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Processo a Pol Pot

Anche per i Khmer Rossi sembrava l’ora del giudizio della storia

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Kang Kek Iew (o Kaing Guek Eav in un’altra traslitterazione) è il nome impronunciabile, per un italiano, del “compagno Duch”, esponente di spicco del partito dei Khmer Rossi in Cambogia (al potere dal 1975 al 1979) e direttore del carcere di Tuol Sleng. Mercoledì il tribunale istituito dall’Onu per giudicare i crimini del regime Khmer ha chiesto per lui una condanna di 40 anni di carcere. La richiesta del procuratore William Smith ha sollevato polemiche fra i parenti delle vittime e fra i pochissimi sopravvissuti di Tuol Sleng. Smith non ha chiesto l’ergastolo perché, contro la legge cambogiana, Duch è rimasto in galera, in attesa di giudizio, per 8 anni, quando la carcerazione preventiva può durarne al massimo 3. Non ha chiesto l’ergastolo anche per la disponibilità del prigioniero a collaborare con la corte, il suo pentimento e la sua ammissione di responsabilità (seppure parziale) per i crimini commessi dal 1975 al 1979. Chum Mey, uno dei pochi che sopravvissero agli aguzzini di Tuol Sleng non può accettare una sentenza così lieve: “Quarant’anni è inaccettabile” – ha dichiarato alla stampa – “Non sono affatto contento per la richiesta del procuratore”. Chum Mey, quando era sotto le “cure” di Duch ha subito continui pestaggi ed elettroshock. “Per me, personalmente, la corte avrebbe dovuto chiedere per Duch almeno 70 o 80 anni di carcere”.

Un garantista dovrebbe essere comprensivo nei confronti di un imputato come Duch? Mercoledì ha affermato che: “Per esprimere il mio infinito rimorso, io ho sinceramente e pienamente cooperato con la corte, ogni volta che ce n’è stato bisogno. Io riconosco di essere stato parte del regime di Pol Pot, dunque sono psicologicamente e personalmente responsabile per le anime di coloro che sono morti”. A sua parziale discolpa ha affermato che: “Non potevo fare nulla” per impedire la morte di così tante persone – “Pol Pot le vedeva come spine negli occhi”.

Sono anche queste affermazioni che hanno indotto William Smith a ridurre la richiesta di pena a 40 anni. Ma la Cambogia di oggi e il tribunale dell’Onu accettano tutte le regole di un sistema giudiziario garantista e non contemplano più la pena capitale. Ma che cosa era la Cambogia sotto il regime dei Khmer Rossi? Era un unico, enorme campo di concentramento. Su poco più di 6 milioni di abitanti, dal 1975 al 1979 il regime ne uccise 2, un terzo della popolazione, prima di essere invaso e travolto dal regime comunista rivale (filo-sovietico) del Vietnam. Avesse avuto più tempo, avrebbe probabilmente sterminato altri due o tre milioni di cambogiani. Mossi da un’ideologia marxista portata alle sue estreme conseguenze, i sacerdoti del potere Khmer dichiaravano impunemente alla radio che “Nella nuova Cambogia ci basta un milione di persone per continuare la rivoluzione. Non abbiamo bisogno degli altri. Preferiamo uccidere dieci amici piuttosto che lasciare in vita un solo nemico”. E così fecero, nel senso letterale del termine: non solo uccisero tutti coloro che non erano comunisti, non solo tutti i comunisti che non erano Khmer Rossi, ma anche tutti quei Khmer Rossi che erano sospettati di tradimento. Il carcere di Tuol Sleng era particolarmente importante per quest’ultimo tipo di missione: l’eliminazione dei sospetti e dei traditori veri e presunti all’interno del partito. Il “compagno Duch”, intellettuale, ex vicedirettore di liceo, Khmer Rosso dal 1967, era stato posto dal leader indiscusso del partito, Pol Pot, a capo della struttura che avrebbe dovuto validare tutte le sue paranoie.

I membri sospetti del partito, senza alcun processo, né alcuna possibilità di difendersi, erano rinchiusi nel carcere di Tuol Sleng, chiamato S-21 dalla burocrazia di regime. E, nella stragrande maggioranza dei casi, non ne uscivano più vivi. Non si trattava infatti di una vera e propria prigione, ma di un centro per l’eliminazione fisica dei “nemici”. Agli aguzzini era ordinato di torturare i prigionieri per estorcere loro confessioni di colpevolezza sui crimini commessi. Chi uccideva un prigioniero prima di aver ottenuto l’ammissione del suo complotto era incarcerato e ucciso a sua volta. Duch stesso era impegnato in prima persona nel torturare e uccidere i suoi prigionieri.

A finire nell’inferno di Tuol Sleng erano soprattutto quei cambogiani, idealisti, che dall’estero erano tornati in patria per aiutare la causa rivoluzionaria. Invece di ricevere un ringraziamento dal regime, furono sospettati di spionaggio al servizio delle potenze occidentali. “Ho interrogato quella puttana (sic) che tornava dalla Francia” – ha dichiarato un ex aguzzino nel corso della sua testimonianza – “A me era stato ordinato di incendiarle il sedere fino a renderlo una massa di carne informe e bruciacchiata, poi di picchiarla fino a farle perdere i sensi; solo dopo la nemica ha deciso di gracchiare la sua confessione e l’interrogatorio è finito”. Questa testimonianza rende l’idea di cosa pativano i prigionieri, i quali, indotti a confessare tutto quello che l’aguzzino voleva (di essere una spia della Cia, di complottare contro il regime, ecc...) venivano poi fucilati. La pila di confessioni raccolte da Duch era poi esaminata dai vertici del partito. La paranoia di Pol Pot, lungi dal placarsi, aumentava di conseguenza: più prigionieri confessavano, più c’era la prova delle dimensioni del complotto, più persone erano arrestate e trascinate entro le mura di Tuol Sleng: 2250 nel 1976, 6330 nel 1977, 5.765 solo nella prima metà del 1978. Le esecuzioni erano nell’ordine delle centinaia ogni giorno. Contrariamente agli altri campi di concentramento e sterminio dei Khmer Rossi, a Tuol Sleng il “compagno Duch” ha tenuto una contabilità molto accurata delle sue vittime. E così possiamo vedere che in meno di 24 ore potevano essere fucilati anche 582 prigionieri, come avvenne in una giornata di maggio del 1978. “S-21” fu un’efficiente fabbrica della morte che produsse 15mila esecuzioni in poco più di tre anni.

“Detto in tutta sincerità, per me Duch dovrebbe essere impiccato” - dice ora Chum Mey, uno dei pochissimi che sopravvissero a quell’inferno - “Ma la nostra legge non ce lo permette”. Chissà cosa avrà detto due giorni dopo, venerdì, quando il “compagno Duch”, mostrando in aula molto meno pentimento rispetto a mercoledì, dopo aver incassato un primo sconto di pena, con grande calma si è rivolto al giudice e ha detto: “Io chiedo al tribunale di rilasciarmi. Molte grazie”. Niente altro da dichiarare, per un uomo che ha alle spalle 15.000 morti.

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