazie alle quali si è in grado di competere meglio nella ‘lotta per la vita’. L’ignorante ha maggiori probabilità di soccombere rispetto al detentore di conoscenze ma il secondo non vince grazie al suo altruismo e al suo senso di responsabilità bensì per le ‘cose che sa’ -- armi intellettuali che potrebbe utilizzare a fini illeciti o, semplicemente, per farsi largo nella vita.

Il ‘diritto all’istruzione’, in fondo, sta sullo stesso piano del ‘diritto alla salute’: come non c’è legame tra ‘sanità’ e ‘civismo’ (un gaglioffo sano può essere più pericoloso di un gaglioffo malato), alla stessa maniera, non c’è legame tra scienza, in senso lato, e moralità (un gaglioffo dotto è più pericoloso di un gaglioffo semianalfabeta). Una società ricca e affluente dovrebbe mettere tutti in grado di informarsi, di vivere e nutrirsi in modo giusto, e, all’occorrenza, di curarsi bene ma senza pretendere che la diffusione della cultura faccia <andare meglio le cose>, se con questa espressione s’intende qualcosa di più della maggior somma di ricchezza prodotta in un paese in virtù delle conoscenze possedute.

In realtà, quanti lamentano <l'ignoranza che c’è in giro>, sono nostalgici dei tempi in cui le grandi agenzie spirituali (fossero la Chiesa o il partito) imponevano codici comuni di condotta, modelli unici di pensiero. Può essere vero che oggi l’intellettuale <nessuno lo sta più a sentire> ma ciò si verifica non perché gli uomini, nel frattempo, siano diventati più ignoranti, e quindi più cattivi, ma perché valori e interessi si sono moltiplicati in misura incontrollabile e ciascuno venera i suoi dei, in formazioni sociali sparse e prive di coordinamento.

La ‘crisi della cultura’ non c’entra: alla base del disordine attuale c’è l’indebolimento mortale delle vecchie istituzioni politiche (prime tra tutte, lo stato nazionale) incapaci ormai di governare le nuove dinamiche sociali ma prive, e chissà per quanto tempo ancora, di credibili successori.

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2 COMMENTS

  1. Lettere ciociare/3
    Chiaro, semplice, essenziale.E tuttavia profondo e interessantissimo nella sua sostanziale e sacrosanta verità.Grazie, professore.

  2. Che c’è di nuovo? Koselleck
    D’accordo su tutto. Rileggere Koselleck, Kritik und Krise (1958). Già in questo libro era contenuta tutta quanta l’analisi teoorica necessaria a decifrare i nostri giorni: dal ruolo dei club rivoluzionari e della massoneria europea agli illuminati di baviera, fino a Lessing.
    L’illuminismo come critica morale (e come pretesa di disporre di una giurisdizione universale, dovuta alla propria “superiorità”) porta inevitabilmente ad esiti di crisi politica che lo stesso illuminismo non è più capace di risolvere, e nemmeno semplicemente di comprendere e affrontare.
    A che serve il sapere politico? Forse filosoficamente a nulla, ma guai a rinunciarvi!

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