Alle origini del sionismo

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L’intervista a David Gelernter, apparsa recentemente su L’Occidentale, ha rilanciato l’attualità del “sionismo”, termine politico misconosciuto e spesso frainteso. Lo scienziato americano sostiene che gli Stati Uniti, contrariamente a quanto si pensa, basino il proprio tessuto civile su dei valori religiosi, conferiti loro dai primi coloni e, in particolare, dai Padri pellegrini che fondarono lo stato del Massachusetts; tali princìpi non sarebbero altro che una versione moderna ed “atlantica” del sionismo vetero-testamentario, riconoscibile nel credo americano d’essere il popolo eletto: “In God we trust” iscritto sulle banconote è ben di più di una semplice professione di fede, significa “In Dio confidiamo” più di quanto voglia dire “In Dio crediamo” ed è espressione del convincimento d’essere parte di una moderna alleanza con Dio, simile a quella di cui si parla nell’Antico Testamento a proposito dei figli d’Israele.

Tale riproposizione si affianca ai recenti volumi di Magdi Allam, Viva Israele. Dall’ideologia della morte alla civiltà della vita: la mia storia (Mondatori), e Fiamma Nirenstein, Israele siamo noi (Rizzoli), i quali entrambi, a diverso titolo, fondano le loro tesi sul “sionismo reale” su cui si è edificato lo stato d’Israele. In particolare, il secondo fronteggia i pregiudizi più diffusi nei confronti del sionismo, non raramente equiparato ad una dottrina imperialista e razzista, in quanto Israele occuperebbe territori che non gli spettano. Viceversa, sostiene Magdi Allam, Israele è oggi l’unica democrazia inserita nella regione araba e l’unico stato che, professando i valori occidentali, in questo difficile contesto renda omaggio alla vita come bene ultimo e superiore a cui non è possibile abdicare, a fronte dell’ideologia della morte propagandata dal terrorismo islamico.

Ma cosa significa esattamente “sionismo” e quali sono le vicende sue specifiche? Alla domanda non dissimile “Perché studiare il sionismo?” Ilan Greilsammer, docente di scienze politiche all’Università Bar Ilan e autore di un omonimo volumetto introduttivo in queste settimane pubblicato in Italia da Il Mulino, risponde semplicemente: “Perché questa ideologia costituisce il fondamento dello stato di Israele, uno stato che malgrado le dimensioni ridotte si ritrova costantemente al centro dell’attualità internazionale”.

Con la parola “sionismo” si indica propriamente una dottrina politica nata nel tardo Ottocento, grazie all’iniziativa di Theodor Herzl (1860-1904), un giornalista austriaco di origine ebree che, trovandosi a Parigi negli anni dell’affaire Dreyfus (il presunto tradimento di un ufficiale dell’esercito francese, ebreo alsaziano, rivelatosi poi del tutto privo di fondamento e frutto invece dei pregiudizi antisemiti di alcuni colleghi), in questo frangente trovò le radici della propria identità e una battaglia a cui votare i propri sforzi. Il testo con cui Herzl consegnò le tesi del sionismo moderno è Lo stato ebraico, scritto che presto divenne la Bibbia del sionismo. In esso si parla esplicitamente della ricostituzione della nazione ebraica, mediante la formazione di un’unità politica, in pratica uno stato sovrano, in Terra d’Israele (Erez Yisrael), per dare compimento alle scritture e superare definitivamente la diaspora che, obtorto collo, era stata il destino del popolo ebraico da tempo immemore.

Etimologicamente il vocabolo deriva da “Sion”, il monte su cui la tradizione vuole vi sia stato il primo insediamento umano in Gerusalemme. Nel movimento sionista trovano convergenza tre diversi fattori, che sul piano culturale ne costituiscono il principale alimento: l’aspirazione messianica degli ebrei che, nonostante la durezza delle persecuzioni, hanno sempre mantenuto viva la fede nella venuta di un Messia che li avrebbe liberati dagli affanni e condotti alla Terra promessa (Erez Yisrael); in chiave più moderna ed ottocentesca in particolare, la disillusione nei confronti delle ipotesi di soddisfacente integrazione nelle realtà sociali e politiche della diaspora e, quindi, l’incontro della cultura ebraica con il concetto di nazionalità che, ammantato d’idealismo, ha attraversato tutto l’Ottocento parlando un linguaggio che poneva al centro dell’attenzione l’emancipazione dei popoli oppressi in contesti in cui la presenza ebrea era massiccia e significativa (si pensi per esempio all’impero austro-ungarico).

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Nato quindi come dottrina politica nutrita di ascendenze teologiche, il sionismo, come ci insegnano i libri citati in esordio ma anche altri usciti in questi anni, sta conoscendo oggi un’estensione di significato a fronte dell’offensiva islamista, ponendosi non solo come l’elaborazione concettuale che giustifica la fondazione dello stato d’Israele, ma pure, in termini simbolici e nel contempo estremamente concreti, il baluardo ed insieme l’avamposto dei valori liberaldemocratici in un cotesto in cui questi sono ancora minoritari e non raramente bistrattati.

davideg.bianchi@libero.it

 

 

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