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Alla fiera dei desideri: i cognomi a geometria variabile

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Alla fine il Governo ha ceduto all’onda montante della demagogia della par-condicio familiare. Il ddl approvato oggi propone di introdurre nel nostro ordinamento la facoltà, su richiesta di entrambi i genitori, di attribuire il cognome della madre in aggiunta o in alternativa a quello del padre. Il pensiero politicamente corretto esulta: finalmente il nostro Paese si modernizza e ripudia questa odiosa discriminazione sessista.

La cosa però non ci convince. E non ci convince perché ci sembra l’ennesimo capitolo di quella idolatria dei desideri e dei diritti che si è impadronita di noi e che rischia di sconquassare le fondamenta della nostra società. La premessa della proposta è che l’attribuzione del cognome ai nuovi nati sia un diritto dei genitori e che pertanto l’attuale disciplina sia discriminatoria nei confronti delle donne. In realtà, l’attribuzione dei cognomi non ha nulla ha che fare con la sfera giuridica dei genitori ma risponde unicamente all’interesse dell’ordinamento alla riconoscibilità dei cittadini e all’interesse dell’individuo alla propria identità. Ed è proprio per questo che tradizionalmente le regole per l’attribuzione del cognome hanno assunto carattere automatico non riconoscendo alcuno spazio alla volontà dei genitori.

La prima obiezione che salta agli occhi è che in tal modo avremo situazioni nelle quali due fratelli nati dagli stessi genitori avranno cognomi in tutto o in parte differenti e questo certo non gioverà alla stabilità delle normali relazioni sociali che affidano proprio alla costanza del cognome la riconoscibilità del nucleo familiare. Ma c’è un punto più delicato. Demandare la scelta del cognome ad un accordo della mamma e del papà rischia di introdurre una pericolosa mina nella stessa unità della famiglia. In molti casi la scelta del cognome potrà presentarsi densa di implicazioni psicologiche profonde (si pensi ad una coppia con un genitore proveniente da una famiglia ricca e potente ed uno da una famiglia povera ma molto orgogliosa) e non ha molto senso mettere la coppia dei neo genitori di fronte al dilemma sul cognome da scegliere. Il rischio è che la coppia entri in crisi proprio nel momento più felice della vita o che uno dei genitori accumuli un motivo di rancore per aver  dovuto subire la volontà dell’altro: motivo che potrebbe esplodere in ogni momento successivo.

Ma, accettata l’idea che sia preferibile affidare a meccanismi automatici l’attribuzione del cognome, come  soluzione alla grave discriminazione sessista potrebbe essere proposta l’attribuzione del cognome sia della madre che del padre. Sfortunatamente neanche questa soluzione funziona. Un meccanismo del genere porterebbe ad avere, nel giro di alcune generazioni, tutti i cittadini con 8, 16, 32, 64 cognomi con evidenti complicazioni per la vita civile di tutti i giorni. Certo può immaginarsi che, all’atto della registrazione del nuovo nato, i due genitori (entrambi con due cognomi) debbano indicare quale dei due trasmettere al proprio figlio. Tale soluzione certo garantirebbe che i nuovi nati abbiano comunque non più di due cognomi. Ma anche in questo caso i genitori verrebbero posti di fronte al dilemma tragico di dover decidere se trasmettere al proprio figlio il cognome della madre o quello del padre. E in questo caso il vulnus sarebbe non nel rapporto fra i coniugi ma in quello fra i genitoried i corrispondenti nonni. Ed comunque anche in questo caso avremmo cognomi a “geometria variabile” con fratelli degli stessi genitori portatori di cognomi diversi.

Certo si obietterà che soluzioni del genere sono già in vigore in diversi europei. Ma questo non ci tranquillizza affatto. Anzi, ci fa venire ulteriori dubbi sulla costruzione europea e soprattutto sugli antieuropeisti nostrani in servizio permanente ed effettivo che dell’Europa si lamentano solo perché la signora Merkel ci ha costretti ad una politica di rigore di bilancio mentre loro avrebbero preferito continuare nella folle politica della spesa e del deficit pubblico che è la vera causa dei problemi italici. Salvo poi rimanere muti, ed anzi plaudire, quando l’Europa si intromette in questioni che non la riguardano dovrebbero essere lasciate alla libertà di ciascun Paese.

La verità è che se proprio si ritiene che la regola del cognome del padre sia gravemente discriminatoria e che occorra porre rimedio a tale ingiustizia, vi è una sola soluzione possibile: invertire la regola millenaria e stabilire che i figli abbiano automaticamente il cognome della madre. Certo occorre sapere che la regola del cognome paterno non nasce dalla protervia maschilista. Nasce, come tutte le regole sedimentatesi nei secoli (ah se i nostri legislatori avessero letto Hayek!), dall’esperienza empirica diffusa della società civile. Nasce dall’antica regola per cui “mater semper certa est, pater numquam”! Con l’attribuzione del proprio cognome il padre si assume le proprie responsabilità e riconosce il figlio. E questo rappresenta un’importante garanzia sia per il figlio che per la madre stessa. Ma se, nell’epoca dei test genetici sulla paternità, si ritiene obsoleto il brocardo latino allora tanto vale saltare il fosso e ribaltare il criterio. E questo forse potrà placare la furia costruttivista dei burocrati e dei giudici europei.

Almeno fino a quando le associazioni dei maschi non eccepiranno una grave discriminazione nei loro confronti e i solerti giudici della Corte Europea interverranno nuovamente.
 

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