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Altro che protezionismo, per proteggere i mercati serve la competizione

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Al giorno d’oggi, la dimensione economica della globalizzazione, essendo la più recente, è oggetto di grande interesse; un interesse che trova spazio in numerose pubblicazioni ed eventi pubblici. Prima del 1989, pochi pensatori avevano previsto l’improvviso crollo del socialismo, almeno dal punto di vista economico. Più o meno, erano in molti a considerare il socialismo come una proiezione nel futuro, un  dato inevitabile della storia, e in tanti sostenevano la necessità di una terza via tra il socialismo e le società capitalistiche esistenti. La caduta del socialismo come idea economica, ad ogni modo, ha eliminato l’alternativa socialista ed ha finito  per gettare dubbi sulle ragioni della “terza via”.

Il mondo oggi appare relativamente più ricco, più interconnesso e più dinamico. Ciò significa che ogni nazione ha maggiori opportunità di entrare in rapporto con altre nazioni. Non neghiamo la pertinenza della critica dei molti che evidenziano le conseguenze problematiche di una sì fatta ed inedita interdipendenza globale. Tuttavia, l’interdipendenza di un paese con un altro avrebbe il vantaggio di diffondere meglio la cultura della solidarietà di tutti gli esseri umani, almeno potenzialmente e rispetto al loro relativo isolamento. Come alcuni padri della Chiesa hanno evidenziato sin dal terzo e quarto secolo dell’era cristiana, il commercio internazionale esprime in modo concreto il bisogno che ciascuna nazione ha delle altre.

Lo scorso 31 maggio presso L’American Enterprise Institute di Washington si è tenuto un seminario moderato da Desmond Lachman sulla globalizzazione dei mercati, sull’eventualità concreta che il dollaro continui il suo deprezzamento e sul ruolo delle nazioni industrializzate per rendere minimo il rischio derivante da un dollaro eccessivamente debole. Dall’inizio dell’anno, il dollaro statunitense ha perso significativamente valore, soprattutto rispetto all’euro. Aumentando il prezzo delle importazioni statunitensi, un dollaro il cui valore fosse in declino potrebbe rappresentare un’insidia rispetto all’impegno della Federal Reserve di raffreddare la tendenza inflazionistica dovuta alla sostenuta crescita economica.

Al seminario hanno preso parte rilevanti esponenti del mondo accademico ed istituzionale. Anne Krueger, già alto dirigente del Fondo Monetario Internazionale, ha sostenuto che non crede ad un possibile rallentamento della crescita economica globale a causa dell’indebolimento del dollaro. L’ex esponente del IMF ha fatto notare che l’economia statunitense, avendo dimostrato di essere sufficientemente flessibile da assorbire le problematiche degli ultimi trent’anni e da adattarsi ai cambiamenti che si sono succeduti dall’inizio degli anni Ottanta fino ad oggi, è probabile che sia in grado di assorbire anche un eventuale ed ulteriore deprezzamento del dollaro. Secondo la Krueger, l’autentico problema dell’economia statunitense non sarebbe né la fluttuazione dei cambi a livello mondiale né l’indebolimento del biglietto verde, quanto il forte squilibrio commerciale su scala mondiale. In questo caso, soltanto un approccio multilaterale sarebbe in grado di orientare lo squilibro nell’economia mondiale. La limitazione del protezionismo, ha affermato, “sembrerebbe essere la grande sfida” per i maggiori attori protagonisti nell’economia globale.

Il ricercatore dell’AEI John H. Makin ha affermato che non intravede una relazione causale tra l’indebolimento del dollaro e l’andamento della ricchezza economica globale. La cosa più importante, ha rilevato, è che il mercato globale dei capitali – specialmente quello cinese – sia autenticamente esploso. Per rendere ragione di questa affermazione, ha mostrato il grande flusso di fondi che sta invadendo la borsa cinese, nella quale gli investitori sembrerebbero essere in preda ad una vera e propria “febbre speculativa” dovuta all’alta liquidità causata dalla riluttanza cinese di rivalutare lo yuan. L’alta liquidità starebbe stimolando i mercati globali. Secondo Makin, il deprezzamento del dollaro “è forse soltanto un aspetto” della rapida crescita del mercato dei capitali cinese. Un problema ben più rilevante sarebbe che nei mercati cinesi si sono particolarmente apprezzati i capitali ad alto rischio. Di conseguenza, gli investitori starebbero sottostimando il rischio che corrono, investendo sui mercati dei capitali a livello globale.

