Home News “America, Cina ed Europa faranno presto i conti con il Secondo Mondo”

Imperi e potenze emergenti

“America, Cina ed Europa faranno presto i conti con il Secondo Mondo”

Un mondo diviso in tre grandi “blocchi”, sovrapposti e interrelati fra loro: Stati Uniti, Cina e Unione Europea. Saranno queste le superpotenze del futuro. Nella loro sfida globale, a beneficiare di un reale vantaggio competitivo sarà soltanto chi riuscirà a ottenere l’appoggio degli Stati chiave del "Secondo mondo", ovvero tutti quei Paesi emergenti che diventeranno l'ago della bilancia del XXI secolo. Ne abbiamo parlato con Parag Khanna, Senior Research Fellow presso la New America Foundation, dove dirige la Global Governance Iniziative. Khanna è autore de I tre imperi. Nuovi equilibri globali nel XXI secolo (Fazi Editore, 2008).

Lei parla di un "nuovo" ordine mondiale, quando sarebbe iniziato?

Il nuovo ordine mondiale trova la sua genesi dalla combinazione tra il fenomeno della globalizzazione e la fine della Guerra fredda. Le riforme intraprese nel 1978 dalla Cina di Deng Xiaoping furono certamente un primo pilastro importante per l’edificazione del nuovo sistema, così come fu altrettanto rilevante l’implosione dell’Unione Sovietica. 

Il "momento unipolare" è davvero finito? E un mondo multipolare, un sistema apolare, porta direttamente a un disordine multilaterale?

Dal punto di vista prettamente geopolitico, registriamo una multipolarità esplicitata da molteplici potenze geograficamente disperse - Stati Uniti, Cina, India, Unione Europea e altre - tutte capaci di esercitare una influenza globale, entrando in competizione l’un l’altra. Non si intravede sufficiente coerenza in questo nuovo sistema tale da qualificarlo come “ordine mondiale”, nel senso di una prevedibilità nell’auto-regolazione o nell’equilibrio del potere.

Lei ha parlato di tre grandi "imperi" del futuro: gli Stati Uniti, l’Unione Europea e la Cina. Quale sarà quello dominante e dove emergeranno le situazioni di conflitto?

Non credo che una delle tre potenze finirà con il dominare sulle altre. Rigetto la tesi che vuole l’Atlantico rimpiazzato dal Pacifico; la Cina prendere il posto degli Stati Uniti; l’Oriente prevalere sull’Occidente. Tutto ciò non ha senso. Ci sarà invece una non facile coesistenza tra multipli centri di potere. Posso immaginare delle “guerre per procura” (proxy wars) in zone di rilevanza secondaria come Sudan, Iran, Asia Centrale e Mar Cinese meridionale. Già adesso, Pechino è un forte sostenitore di quei Paesi che Washington ha cercato di isolare.

Lei attribuisce uguale importanza alle potenze emergenti, il cosidetto "Secondo mondo". Perché sarà così decisivo nelle relazioni internazionali dei prossimi decenni?

Parliamo di swing states che saranno l’ago della bilancia del potere mondiale tra le alleanze del futuro. Una coalizione che non abbia tra le sue fila attori chiave del Secondo mondo quali Kazakhstan, Brasile, Arabia Saudita e altri, non potrà godere di una influenza sostenuta nel tempo in regioni cruciali per gli equilibri internazionali. I Paesi del secondo mondo sono sempre più consapevoli del loro ruolo, e giocano così su tutti i fronti, portando il concetto canonico di allineamento ad uno stadio di costante fluidità.

Per scrivere il suo libro, Lei ha fatto il globetrotter, viaggiando proprio nel Secondo mondo. Dove sono i progressi maggiori e quali restano le zone critiche?

I progressi più impressionanti sono stati compiuti in Cile e Malaysia nel corso degli ultimi anni; mentre Egitto e Venezuela appaiono società stagnanti. Tutti gli Stati del Secondo mondo hanno ancora tanta strada da compiere e potranno certamente deragliare lungo il cammino delle riforme; ci sono tuttavia esempi di buon governo emersi in quei Paesi che gestiscono bene le risorse naturali e creano occupazione e crescita economica.

Esiste già un "governo mondiale"?

Esistono istituzioni dedicate al governo mondiale ma ciò non implica necessariamente che esse siano efficaci. Persistono istituzioni del passato - penso alle Nazioni Unite - create per un ordine mondiale ben diverso, e che quindi non si mostrano più decisive (se mai lo sono state).

Quale ruolo gioca il G-20 in questo contesto?

Il G20 rappresenta senza dubbio un sostanziale passo in avanti verso una coordinazione basata sul criterio di rappresentanza, e quindi legittimità, tra gli attori principali su questioni di rilevanza sistemica quali la regolazione finanziaria globale. Può darsi che questo modello possa essere utilizzato per affrontare altre questioni, ad esempio la sicurezza: possiamo immaginare organizzazioni regionali per la sicurezza quali NATO e Unione Africana avere la precedenza rispetto al Consiglio di Sicurezza.

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