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Alla cultura Internet non basta. Servono i libri e le biblioteche

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Curioso che i programmi elettorali dei partiti politici in competizione nella prossima tornata elettorale accennino sbrigativamente al capitolo università e ricerca, senza peraltro proporre niente di significativamente nuovo (se si eccettuato gli improbabili cento campus in tre anni sognati da Walter Veltroni). Ma straordinario che nessuno di loro neanche accenni a quell'immenso spreco di risorse che è il nostro sistema bibliotecario. E qui non ci riferiamo alle biblioteche pubbliche circolanti, quelle che dovrebbero consentire a qualunque cittadino di prendere in prestito libri e riviste (ma anche dischi e altro materiale di tal genere) e portarselo a casa per leggerseli o utilizzarli per la scuola o per il lavoro. Gli esempi virtuosi in tal senso si contano sulle dita di una mano e si debbono ad amministrazioni comunali o private che hanno capito il ruolo fondamentale dell'istruzione e della conoscenza per la formazione del cittadino e la creazione e il mantenimento dell'identità sociale.

Ci riferiamo invece ai sistemi bibliotecari detti "di ateneo", cioè facenti capo alle università, di cui tutti, docenti e studenti, deprecano la disorganizzazione, l'inefficienza e lo spreco, a fonte di un patrimonio librario che, grazie alla storia del nostro paese, è invece, potenzialmente, uno più ricchi del mondo, e di un personale spesso capace e volenteroso. Ma come si può migliorare il sistema universitario, per esempio dando corpo a quel famoso "merito" che tutti dicono di voler premiare, senza rimodellare proprio quello strumento fondamentale della conoscenza umana che è il patrimonio librario?

Sappiamo bene che cosa succede nelle nostre università quando cerchiamo un libro. Anche se da qualche tempo cominciano a esistere cataloghi informatici dai quali partire, docenti e soprattutto studenti devono vagare tra biblioteche di ateneo, di facoltà, di dipartimento, di istituto, con libri e riviste sparsi dappertutto, in sedi fisicamente distanti tra loro e che hanno orari diversi. Le cosiddette "biblioteche universitarie" spesso dipendono non dall'università presso la quale alloggiano, ma dal Ministero dei Beni Culturali, quindi con enormi difficoltà di integrazione con la rete propriamente universitaria. Gli orari di apertura sono ridicoli (qualche giorno alla settimana, mai nei fine settimana o nelle vacanze). Il numero dei libri che si possono prendere un prestito è limitatissimo. Il personale è sempre insufficiente. I terminali e le fotocopiatrici sono in numero ridottissimo, quando ci sono.

Insomma, se uno vuole studiare Italo Calvino o i notai del Medioevo genovese, è meglio che vada alla Harvard University o alla University of Toronto, dove ha tutto sottomano e in una settimana fa quello che farebbe a Roma o a Firenze in tre mesi (per non parlare di altre sedi ben meno fortunate). Perché? È presto detto. Ogni università americana (ma anche canadese, inglese, etc.) ha una biblioteca centrale (a volte c'è una distinzione tra biblioteca umanistica e biblioteca scientifica) dove sono depositati tutti i libri, le riviste e i supporti informatici, e nella quale operano decine se non centinaia di bibliotecari e amministrativi di vario livello. Gli scaffali sono sempre aperti, cioè il libro uno se lo va a prendere per conto suo, magari scoprendone altri di cui non conosceva l'esistenza sistemati a fianco del libro che già ci è noto. Si possono prendere e consultare quanti libri si vogliono. Si possono portare a casa, in prestito, una quantità sterminata di pezzi. Gli orari di apertura arrivano alle venti ore al giorno, sabato, domenica, feste comandate ed estate inclusi. Ci sono terminali e fotocopiatrici dappertutto. E non soltanto a Harvard e a Toronto, ma in tutte le università, grandi e piccole, famose e sconosciute.

Qualcuno potrebbe dire: ma che cosa c'entra questo con la riforma universitaria? Non bastano "le tre I" (inglese, impresa, informatica)? Non si era detto che internet ha ormai reso i libri pressoché obsoleti? No, "le tre I" non bastano e non basta neppure internet. Una riforma universitaria che prescinda dai libri è impensabile. In primo luogo, se è a scuola che si tramanda il sapere (ciò che già si sa), attraverso la voce del docente e pochi manuali, è soltanto all'università che si crea nuova conoscenza grazie a percorsi di ricerca (ciò che non si sa ancora) che partono dal patrimonio intellettuale dell'umanità (ciò che già si sa), il quale si presenta attraverso ciò che è stato pubblicato, cioè tramite i libri.

