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Alle origini della cultura del Sessantotto

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1. Vorrei proporre alcune riflessioni  su quel complesso movimento politico, culturale e sociale che investì il mondo occidentale alla fine degli anni Sessanta e che chiamiamo, per brevità, il Sessantotto. Le presento in forma consapevolmente schematica e semplificata, nel tentativo di individuare, in quei fenomeni, alcune linee di fondo, che mettano un po’ d’ordine nel loro carattere magmatico e variegato. Farò riferimento soprattutto allo sfondo (in senso lato) culturale, nella convinzione che esso abbia giocato un ruolo preponderante. La “cultura” del Sessantotto ebbe una lunga incubazione che percorre tutto il decennio precedente: essa è una forma di «pensiero socializzato» (adotto il termine che Augustin Cochin coniò per descrivere il formarsi della mentalità rivoluzionaria nei decenni immediatamente precedenti la rivoluzione francese) e risultò da un processo complesso che andrebbe ricostruito con cura, analizzandone luoghi di formazione e canali di diffusione.

2. L’elemento unificante e caratterizzante quei movimenti è il prepotente riemergere della  “cultura della rivoluzione” o della “passione rivoluzionaria” (Furet), dell’idea, cioè, che l’unico modo veramente decisivo e risolutivo di mutamento politico-sociale sia quello che rompe radicalmente col passato: la Rivoluzione (con l’iniziale maiuscola) diventa così la soluzione del problema della storia.  Questa era stata l’eredità che la fase giacobina della grande rivoluzione aveva lasciata al secolo successivo, con la quale gran parte del pensiero storico-politico europeo si era confrontato fin verso il 1870. Ma  essa aveva percorso, come un fiume carsico, anche i settori più radicali della sinistra europea: Cantimori ricordava spesso che erano stati proprio alcuni discepoli di Filippo Buonarroti (eredi quindi del giacobinismo di Babeuf) a fondare la Società dei Giusti, poi Lega dei comunisti, cioè l’associazione londinese per cui Marx ed Engels avrebbero scritto alla fine del 1847 il Manifesto del partito comunista. Fu proprio l’ondata rivoluzionaria del 1848 (soprattutto in Francia, ma non solo) che ne costituì l’effimero trionfo, ma anche il deciso fallimento. Dopo di allora, e per oltre mezzo secolo (se si prescinde dai bagliori della Comune parigina del 1871), l’«idea rivoluzionaria» va in sonno: succede l

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1 COMMENT

  1. Grazie, ho trovato queste
    Grazie, ho trovato queste pagine veramente interessanti. Del ’68 si sente parlare sempre più spesso e, grazie al cielo, sta finalmente prendendo forza, anche a livello di opinione pubblica, una sana corrente di ripensamento e di rivalutazione di quanto di preesistente quel disgraziato movimento ha distrutto.
    Pur essendo profondamente ignorante in materia, mi permetterei di ricordare alcune brillanti pagine scritte a proposito della contestazione giovanile da Panfilo Gentile nel suo Democrazie Mafiose, ristampato un paio di anni fa da Ponte alle Grazie.
    Grazie ancora e cordiali saluti.

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