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Alle origini del grande equivoco

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Dalla caduta del muro di Berlino, ma forse anche prima, tutti in Italia si definiscono liberali. Persino la simpatica collega di ‘Filosofia Morale’ che vota Rifondazione Comunista e il sociologo,collaboratore de ’Il Manifesto’, che, nel suo corso sull’immigrazione, commenta gli scritti di Mao. Si potrebbe parlare, in questi casi, di omaggio del vizio (stalinista) alla virtù (liberale) ma, in realtà, non si tratta solo di questo. Il fatto è che da qualche tempo la nobile tematica dei ‘diritti’ è diventata così generosa da consentire agli sconfitti del ‘socialismo reale’ di rimettersi in gioco dando alle vecchie idee nuovi abiti semantici. Ormai nella città occidentale posta sotto assedio si entra solo acquattandosi nel ventre del cavallo di Troia dei ‘nuovi diritti’. Forse, almeno nel nostro paese, a consentire un espediente del genere è stato, tra gli altri, Norberto Bobbio con la sua Età dei diritti, o almeno una cattiva lettura di quel libro.

In poche parole, qual è il grande equivoco all’origine %0Adei sempre più frequenti travestimenti ideologici? E’ la vecchia idea - che troviamo sia in Marx che nei pensatori reazionari come De Maistre - che i diritti ‘astratti’ del cittadino - la triade di John Locke: vita, libertà, proprietà - siano una beffa per quanti, i più, non sono in grado di farli valere, in mancanza di risorse adeguate. A cosa mi serve avere la libertà di andare a Milano se non ho i soldi per pagarmi il biglietto del treno o dell’aereo?”Quann sta chiena a panza ciascuno po’ parlà”, recita un adagio napoletano di tanti anni fa, che aggiunge che a pancia vuota, uno se ne strafotte “d’a patria e d’a libertà’”. Sennonché, anche i padri del liberalismo, che non erano degli ingenui, avrebbero condiviso questa massima di buonsenso: a dividerli dalle legioni dei nemici del mercato e del capitalismo era il soggetto che avrebbe dovuto provvedere a riempire la pancia dei cittadini. Per i socialisti ‘scientifici’ o ‘’utopistici’ quel soggetto doveva essere lo Stato o, quanto meno, un arcipelago di associazioni   ‘dal basso’ liberamente fluttuanti in oceani liberati dalle alghe e dai mostri marini dell’interesse privato - e, soprattutto, dai pescicani bancari. Per i liberali, il compito di produrre benessere per tutti era affidato, invece, alla ‘società civile’, al gioco degli interessi e dei valori, alla libera concorrenza, alle conquiste della scienza e della tecnologia.

E’ superfluo dire a chi abbia dato ragione la storia: valga il solo esempio della Cina che, per sfamare i suoi miliardi di abitanti, ha dovuto riaprire le porte a un capitalismo dickensiano, da Londra dei primi anni dell’ottocento (bassi salari, poche garanzie sul lavoro, orari disumani etc.). Se l’esempio cinese ha contribuito, in notevole misura, al discredito del comunismo - nell’Europa occidentale solo da noi si trovano due partiti, oggi al governo, che ad esso si richiamano apertis verbis - non è stato però sufficiente a rimettere in discussione non solo il nomen ma anche la res. Ed è qui che ‘l’ideologia dei diritti ha dato una mano. Beninteso, è segno di una più elevata etica pubblica la loro proliferazione incessante, al centro del testo di Bobbio e, prima di lui, di altri pensatori occidentali, come T. Marshall, teorici delle ‘generazioni successive dei diritti’ - diritti civili, diritti politici, diritti sociali. Ciò su cui si dovrebbe far luce è lo status di tutti quei diritti che rinvia a un problema cruciale: se stanno tutti sullo stesso piano, in caso di conflitti tra gli uni e gli altri, quali debbono avere la precedenza? Se tutti hanno diritto a un lavoro (come prescrive la nostra Costituzione, nel suo versante non liberale) e, se la libertà ‘politica’ di organizzare partiti e movimenti, si rivelerà un ostacolo insormontabile al riconoscimento di quel diritto - per assicurare un lavoro e una casa a tutti è giocoforza collettivizzare l’economia - perché non dovrebbe esserne consentita la sospensione? Certo si può sempre ricorrere all’escamotage, tipico della political culture azionista, per cui ‘giustizia’ e ‘libertà’ vanno sempre insieme e chi si batte per l’una, non può non farsi carico delle ragioni dell’altra ma, purtroppo, non è con la retorica buonista che si risolvono i problemi drammatici dell’umana convivenza.

