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La Repubblica Ceca al timone

Anche Praga può dare la scossa a un’Europa in affanno

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Uno riguarda la contingenza politica e l’attuale lunga transizione dell’Unione europea, apertasi ad inizio XXI secolo e non ancora conclusa. L’altro è più direttamente legato al lungo periodo e dunque interroga la profondità storica e l’evoluzione del Vecchio Continente a partire dal post 1945.

Rispetto al primo punto il semestre di presidenza europea di Praga presenta senza dubbio alcune incognite, la maggior parte delle quali legate alla figura enigmatica e provocatoria del suo Presidente Klaus. Interrogato a proposito dei sei mesi di guida ceca dell’Ue, Klaus non ha esitato a ricordare che difficilmente in questo lasso di tempo accadrà qualcosa di significativo. A novembre, in visita di Stato a Dublino, ha deciso di incontrare l’uomo d’affari Declan Ganley, primo sponsor del “no” irlandese al Trattato di Lisbona e ha fraternizzato con lui definendosi “dissidente all’interno dell’Unione europea”. Ancora di recente, oltre a ribadire la sua contrarietà ad esporre la bandiera dell’Ue sul pennone del castello di Praga (l’Unione europea è a suo dire un’organizzazione sovranazionale come la Nato e l’Onu), ha rincarato la dose descrivendo l’Ue come una sorta di Giano bifronte: da un lato sinonimo di libertà e caduta delle frontiere, ma dall’altro simbolo di centralizzazione e burocratizzazione. Klaus ha poi concluso: “Per i cechi i valori europei sono la libertà, la libertà e ancora la libertà. Solamente in un quadro nazionale può essere garantita questa libertà”. Dunque l’Ue deve prepararsi ad un mutamento a 360 gradi? Dall’euro-attivismo di Sarkozy all’euro-scetticismo di Klaus?

Bisogna innanzitutto ricordare che, in base alla Costituzione della Repubblica Ceca, la gestione della politica estera è nelle mani del Primo ministro e l’attuale capo del governo Topolanek, pur condividendo alcune critiche di Klaus all’Unione, è comunque un leader politico pragmatico e realista. Ai primi di dicembre ha condotto e vinto una dura battaglia interna al partito di centro-destra ODS (abbandonato da Klaus proprio perché non sufficientemente euroscettico) nel corso della quale non poco ha pesato la questione della ratifica del Trattato di Lisbona. E a pochi giorni dall’apertura del semestre di presidenza si è più volte affannato a ribadire che i prossimi sei mesi saranno un successo. Topolanek ha ricordato che le priorità di Praga saranno tre: economia (crisi economica globale e G20 nell’aprile 2009), energia (approvvigionamento e lotta al riscaldamento climatico) e politica estera (con un occhio di riguardo alla spinosa questione del partenariato orientale). Al di là di questo elenco formale tutti concordano su un punto: il vero banco di prova del semestre sarà la grande tappa della ratifica del Trattato di Lisbona. Dopo il parere positivo della Corte costituzionale, Topolanek ha scelto di rinviare al 3 febbraio prossimo il voto parlamentare di ratifica. Una volta ottenuto il via libera parlamentare toccherà a Klaus apporre la sua firma, atto dovuto secondo la Costituzione ceca, che però il presidente della Repubblica potrebbe ritardare. Il rinvio di Topolanek è stato strategico, dal momento che al tema della ratifica del Trattato di Lisbona ha finito per sovrapporsi quello dello scudo antimissile e il pragmatico Primo ministro sa di non poter prescindere dal voto socialdemocratico, visti i malumori anti-europei che percorrono il suo partito, in grave crisi anche dopo le recenti batoste elettorali. Oltre ai rischi di possibili imboscate parlamentari, Topolanek dovrà guardarsi dalle bellicose dichiarazioni di Klaus, il quale ha definito il Trattato di Lisbona come “il vero passo in direzione di un’Europa super Stato”.

Se il rischio di una nuova interruzione del percorso di rinnovamento istituzionale dell’Ue sembra remoto (difficilmente il fronte euro-scettico dovrebbe prevalere nel Parlamento ceco), certamente il passaggio da una guida dell’Unione volontarista (Sarkozy), ad una pragmatica ed improntata al realismo (Topolanek) qualche rischio lo nasconde. Sui temi del clima Praga potrà davvero garantire quel protagonismo che dovrebbe portare l’Ue a svolgere un ruolo di primo piano alla conferenza di Copenaghen di fine 2009? La Repubblica Ceca, dopo aver subito 50 anni di dominio sovietico, sarà in grado di contribuire alla ripartenza del dialogo per una partnership realista e pragmatica con Mosca? E infine Praga, che non si trova all’interno dell’Unione monetaria, come potrà dare seguito alla creazione di quell’embrione di governo economico dell’Ue, abbozzato da Sarkozy nella sua decisione storica di riunire l’Eurogruppo a livello di Capi di Stato e di governo e di convocare la riunione straordinaria del G20 di Washington?

