Alla Lessing un Nobel post-ideologico

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“Sono nata per scrivere, geneticamente. Voglio raccontar storie. Tutti, quando sogniamo, ci diciamo storie. E non c’è alcun messaggio: è il lettore che cerca un messaggio, e quindi lo trova”. Così si esprimeva Doris Lessing in un’intervista del 2004, autrice a cui – come è noto – è stato assegnato il premio Nobel 2007 per la letteratura, con la seguente motivazione: “Narratrice epica dell’esperienza femminile, che con scetticismo, passione e potere ha messo sotto esame una civiltà divisa”.

 

La Lessino è figlia di un reduce britannico della Prima guerra mondiale, trasferitosi dapprima in Iran – dove Doris è nata nel 1919 – e poi in Rhodesia del Sud (l’odierno Zimbabwe), in cui ha vissuto fino al 1949, sposandosi due volte e vivendo con intensità l’Africa nera, che è la maggiore ispiratrice della sua narrativa. Da allora vive a Londra con i figli.

 

Scrittrice estremamente prolifica, è difficile fare l’elenco completo delle sue opere che si contano a decine (quasi tutti i suoi libri in Italia sono stati pubblicati da Feltrinelli). I critici normalmente suddividono la sua produzione in tre periodi: quello comunista (1944-1956), che vede la sua narrativa concentrarsi prevalentemente su temi sociali (di questa stagione si deve citare il romanzo d’esordio, L’erba canta, del 1950); la fase psicologica (1956-1969), più intimistica, in cui giganteggia la serie Figli della violenza, che l’ha impegnata dal 1952 al 1969, ed infine il periodo del sufismo, al centro del quale si trova il ciclo fantastico Canopus in Argos (1979-1983). In realtà questa periodicizzazione non è soddisfacente, già per il solo fatto che dal 1983 ha scritto e pubblicato una ventina di romanzi!

 

La sua opera più famosa resta probabilmente il Taccuino d’oro, uscito nel 1962 e dedicato alle inquietudini di quegl’anni, da molti critici considerata un’opera femminista, ma diversamente intesa dall’autrice: “Sono sempre più sconcertata dall’ormai automatico disprezzo nei confronti degli uomini, diventato parte della nostra cultura senza che nessuno si lamenti”, le è capitato di affermare recentemente e in un’altra occasione: “Non voglio essere una scrittrice per sole donne: le femministe si sono autocastrate limitandosi ai discorsi fra loro. Dichiarando guerra agli uomini hanno perso un’importante occasione per cambiare il mondo”.

 

Senza reticenze si è occupata dei temi più scottanti del dibattito pubblico, dal terrorismo alla politica estera americana, dal pacifismo alla disastrosa condizione in cui versa lo Zimbabwe, senza tralasciare delicate questioni che si è soliti collocare nella dimensione del “privato”, come il rapporto fra i sessi oppure la condizione degli anziani nel nostro tempo. “Dunque il sogno più dolce è quello degli anni Sessanta?” le chiedeva una giornalista di Repubblica in un’intervista del 2002, e lei: “Oh, no. E’ quello della mia prima giovinezza. E’ il sogno comunista… E’ una storia vera. Qualcuno me l’ha raccontata tempo fa. Mi colpì, e ora mi sono trovata ad usarla. Ogni tanto mi succede”.

 

Recentemente sollecitata sui temi più caldi del dibattito internazionale, ha dichiarato: “Credo all’impegno di breve periodo di piccoli gruppi su temi specifici. I movimenti per la pace, la guerra, contro gli armamenti, semplicemente non funzionano. E’ una leggenda che io sia una specie di Giovanna d’Arco. In un breve articolo scritto nel 2003 per il Corriere della Sera, uscito con il titolo Non credano i potenti di oggi di essere eterni, scriveva: “Sono giunta alla conclusione che le grandi organizzazioni monolitiche, apparentemente indistruttibili, sono di fatto le più fragili, e quando sembrano essere al culmine della loro forza, sono in realtà nel loro momento più vulnerabile. Quando rifletto sul passato, oggi non vedo i grandi imperi e i dittatori, ma solo i piccoli individui, e le cose straordinarie che sanno realizzare”.

 

Nonostante la sua militanza ideale, non ha mai amato la capacità di attrazione delle ideologie; una volta ebbe a dire: “Detesto che gli uomini si debbano classificare in laburisti, conservatori, socialdemocratici o di estrema sinistra. Le ideologie, come le fedi, hanno fatto e continuano a fare un’immensa quantità di male. Poi per fortuna scompaiono”.

 

Nella rosa dei candidati al Nobel da tempo, nel nostro paese è stata premiata nel 1989 con il Premio Grinzane Cavour, promosso dalla Provincia di Torino, e in Spagna con il Principe delle Asturie nel 2001. Ama tuttavia prendersi gioco dei critici, ed ha scritto due libri sotto pseudonimo, Jane Somers, per dimostrare quanto siano inaffidabili (manco a dirlo, gli stessi che la esaltavano, in questa occasione l’hanno stroncata). Fra i temi “intimistici” di cui si è occupata c’è quello della forza magica della risata, di cui ha detto: “è qualcosa di molto potente e solo le persone civili, le persone libere ed emancipate, sanno ridere di se stesse”. E’ proprio vero che i grandi insegnamenti a volte si vestono di una semplicità acuta e sorprendente, che tanto somiglia a Doris Lessing.

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