In secondo luogo, la pretesa contraddizione tra il miglior uso del patrimonio librario da una parte, e l'onnipresenza di internet dall'altro (come se i due sistemi fossero alternativi), non esiste. Dove le biblioteche funzionano, internet e libri sono (o possono essere) utilizzati da studenti e docenti uno di fianco all'altro. La rete per una rapida accessibilità alle informazioni di base (e qui l'inglese è effettivamente fondamentale). Le pubblicazioni a stampa per andare a fondo nella sostanza delle cose. Ma da noi questo doppio binario, questa utilizzazione integrata di rete e di libri non è possibile.

Il risultato è che in assenza di un sistema bibliotecario efficiente e fruibile, gli studenti tendono a evitare i libri e a usare soltanto internet, con risultati francamente disastrosi. Non sono più in grado di analizzare criticamente e di ordinare gerarchicamente le informazioni che trovano. Ritengono che tutto quanto non spunti in rete attraverso l'uso di parole-chiave semplicemente non esista. Ma soprattutto si abituano a una concezione della conoscenza che equivale a quella di colui che arriva per la prima volta in una città, poniamo Londra o Roma o Milano, e la visita usando soltanto la metropolitana. Si affaccerà su alcune realtà alle quali sarà casualmente arrivato (Piccadilly, Hammersmith, ma anche Battistini e Re di Roma, Porta Genova e Molino Dorino), ma non avrà la minima idea del tessuto che le unisce, delle connessioni logiche tra i luoghi, delle sedimentazioni storiche che vi stanno alla base. Un patchwork di informazioni, insomma, che per di più conduce lo studente a una falsa sensazione di onnipotenza. Esattamente il contrario della conoscenza, che è un lento processo di sedimentazione, il quale porta con sé la coscienza dell'incompletezza di quanto si sa e la spinta a cercare oltre.

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1 COMMENT

  1. Serve che qualcuno metta i libri su Internet…
    Pochissimi “ricchi” possono consultare papiri, pergamene, testi manoscritti, codici miniati medioevali. E’ bene conservarli possibilmente in atmosfera controllata a bassa temperatura ma non bassissima, in assenza di ossigeno e umidita’ e non metterli a disposizione di migliaia o milioni di curiosi. Ho una sorprendente notizia da dare a stuoli di Mandarini contemporanei e sempre ottusamente virulenti. Internet non e’ una moda passeggera e piuttosto che opporvisi farebbero bene a sfruttare la nuova tecnologia per usarla in modo da tramandare cultura, tradizione, sapere tecnico ed idee in generale. Internet e’ solo un contenitore nuovo ed ancora molto vuoto ma non puo’ riempirsi da solo e duplicando all’infinito le informazioni gia’ presenti. Sono giorni che, affascinato dall’inizio della poesia di P. Aelius Hadrianus resa nota al grosso pubblico da Marguerite Yourcenar ( Animula vagula…) cerco i versi originali di cui ho solo trovato la traduzione. Cosa scrisse dopo “Nec, ut soles, dabis iocos”? Versi struggenti che includono la frase ricca di mistero “Cerchiamo d’entrare nella morte ad occhi aperti…”. Ecco, se invece di stigmatizzare l’uso di Internet abitato da maree di poveri monaci contadini (ragazzotti) che sanno trascrivere, non creare e che copiandosi l’un l’altro ( col taglia – incolla ) tramandano solo frammenti dell’opera degli antichi, perdendo brani preziosi per incapacita’ di attingere alle fonti… dicevo… se invece di criticare chi fa ( male ma fa ), i tanti Mandarini che blaterano si rimboccassero le maniche e… vegliassero sulla cultura tramandandola su Internet farebbero UNA BUONA E SANTA COSA PER L’UMANITA’. Come prosegue la poesia di Adriano ? Ringrazio il Mandarino che mi vorra’ aiutare per la mia gioia e per amore di P. Aelius Hadrianus, Imp. …

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