 A mio avviso, occorrerebbe un sostanziale passo indietro: continuiamo pure a chiamare diritti sia quelli civili che quelli politici che quelli sociali (e si potrebbero aggiungere quelli ‘animali’ non meno rilevanti sotto il profilo etico) ma riserviamo soltanto ai primi due la marchiatura costituzionale. Nel senso che una maggioranza di governo non può in alcun modo attentare, ad es., alla mia libertà di coscienza o di associazione, riposte nella cassaforte della ‘magna carta’, ma può ben decidere, attraverso la legislazione ordinaria, quali ‘diritti sociali’ vanno tutelati, alla luce delle risorse concrete del bilancio statale, e quali invece possono aspettare. Quanti come me hanno “Benjamin Constant nella mente e Filippo Turati nel cuore” si collocano a sinistra proprio nella convinzione che in un’epoca come la nostra, contrassegnata dal sentimento della radicale eguaglianza di tutti gli uomini, occorra fare quanto è possibile per venire incontro ai bisogni degli inquilini dei piani bassi della piramide sociale. Ma, per dirla brutalmente, restando sul piano delle ‘provvidenze’ sulle quali si può essere in legittimo disaccordo e che, pertanto, vanno sottoposte al giudizio del ‘popolo sovrano’ . Del tutto diversa, invece, è la tutela del diritto di proprietà, il cui godimento può (e deve) essere regolamentato, ma in nessun modo può essere ‘svuotato’.Se, ad esempio, per l’acquisto della prima casa ho contratto un mutuo con le banche e se sul bene immobile grava   una ICI così pesante da indurmi a rinunciarvi, si configura chiaramente (lo fa fatto rilevare assai bene Piero Ostellino) l’azzeramento di un diritto di”prima generazione”. Che si verifica altresì nel caso che alcuni--imprese pubbliche o private, centrali, automobili, aerei etc.-- mettano in pericolo la salute di tutti. (Se sul mio terreno si riversano scarichi e gas tossici che ne rendono l’aria irrespirabile, debbo poter rivendicare tutti i miei biechi vetero-diritti individualistico-proprietari, infischiandomene altamente, dell’’utilità sociale’ e dei costi aggiuntivi che sarebbero costretti a sopportare le fabbriche inquinanti!).

 Senza una chiara gerarchia di diritti - per la quale alcuni restano nel tabernacolo costituzionale mentre altri sono affidati alla borsa-valori del Parlamento - non c’è liberalismo ma una terra di nessuno in cui possono verificarsi i meno ‘casti connubi’ e le transazioni più indecenti.

 

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1 COMMENT

  1. I diritti positivi negano quelli negativi
    Ottimo ragionamento. Non sono daccordo sul concetto di regolamentare la proprietà. Regolamentare la proprietà significa di fatto trasferirla ad un altro proprietario. Ad esempio, il problema non è quanto alta sia l’ICI. Ma che con l’ICI si riconosce che il proprietario della casa è lo Stato, ed il cittadino diviene un locatario che paga una quota annua per ivi risedere. In quel caso il proprietario è lo Stato. L’unica regolamentazione della proprietà è quella che impedisce di danneggiare le proprietà altrui.
    Quindi come hai giustamente osservato, nel caso di fabbrica che inquina l’aria di casa mia, è giusto che venga tutelato.
    Il problema del socialismo e delle attuali democrazie sociali, dal punto filosofico è che non è possibile garantire diritti aggiuntivi rispetto ai diritti negativi (vita e proprietà – che poi sono la stessa cosa),perchè ogni diritto aggiuntivo nega in qualche punto il diritto alla proprietà.

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