Questi dubbi sono tutti più che leciti, ma affinché il quadro risulti completo devono essere accompagnati da una riflessione che consideri le dinamiche di lungo periodo. Interrogare la storia più o meno recente della Repubblica Ceca aiuta a comprendere l’attitudine di una parte consistente della sua classe dirigente post 1989.

Bisogna innanzitutto tenere conto del ricordo ancora molto vicino del dominio sovietico e non dimenticare che la sfiducia nei confronti dell’Europa risente non poco della scelta occidentale, successiva alla Seconda guerra mondiale, di immolare i “fratelli dell’est” sull’altare della coesistenza pacifica.

Solo in questo modo è possibile comprendere il filo-americanismo di Praga, da declinarsi come appartenenza prima di tutto allo spazio atlantico di difesa (la Nato) e il suo conseguente e speculare anti-europeismo, da considerare nell’accezione di una deriva burocratica e accentratrice delle istituzioni di Bruxelles. L’europeismo nell’ottica di larga parte della classe dirigente ceca è sinonimo di libero scambio, liberismo economico e libera circolazione di merci e persone. Scorrendo la pagina di apertura del sito internet dedicato al semestre di presidenza ceco dell’Ue, spicca il riferimento ad un’ “Europa senza barriere”. Ebbene questa definizione assomiglia molto, almeno da un punto di vista politico-culturale, a quella della Comunità economica europea delle origini, quella dei Trattati di Roma.

Ecco allora che appare fondamentale, se si vuole comprendere l’importanza storica dell’avvio del semestre di presidenza della Repubblica Ceca, non soffermarsi soltanto sulle affermazioni provocatorie di Klaus e non impostare tutta la riflessione sul possibile scontro istituzionale Klaus-Topolanek. L’impatto, magari non del tutto indolore, con questo “europeismo dell’est”, dovrebbe innanzitutto ricordare quanta strada debba ancora compiere l’Unione europea che ha deciso il suo allargamento a 27 senza riflettere minimamente sui temi dell’identità e del passato storico, che non si è soffermata a progettare le modalità attraverso le quali integrare due nuclei di Paesi che hanno vissuto esperienze storiche profondamente differenti.

Bisognerebbe inoltre sforzarsi di uscire dai luoghi comuni che descrivono il nucleo di Paesi fondatori come dominati da un saldo europeismo e i nuovi venuti attraversati da pericolose pulsioni euroscettiche. Se vi è crisi e sfiducia nei confronti dell’Ue, il discorso non può essere limitato esclusivamente ai Paesi dell’est. Anzi i recenti dati Eurobarometro relativi alla Repubblica Ceca sono per certi versi confortanti. Alla domanda se l’appartenenza all’Unione europea possa essere considerata un dato positivo, il 46% dei cechi risponde affermativamente. Se la media dell’Ue a 27 è del 53%, il dato ceco risulta molto superiore a quello italiano (40%), a quello inglese (32%) e non lontano da quello francese (49%). I cechi sono poi fortemente convinti che l’adesione all’Ue porti benefici alla propria vita (62% la pensa in questo modo), contro il 41% degli italiani, il 51% dei francesi e il 39% degli inglesi (la media dell’Ue-27 è del 56%). Infine il 44% dei cechi ha un’opinione molto positiva dell’Unione, quando la media Ue-27 è del 45% e quella italiana si ferma ad un misero 46% (così come quella francese).

Dunque senza sottostimare i rischi di questo avvio di semestre della Repubblica Ceca bisognerebbe ricordarne anche le opportunità. Magari sottolineando la portata storica dell’evento: il primo Paese dell’ex blocco sovietico alla guida dell’Europa unita. E non dimenticando il contributo alla costruzione di una comune identità europea fornito da personalità come Jan Patocka e Vaclav Havel (e gli altri dissidenti del movimento Charta 77) che nel corso degli anni Settanta hanno combattuto il totalitarismo comunista anche in nome di un ritorno all’identità spirituale dell’Europa. Non bisogna certo trascurare le intemperanze di Klaus, ma allo stesso modo bisogna ricordare le parole di Havel: “Il dovere dell’Europa consiste oggi nel ritrovare la sua piena coscienza ed assumersi la sua piena responsabilità”.

Anche Praga, dopo Parigi, potrà portare un contributo fondamentale al lento e faticoso percorso di costruzione di una reale, e non solo immaginaria, integrazione europea.   

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1 COMMENT

  1. Ma la slovenia non esiste?
    Ma è possibile che nessuno si ricordi della Slovenia? Anch’essa apparteneva all’ex “blocco sovietico” e ha guidato l’Unione nel primo semestre 2008…

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