Anche i sindacati devono fare i conti con la sconfitta elettorale
17 Aprile 2008
All’indomani della schiacciante sconfitta
elettorale del centro-sinistra, la battuta d’arresto del sindacalismo italiano è
palese.
Già prima delle elezioni, peraltro, il
clima lasciava presagire un fortissimo disamoramento delle basi dai vertici
delle organizzazioni.
Emblematico, sotto questo punto di vista,
è il caso di Alitalia.
Durante le ultime settimane, i sindacati
si sono infatti visti dapprima sbattere la porta in faccia dai negoziatori Air
France, poco propensi ad assecondare i nyet
a oltranza dei nostri sindacalisti, viziati da decenni di colpevole
accondiscendenza italiana. Salvo poi venire aspramente criticati dagli stessi
dipendenti Alitalia, che hanno organizzato manifestazioni di protesta a favore
del negoziato con Air France, rigettando di fatto il comportamento dei
sindacati.
E che dire dell’aumento in busta paga di
30 euro introdotta unilateralmente, cioé senza previa concertazione con i
sindacati, da mamma FIAT? L’idea del
“socialdemocratico DOC” Sergio Marchionne ha sortito un duplice risultato: il primo è stato quello di
gratificare gli operai.
Il secondo, per il sommo orrore della
triplice sindacale, quello di scavalcare senza troppi complimenti la componente
sindacale meno – per nulla – aperta al dialogo.
Le parole di Marchionne al riguardo sono
state chiarissime: “Abbiamo voluto dare un segnale di attenzione, andando
incontro almeno parzialmente alle attese di miglioramento economico e cercando
di ridurre i disagi di un eventuale protrarsi delle trattative”.
E i sindacati, in tutto ciò, come si
comportano? Accusano il colpo, spiazzati diffondendo una nota congiunta in cui
esprimono il loro disappunto sull’iniziativa del gruppo di Torino.
Sempre Sergio Marchionne, queste ore, sta
combattendo la sua personale crociata contro lo sciopero sindacale allo
stabilimento di Pomigliano, paralizzato dall’ennesimo sciopero.
Questa volta la dirigenza, che aveva cominciato
a “paracadutare” con elicotteri i pezzi per superare il cordone che bloccava le
cancellate, ha mobilitato le forze dell’ordine. Le quali non hanno potuto fare
altro che caricare per due volte in tenuta antisommossa i protestanti e rompere
così l’assedio allo stabilimento.
Il tutto accade nel momento in cui escono
dal Parlamento italiano le forze oltranziste e maggiormente legate tramite
“cinghia di trasmissione” ai sindacati.
Soprattutto, qui il dato interessante,
questo avviene con i sindacati sconfitti nei propri feudi: le fabbriche. Perché
un dato chiarissimo fin dai primi spogli è questo: i lavoratori dipendenti –
gli operai – hanno massicciamente votato la Lega, facendo di Umberto Bossi (e non di
Guglielmo Epifani) il vero leader degli operai. La sconfitta è anzitutto
simbolica, e proprio per questo è micidiale.
Non sarà – la domanda ovviamente è
retorica – che i sindacati hanno compiuto una metamorfosi troppo drastica? Una
mutazione che li ha cioè portati a essere un mastodontico centro d’interesse
politico ed economico
del tutto assorbito dal rito dell’autoperpetuazione.
Una mutazione che, al tempo stesso, li ha
progressivamente allontanati dalla base lavorante (se oltre metà dei loro
iscritti è fatta da pensionati qualche ragione ci sarà) per tuffarli nel
business.
Il business è quello lucroso dei CAF e
della consulenza di ogni genere, delle gestioni immobiliari, ecc.., ma del
business i sindacati non hanno mai accettato la trasparenza. Chi ha mai visto
uno straccio di bilancio CGIL?
Per i sindacati è ora di ripensare i
propri schemi.
Non farlo sarebbe anzitutto un male per
il Paese, che non può permettersi il muro contro muro. E, a ruota, per il
Governo, che non può permettersi un interlocutore sordo: in scenari estremi,
l’idea lanciata dal Prof. Unnia su Libero Mercato di mercoledì (“Trattiamo solo con UGL e CISL”) non
appare per nulla fantascientifica.
