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Video-arte alla corte di Vuitton

Alla Biennale due imprenditori hanno salvato il Padiglione Venezia

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Il Padiglione Venezia è sempre stato uno degli spazi espositivi più affascinanti dell’intera galassia della Biennale. Il suo scheletro architettonico è inconfondibile, proprio per lo stile anni Trenta, che lo caratterizza e lo collega contemporaneamente ad altri stabili veneziani, come i padiglioni Grecia, Jugoslavia, Romania e Polonia (sempre della Biennale), oltre all’Hotel Cipriani alla Giudecca. Tutte opere della stessa mano e dello stesso artista: l’architetto veneziano, Brenno del Giudice (1888-1957).

Ebbene: fino a poco più di un mese fa, questa perla dell’architettura italiana, era inagibile, chiusa. Peggio ancora, inutilizzata. E sarebbe rimasta così, fuori uso, per molti anni ancora, se non fossero “scesi in campo” due facoltosi imprenditori, uno italiano e l’altro francese, che hanno deciso di finanziare totalmente il restauro del padiglione. Il restauro, che ha interessato tutta la struttura, è stato finanziato grazie all’unione di due eccellenze, la Maison Louis Vuitton e Arzanà Navi. Ancora una volta il privato che salva il pubblico.

I costosissimi lavori hanno riguardato il rifacimento del tetto, l’impermeabilizzante bianca per proteggere l’edificio dal calore e dalla pioggia, le facciata e contemporaneamente un’indagine conoscitiva per individuare le sabbie originariamente utilizzate in modo da usare miscele simili a quelle di costruzione. Oltre al ripristino degli impianti elettrici, di riscaldamento e inserito anche quello di climatizzazione. Il curatore Dubbini ha sottolineato l’importanza del lavoro svolto che ha riconsegnato alla città il Padiglione Venezia, grazie al restauro filologico svolto in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Culturali di Venezia. "Il padiglione - ha sottolineato il curatore dei restauri - realizzato nel 1932, su un progetto di Brenno del Giudice, fa parte di una fase artistica in cui si stava passando da una cultura ottocentesca delle arti decorative a un nuovo spirito anti-accademico, con l’inserimento di nuovi stili introdotti dalla secessione viennese, e questo passaggio si avverte anche nei suoi ambienti interni, sorprendentemente moderni".

Così la rinascita, non solo architettonica ma anche culturale del Padiglione Venezia, è stata celebrata il 1° giugno scorso, con l’inaugurazione della mostra MariVerticali, di Fabrizio Plessi. Tre grandi sale, immerse nel buio assoluto ma illuminate dai sonori oceani proiettati in schermi supergiganti, su cui galleggiano, si fa per dire, barche sospese nel profondo blu, con il sonoro dello scorrere dell'acqua che fa da colonna sonora. Questa, in sintesi, la spettacolarità dei MariVerticali, la video installazione di Fabrizio Plessi, visibile fino al  prossimo 27 novembre. Una sorta di flotta navale, composta dalle sagome di acciaio nero di sei enormi e svettanti imbarcazioni poste in verticale, definite da Plessi come "un’arca di Noè elettronica".

Immerso nella penombra, il pubblico, guardando sugli schermi le immagini dei mari del mondo e ascoltando il flusso dell' acqua, si troverà immerso in un sogno a tre dimensioni. L’acqua è sempre stato l'elemento chiave della poetica dell'artista, padre internazionale della video-arte, nato a Reggio Emilia nel 1940, sin dai tempi dei suoi primi fotomontaggi anni Settanta.

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