Secondo Kenneth S. Rogoff dell’Università di Harvard, è una questione aperta se l’esplosione dell’economia cinese sia sostenibile o meno in assenza di una sostanziale riforma del suo sistema monetario. Per l’economista di Harvard, affinché la crescita cinese possa essere duratura, lo yuan dovrebbe apprezzarsi almeno del 200%, in considerazione dell’andamento economico cinese degli ultimi quarant’anni. La maggiore preoccupazione, fa notare Rogoff, sarebbe l’instabilità della politica economica globale. In questa prospettiva, non dovremmo considerare la politica economica come un sistema naturale, ha ribadito l’economista, bensì come un sistema altamente artificiale per la cui soluzione dei problemi si richiede un intervento a livello internazionale. A tal proposito, una delle cause di maggiore preoccupazione è che un certo numero di paesi asiatici si sentono esclusi tanto dal Fondo Monetario Internazionale quanto dalle decisioni della Banca Mondiale.

Brad Setser dell’University College di Oxford ha sostenuto che “un’economia mondiale forte rappresenta in un certo senso una minaccia per il dollaro”. Una simile affermazione è stata argomentata a partire dai seguenti punti: in primo luogo, con riferimento all’economia globale, il rallentamento statunitense non avrebbe prodotto particolari conseguenze sugli attuali conti pubblici. In secondo luogo, il rallentamento statunitense sarebbe collegato ad una significativa diminuzione della disponibilità da parte degli investitori del settore privato di finanziare il debito pubblico. Infine, l’adeguamento dell’indice di cambio cinese appare come una necessità cruciale per un adeguamento globale e dovrebbe diventare l’elemento principale della politica mondiale. Secondo Setter, sarebbero due i principali problemi dell’economia mondiale che attendono ancora di essere affrontati. Non possiamo prevedere quanto gli investitori privati a livello mondiale potranno guadagnare dal mercato dei capitali statunitensi e, soprattutto, non saremmo in grado di quantificare il maggior interesse degli investitori statunitensi per il mercato dei capitali esteri. Inoltre, le economie in espansione come quella cinese sarebbero particolarmente esposte alle spinte inflazionistiche.

Edwin M. Truman del “Peterson Institute for International Economics” ha argomentato la tendenza da parte delle istituzioni politiche internazionali ad operare per l’indebolimento del dollaro. Per questa ragione ha apertamente criticato le politiche europee, ree a suo pare di non riconoscere che anche un euro statico potrebbe crescere, a condizione che il dollaro si indebolisca, per questa ragione il depotenziamento del dollaro non rappresenterebbe in linea di principio necessariamente una minaccia per l’espansione economica globale. Ha criticato anche il Fondo Monetario Internazionale, il quale, secondo Truman, “ha abdicato al suo ruolo di arbitro e di regolatore delle politiche di cambio”. Truman associa tale perdita di autorevolezza dell’organismo internazionale alla scelta protezionistica adottata da alcuni paesi. In definitiva, tali politiche protezionistiche rappresenterebbero una minaccia al libero mercato; di conseguenza, sarebbe necessaria una maggiore trasparenza in quelle aree del mondo dove il protezionismo ha di fatto sostituito il libero scambio.

I cambiamenti, relativamente repentini, dovuti alla globalizzazione dei mercati richiedono alti costi. Le industrie locali, per molte generazioni protette dal mondo esterno, adesso devono affrontare i venti difficili della competizione proveniente da altre popolazioni che producono gli stessi prodotti in modo più economico, più efficiente e talvolta di qualità più elevata. Tuttavia, nel modo più assoluto, tali difficoltà rappresenterebbero il punto debole della globalizzazione, quanto le ragioni, per molti versi inedite, di un ordine internazionale politico, economico e culturale sempre più aperto e sempre meno disponibile a tollerare nazionalistici rigurgiti protezionistici.

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