Sull'ineluttabilità della storia

All’origine di ogni crollo c’è una crisi e questo vale anche per gli Stati

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Non ci riesce facile immaginare un’Unione Sovietica sopravvissuta alla crisi del 1991. E neppure un Impero asburgico rialzatosi dopo la terribile sconfitta della Grande Guerra. Troppo forte è la convinzione che entrambi i regimi fossero giunti al capolinea e che nessuna azione avrebbe potuto frenarne la caduta. Sul piano inclinato della storia le rivoluzioni ci appaiono come l'ultima, decisiva spallata data a quegli Stati in cammino verso una fine ineluttabile. Il bel libro di Paolo Macry Gli ultimi giorni. Stati che crollano nell’Europa del Novecento (Il Mulino, euro 16) riesce a mettere in discussione la fondatezza delle nostre convinzioni, forse mutuate da una storiografia largamente maggioritaria. Lo storico napoletano ci accompagna in un viaggio suggestivo sull'orlo di quel baratro che a partire dalla fine dell’Impero zarista nel 1917 giunge sino alla caduta dell’Urss nel ’91 passando attraverso la morte degli Imperi centrali nel 1918, al tracollo francese del 1940 e non dimenticando alcuni significativi accenni al nostro 8 settembre ‘43.

Il volume ha almeno due piani di lettura che si intersecano efficacemente: da una parte si concentra su quegli eventi che precedettero di alcune settimane, giorni o ore il collasso degli Stati; dall’altra si tratta di una riflessione storiografica che pone al centro la dialettica tra lunga durata e breve periodo, tra struttura ed evento. L’ipotesi di partenza dell’autore è che «il crollo politico e istituzionale, per quanto sia imparentato con tendenze e strutture, costituisca una pièce di avvenimenti, della quale non si conosce già la conclusione, perché essa dipende in larga misura dalle scelte dei suoi attori, da circostanze imprevedibili e, perché no, dal caso».

All’inizio di ogni crollo vi è una crisi, sia essa militare (l’imminente sconfitta di Austria e Germania nel ’18, l’occupazione tedesca della Francia nel ’40) oppure di sistema (l’Urss ed il blocco sovietico alla fine degli anni Ottanta). La crisi costringe la politica a cimentarsi con quello che Carl Schmitt ha definito lo stato d’eccezione: i governi sono chiamati a dimostrare capacità di reazione di fronte alle congiunture negative e a manifestare tutta la possibile prontezza nell’interpretare le esigenze e gli umori della comunità. In questo caso sono appunto le scelte quelle che contano, l’abilità nel trovare soluzioni destinate a rinsaldare lo Stato e a lenire i dolori della popolazione.

La storia del Novecento è piena di esempi contrapposti: laddove la drammatica rotta di Caporetto fu arginata con la sostituzione dei comandi militari, l’affermazione dei tedeschi a Sédan nel 1940 mise in luce tutti gli errori dell’élite d’oltralpe, incapace di rispondere all’offensiva germanica. E non perché le truppe francesi fossero mal equipaggiate, scarse in numero e in armamenti: semplicemente, durante la drôle de guerre che anticipò l’attacco tedesco sul fronte occidentale, Parigi sembrò abdicare ai suoi compiti, rimanendo in attesa di una mossa da parte di Hitler. Le truppe si annoiavano sul confine renano, le esercitazioni scarseggiavano e la linea Maginot non venne mai completata a nord, in direzione di quel Belgio attraverso il quale la Wehrmacht sarebbe presumibilmente passata.

Cinquant’anni dopo fu un’altra fatale sequenza di errori a causare il tracollo dell’Unione Sovietica, con l’aggravante che in questo caso furono «gli stessi governanti ad innescare la grande crisi». Le  riforme con cui Gorbaciov avrebbe voluto riformare lo Stato portarono ad un’esiziale accelerazione dei tanti problemi che già covavano nell’Urss. «Già sul finire del 1986 – spiega Macry – la perestroika si è ficcata in un vicolo cieco, perché non riesce ad accrescere la produttività del sistema e, al contrario, provoca buchi di bilancio, mancanza di valuta, crollo nelle importazioni di derrate e beni di consumo, e dunque problemi di vettovagliamento, file ai negozi, scaffali vuoti». Anche la glasnost fu eccessivamente rapida, se paragonata ai tempi lunghi di uno Stato elefantiaco quasi del tutto immobile, e soprattutto si rivelò del tutto controproducente: la “trasparenza” invocata da Gorbaciov riportò sì sugli scaffali i libri proibiti, smantellò la censura, modernizzò le redazioni dei giornali; per contro, essa mise alla luce le storture del sistema, i dati statistici di un paese inguardabile, la corruzione dei suoi vertici politici: in poco tempo i cittadini dell’impero assistettero «ammutoliti alla pubblica delegittimazione del partito, dello stato, dei suoi padri fondatori».  

Andrebbero egualmente rubricati alla voce “errore fatale” la decisione di Badoglio e Vittorio Emanuele II di fuggire verso Brindisi senza lasciare alle truppe indicazioni precise dopo l’armistizio dell’8 settembre così come la scelta dello zar Nicola II di soggiornare lontano da Pietrogrado quando i disordini del febbraio 1917 sembravano trasformarsi in tumulti.

Gli ultimi giorni hanno tratti apocalittici: trame di palazzo, dicerie in libertà e, soprattutto, la comparsa di una folla sballottata, talvolta in piazza, altre volte in fuga. È una massa depoliticizzata alla ricerca di cibo e di un ordine che va svanendo.

Tesi seducente e originale quella con cui Macry ci lascia: il crollo degli Stati è in larga parte frutto di scelte, somma e sovrapposizione di errori, fatalità, calcoli sbagliati, riflesso di elementi psicologici, di inerzie e di insipienze. Senza trascurare i  fattori di lunga durata, le permanenze, la struttura delle società e le mentalità di un popolo, il crollo degli Stati dimostra il ruolo fondamentale che nella storia hanno giocato le scelte individuali e le volontà soggettive. Ma, soprattutto, riporta al centro della scena storiografica la politica quale luogo in cui s’intersecano i destini di un’intera comunità.  

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