Anche quest’anno Chavez ” no se callera “

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Anche quest’anno Chavez ” no se callera “

16 Maggio 2008

Fu nel 1999 che su iniziativa di Chirac fu istituito il Vertice Europa-America Latina, ormai consolidatosi con cadenza biennale. E nelle intenzioni avrebbe dovuto essere un forum come tanti altri, in cui i capi di stato e di governo parlano molto, magari per concludere poco, ma in compenso si fanno tante foto tutti assieme. Da qualche anno a questa parte in questo tipo di vertici ha iniziato però ad agitarsi una mina vagante di nome Hugo Chávez, che ha contribuito sempre più a trasformare un appuntamento dopo l’altro in occasione di turbolento spettacolo: dal famoso discorso sull’“odore di zolfo” dopo l’intervento di George W. Bush alla tribuna dell’Onu, fino all’ancora più famoso “¿porqué no te callas?” gridatogli da re Juan Carlos all’ultimo Vertice Ibero-Americano. E anche questo incontro si preannuncia dunque come una possibile battaglia campale. Un’eventualità comunque, che può spiegare il livello più defilato della presenza italiana in questo primo appuntamento internazionale del governo Berlusconi, col ministro degli Esteri Franco Frattini al posto del Presidente del Consiglio. 

In particolare, l’equivalente del duello con Zapatero e Juan Carlos potrebbe venire con la cancelliera tedesca Angela Merkel, che per aver criticato il suo “populismo” si è sentita tacciare da Chávez quale “erede di Hitler”. Lei non ha risposto ufficialmente, ma il fatto che all’ultimo minuto abbia deciso di recarsi a Lima di persona è, se possibile, anch’essa una risposta. Ma è lo stesso Chávez a trovarsi coinvolto su una quantità di fronti, quasi a voler replicare la mussoliniana formula del “molti nemici, molto onore”. Ci sono ad esempio i 350 giga di informazioni, tra i dischi duri di tre laptop e le varie pen drives, trovati nell’accampamento in Ecuador dopo l’attacco all’israeliana che produsse la morte del numero due delle Farc Raúl Reyes. E lì le informazioni fatte trapelare alla stampa dalle autorità colombiane e dall’Interpol rivelerebbero da un lato l’impegno di Chávez per far arrivare alla guerriglia colombiana missili terra-aria, mettendo anche a disposizione la regione dell’Orinoco per permettere il passaggio di armi in arrivo da due trafficanti australiani; dall’altro, il finanziamento di 300.000 dollari delle Farc alla campagna elettorale che ha portato il chavista Rafael Correa alla Presidenza dell’Ecuador. 

C’è poi il problema del presidente boliviano Evo Morales, altro alleato di Chávez. Morales, dopo il referendum autonomista autogestito da Santa Cruz, ha annunciato per il 10 agosto un colossale referendum revocatorio che mette in gioco il suo posto come quello dei nove prefetti dipartimentali, sei dei quali di opposizione. Ma Chávez starebbe invece consigliandolo all’intransigenza, minacciando perfino un intervento militare per sostenerlo. Infine, c’è il fronte d’altronde mai spento tra il presidente venezuelano e gli Stati Uniti. Chávez infatti promette dialogo con la nuova amministrazione che seguirà quella di George W. Bush, ma nel contempo fa fuoco e fiamme contro l’annuncio del Pentagono secondo cui la Quarta Flotta dei Caraibi, soppressa nel 1950, da luglio tornerà a navigare. In una recente visita in Argentina, il capo del Comando Sud americano, l’ammiraglio James Stavridis, ha rilasciato un’intervista per appianare le possibili tensioni, spiegando tra l’altro che la IV Flotta non avrà portaerei proprio perché le sue finalità non saranno offensive, bensì quelle di "risposta a disastri naturali, operazioni umanitarie, assistenza medica, contro il narcotraffico, cooperazione in questioni di ambiente e tecnologia". Ed ha pure spiegato che Washington non considera il populismo radicale una minaccia ma "una semplice idea diversa, che il governo statunitense non condivide ma che in democrazia è legittima". Ma Chávez, dopo i massicci acquisti di sottomarini e velivoli russi, ha evidentemente un po’ di coda di paglia. Come se non bastasse, c’è la base ecuadoriana di Manta, di cui Correa dice di non voler rinnovare la concessione agli Usa dopo la sua prossima scadenza, e che sarebbe sostituita da una nuova base in Colombia: altra prospettiva che Chávez vede come il fumo negli occhi. 

Insomma, un bel vespaio. Curiosamente, malgrado l’apparente abissale diversità ideologica, Berlusconi e Chávez tra di loro simpatizzano, forse per qualche tratto caratteriale in comune. E quando il colonnello venne in Italia in visita dal Cav. fu memorabile la telefonata che i due fecero insieme alla soubrette Aida Yespica, diva venezuelana di Mediaset. Sentimenti personali a parte, ci sono poi gli interessi petroliferi, che hanno visto da poco e a fatica l’Eni recuperare certe posizioni nella Fascia dell’Orinoco messe a repentaglio dalla politica nazionalizzatrice di Chávez. E c’è la nutrita comunità italiana in Venezuela, i cui sentimenti fortemente anti-Chávez rendono anche più vulnerabile. D’altra parte, se il colonnello e la Merkel venissero ai capelli, non è che il Cav. potrebbe schierarsi con lui, e neanche sarebbe per lui agevole starsene a sentire scariche di insulti contro George W. Bush, Aznar o magari Israele. Insomma, meglio svicolare. Visto che c’è anche la scusa del recentissimo insediamento.