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Alla Rai va tolta la maschera del servizio pubblico

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Un recente seminario alla Fondazione Magna Carta ha offerto una interessante opportunità di riflessione sull’altro lato dei progetti di riordino dell’emittenza accarezzati dal ministro Gentiloni. Non cioè la regola del quarantacinque per cento, del resto approfonditamente scandagliata in un pamphlet di Franco Debenedetti. 

Ma la nuova disciplina della Rai, che si vorrebbe strappare alle grinfie dei partiti mettendola in capo a una fondazione.

Di privatizzare la televisione pubblica, oggi non parla più nessuno - e questo nonostante l’attuale presidente del consiglio, in campagna elettorale, avesse proposto la vendita di due reti, per focalizzare il “servizio pubblico” su un unico canale con meno lustrini e più informazione (pare assodato che il “servizio pubblico” riguardi precipuamente programmi che il pubblico non vuole guardare).

In generale, da più parti si ricorda come quello europeo sia (anche in ambito televisivo!) un modello “misto”: cioè come persino democrazie assai meno interventiste della nostra (a partire dalla Gran Bretagna) vantino una presenza statale, e forte ed autorevole, nell’ambito dell’emittenza. L’unica eccezione è il piccolo Lussemburgo: non sarebbe l’unico caso in cui spetta ai micro-stati il monopolio del buon senso (si pensi al segreto bancario), ma nel dibattito politico si ama ragionare per imitazione, e pertanto “fare come” la grande Francia dà lustro e prestigio, seguire uno staterello no.

La Fondazione che sortirebbe dalla Gentiloni è interessante non tanto in sè e come risposta ad un problema immediato, ma in quanto esemplifica molto bene un certo modo di pensare ed agire. Il dato della proprietà pubblica della Rai, è il dato della lottizzazione. Con tempi diversi da quelli della politica, si è passati anche lì dal monocolore democristiano al compromesso storico: fatto sta che il controllo pubblico è stato necessariamente l’occupazione dei partiti. 

Oggi va di moda contrapporre quel modello, clientelare, a quello del

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